La battaglia sindacale dei ricchi del tennis
Come recita una famosa frase di Woody Allen: “Il denaro non dà la felicità, figuriamoci la miseria!”. Non si è mai ricchi abbastanza, evidentemente

Serbia's Novak Djokovic greets Italy's Jannik Sinner after winning their men's singles semi-final match on day thirteen of the Australian Open tennis tournament in Melbourne on January 31, 2026. (Photo by DAVID GRAY / AFP) /
Una famosa frase di Woody Allen recita: “Il denaro non dà la felicità, figuriamoci la miseria!”. A questo si ispirano anche probabilmente i paperoni di tutto il mondo che nel timore di scontare l’infelicità della miseria si danno da fare per accumulare quanto più “money” possibile. E accade così che i tredici diremmo super paperoni mondiali detengono l’equivalente della ricchezza (si fa per dire) posseduta dalla metà degli abitanti del pianeta. Per chi non volesse intendere questo equivale a dire che una dozzina di super ricchi valgono in termini economici all’incirca quanto quattro miliardi di individui.
Non si è mai ricchi abbastanza
Ora il timore di non sentirsi abbastanza ricchi deve aver pervaso anche lo spirito di una ventina di tennisti (uomini e donne), in pratica i più forti del circuito, tanto da lamentarsi con gli organizzatori dei tornei per i loro guadagni ritenuti scarsi o insufficienti. Uno Slam infatti assegna ai vincitori dei singolari “soltanto” due milioni e ottocento mila euro. Gli organizzatori, sostengono i tennisti, incassano sempre di più e “lesinano” sui premi ai giocatori. Proviamo ad immedesimarci per un istante in un lavoratore tipo che magari ama anche il tennis e sborsa fior di quattrini per assistere ad un incontro di cartello. Costui per “racimolare” il compenso di un vincitore deve (dovrebbe) lavorare all’incirca un centinaio di anni, più o meno tre vite lavorative contro le due settimane del campione tanto amato e osannato.
Fatti un po’ i conti, un ace di servizio, un passante o un lungo linea valgono simbolicamente quanto sei mesi o anche un anno di lavoro. Eppure il compenso che ne deriva è giudicato insufficiente. Si dirà certamente che questo è lo specchio dei tempi e c’è poco da fare. Ma implicitamente questo vale anche ad ammettere che continua ad imperversare quel sonno della ragione che secondo Goya genera mostri. E per ironia della sorte o forse solo delle definizioni, un grande giocatore viene spesso etichettato come un mostro.