L’espulsione di Bastoni è lo specchio del calcio italiano
Fuori dai nostri confini, alcuni calciatori non sono più intoccabili. Gattuso ci ha messo il cuore, ma il cuore da solo non disegna calcio. Il suo modo di giocare, cosi stantio

Italy's defender #21 Alessandro Bastoni (C, bottom) receives a red card from the referee during the FIFA World Cup 2026 European qualification final football match between Bosnia-Herzegovina and Italy at the Bilino-Polje stadium in Zenica on March 31, 2026. Elvis BARUKCIC / AFP
L’espulsione di Bastoni è lo specchio del calcio italiano
Sedetevi, ma senza far rumore. C’è da celebrare un funerale, il solito, quello del nostro calcio che si credeva un pavone ed è finito a fare la figura del tacchino, e nemmeno di quelli pronti per il Ringraziamento. Siamo ancora una volta fuori dal Mondiale. Guarderemo dalle spiagge i gol degli altri, i sogni degli altri. Restiamo a casa, in pantofole, a rimescolare un brodo che ormai sa solo di bruciato.
Il campo di Zenica, diciamo la verità, somigliava più a un prato da pasquetta post-grigliata che a un terreno da gioco. Ma non facciamone un alibi, per carità. Perché se è vero che col Galles avremmo calpestato erba più nobile, è altrettanto vero che la nobiltà, in questa Nazionale, è rimasta chiusa a chiave in un cassetto polveroso.
L’espulsione di Bastoni è lo specchio del nostro tempo. Un fallo sacrosanto, figlio di un’ingenuità che definire infantile è un insulto ai bambini che giocano ai giardinetti. È lo strascico di chi si sente intoccabile tra le mura di casa e scopre, con un certo fastidio, che fuori dai nostri confini il Var non è un notaio compiacente, ma un giudice severo. In Europa non si fischia col manuale del sospetto, si fischia quello che c’è. E Bastoni, purtroppo, c’era nel modo sbagliato.
Eppure, il destino ci aveva teso una mano sporca di fango. In dieci, paradossalmente, abbiamo prodotto più che in undici. Ma qui entriamo nel capitolo dei rimpianti che pesano come macigni. Kean si divora un gol impossibile, ma Kean ci ha portati ad un soffio. E poi c’è lui, Pio Esposito. Su Esposito è stata costruita una letteratura epica che nemmeno per l’Iliade. Il “Golden Boy”, la speranza bianca, l’eletto. Lo hanno mandato a calciare il primo rigore. Scelta coraggiosa? O forse l’unica rimasta in un deserto di personalità? Il risultato è che il ragazzo si è sbriciolato. Non è colpa sua, sia chiaro. È forte. È colpa di quel doping mediatico che gonfia i muscoli dei giudizi prima ancora che i calciatori abbiano imparato a camminare dritto. Se vendi un ragazzino come il nuovo Messia, non stupirti se poi non riesce a camminare sulle acque di una pozzanghera bosniaca.
Gattuso ci ha messo il cuore, ma il cuore da solo non disegna calcio. Il suo modo di giocare, cosi stantio, cosi scevro di letture nuove. Ha mostrato i suoi limiti, arroccandosi in una difesa che nella ripresa ha invitato gli avversari a bere il caffè nella nostra area piccola. Spariti, evaporati. E la Bosnia, che con tutto il rispetto non è l’Olanda di Cruijff ci ha ringraziato. Ci hanno offerto varchi, errori, occasioni. Noi abbiamo preferito il suicidio assistito.
E i vertici? Silenzio. Al Palazzo del calcio si sta bene, le poltrone sono comode e l’aria condizionata tiene lontani i cattivi odori del campo. Servirebbero dimissioni in blocco, dal primo dirigente all’ultimo magazziniere dello spirito, ma la dignità è un bene di lusso che non tutti possono permettersi. Infine, un pensiero alla tv di Stato. Dopo il video discutibile sulle esultanze, la Rai ha continuato a tessere la tela degli alibi. Si cercano complotti, si invocano ingiustizie, anziché chiedersi perché in Serie A si arbitri in un modo e nel resto del pianeta in un altro. In Italia viviamo in una bolla di sapone; fuori, la realtà punge e la bolla scoppia.
Siamo fuori. Di nuovo. Restano le polemiche, i commenti social e quella sensazione di un fallimento totale che non insegnerà nulla. Perché in Italia, si sa, il fallimento è solo una sosta tra una presunzione e l’altra.











