Alex Zanardi, l’omaggio de L’Equipe: “aveva sconfitto la morte sette volte”
Si può perdere tutto a 300 all'ora e decidere di conquistare il mondo con le braccia? Dalla polvere del Lausitzring all'oro paralimpico.

Roma 02/04/2017 - Maratona di Roma / foto Insidefoto/Image Sport nella foto: Alex Zanardi
Alex Zanardi se n’è andato a 59 anni, chiudendo una vita che sembrava sceneggiata da un sadico ma recitata da un gigante. L’Équipe gli dedica oggi un coccodrillo che fa l’inventario completo di una corsa contro la sfortuna che pochi atleti di qualunque disciplina hanno mai dovuto sostenere. Sopravvissuto a tutto — F1, Lausitzring, camion in Toscana — Zanardi è morto venerdì per le complicazioni dell’ultimo incidente del giugno 2020.
Alex Zanardi morto: il copione inizia con la sorella Cristina
Il dramma comincia presto. A 13 anni Zanardi perde la sorella Cristina, 15 anni, in un incidente stradale. Per consolarlo del lutto, il padre — un idraulico bolognese — comincia a riciclare i tubi usurati del suo lavoro per costruirgli le ruote di un kart. È così che parte tutto. La Formula 1, quella che da bambino era stata tutta la sua vita, lo accoglierà tra Jordan, Minardi, Lotus e poi Williams, ma riservandogli auto disastrose e un solo misero punto in cinque stagioni (1991-1994 e poi 1999).
Nel 1993, un automobilista distratto gli passa sopra in bicicletta. Nessun problema: Alex si presenta a correre il Gran Premio di Germania con le ossa del piede rotte. Poco dopo si schianta a Spa, all’Eau Rouge, distruggendo la sua Lotus ma uscendone vivo. La F1 lo scarica, l’America lo accoglie a braccia aperte. Domina il campionato Cart (due titoli, nel 1997 e 1998) e fa innamorare gli yankee con sorpassi leggendari — su tutti, “THE pass” su Bryan Herta al Corkscrew di Laguna Seca nel 1996, ancora oggi citato come uno dei sorpassi più audaci della storia del motorsport americano. Williams lo richiama in F1 nel 1999 per una sola, fallimentare stagione, schiacciato dal confronto con Ralf Schumacher. Tornerà negli Stati Uniti.
Il Lausitzring 2001: “medicina di guerra” e cuore fermo sette volte
Poi arriva il 2001, l’anno che cambia tutto. Sull’ovale tedesco del Lausitzring, un impatto terrificante con la monoposto di Alex Tagliani a 310 km/h gli porta via le gambe. I medici sul posto parlano di “medicina di guerra”: Zanardi perde il 75% del sangue, il cuore si ferma sette volte, l’aumônier — il cappellano — gli somministra l’estrema unzione. Un comune mortale si sarebbe arreso. Lui no.
Venti mesi dopo torna su quella stessa maledetta pista, si infila in una monoposto modificata e finisce a oltre 300 all’ora i 13 giri che gli mancavano per chiudere la gara del 2001. Il suo miglior tempo lo avrebbe qualificato quinto sulla griglia di partenza. Scendendo dall’auto, commentò con la sua solita ironia:
“Quando mi sono seduto in macchina, era come se fossi salito ieri per l’ultima volta. Era la cosa più normale per me. Mi sentivo a casa. Una sensazione bellissima, come quando passi una bella serata con una bella donna. Vuoi rivivere quel momento”.
Tornò a vincere anche in pista. Nel WTCC, il Mondiale Turismo, BMW gli costruì un’auto adattata: acceleratore manuale che reagiva alla pressione delle dita, freno al volante. Tra il 2005 e il 2009 mise insieme quattro vittorie. Sapeva ancora pilotare.
Si può perdere tutto a 300 all’ora e decidere comunque di conquistare il mondo?
Senza gambe, Zanardi decide di prendersi il mondo con le braccia. Si inventa campione di handbike. Vince la categoria alla maratona di New York 2011, domina le Paralimpiadi di Londra 2012 con due ori — sul tracciato di Brands-Hatch, lo stesso circuito britannico dove aveva corso in F3000 — diventa campione del mondo nel 2013, fa altri due ori a Rio 2016. Con l’aiuto di Dallara, costruttore italiano di telai, si modella ogni volta lo strumento su misura. Fonda Bimbingamba, associazione che produce protesi per bambini amputati nel mondo.
E non si ferma. Nel 2018 affronta l’Ironman delle Hawaii, il triathlon più massacrante che esista — 3,8 km di nuoto, 180 km in bici, una maratona — chiudendo 272° assoluto e 19° nella sua classe d’età. Disse all’epoca, con la sua ironia leggendaria: “Cercherò sempre nuovi progetti eccitanti. Perché no, la pesca con la lenza?”.
In una vecchia intervista aveva lasciato la sintesi più limpida del suo modo di stare al mondo: “A 20 anni si apprezzano i titoli, a 40 si apprezza solo quello che si fa ogni giorno. Non bisogna mai abbandonare i sogni un po’ folli. La felicità è dietro l’angolo”.
Sembrava invulnerabile, corazzato contro il fato. Fino al giugno 2020, quando in Toscana, proprio sulla sua handbike, si schianta contro un camion. Diciotto mesi di ospedale, l’ennesima atroce riabilitazione, fino all’epilogo di venerdì. La morte, alla fine, è arrivata. Ma ha dovuto suonare alla porta otto volte.