L’ultimo capolavoro di Gravina è Sinner che vince perché “dilettante”
Per il presidente Figc il calcio paga il professionismo, per gli sport dilettantistici è più facile vincere. Non si è dimesso, ci ha spiegato il mondo, la vita

Dc Roma 24/07/2025 - Il Presidente della Repubblica riceve al Quirinale la Nazionale di Calcio femminile / foto Domenico Cippitelli/Image Sport nella foto: Gabriele Gravina
Il calcio italiano non vince per colpa del professionismo. È una delle spiegazioni più coraggiose nella storia recente dello sport italiano, nel senso che richiede un coraggio notevole pronunciarla ad alta voce davanti a una telecamera, in conferenza stampa. Ma Gabriele Gravina è un professionista agonista, un fuoriclasse. E quindi il guizzo non stupisce: negli altri sport l’Italia vince perché sono dilettanti più o meno allo sbaraglio, ha detto. Il calcio è una cosa serissima, invece. Ingessata dalle regole, dai fermagli. E’ uno sport ammanettato dalla burocrazia. E lui, frustratissimo dalla “responsabilità oggettiva” che nel frattempo il Paese gli rinfaccia arrivati a tre Mondiali senza la Nazionale, non può che piegarsi. Mentre parlava aveva quasi l’espressione compunta, dignitosissima, del Tortora di Gifuni in “Portobello”. Vittima, lui e noi con lui, d’una macchinazione. Per i feticisti del genere, ecco il video: dal minuto 16 in avanti.
Il ragionamento di Gravina, seguito fino in fondo, è affascinante. Anzi: è stordente. Tanto che quando a Sky l’hanno riproposto – era più o meno la mezzanotte e in molti hanno creduto fosse un precoce Pesce d’aprile – in studio hanno glissato magnanimi. “Che vuoi commentare…”.
Lo sci – ha detto Gravina, serissimo – prospera perché “tolta Arianna Fontana (che non scia, al massimo pattina, ndr) sono tutti dipendenti dello Stato”. Ce l’aveva con gli “sport di Stato”, Gravina. Lo Stato che negli anni del Covid ha tenuto a galla i conti della sedicente “grande industria” del calcio italiano. Lo Stato a cui ancora adesso chiede i proventi delle scommesse per “puntare sui giovani”. Lo ripetiamo: è un colpo di classe.
E’ noto che le Forze armate e la Polizia pagano gli stipendi degli atleti olimpici: atletica, sci, nuoto, scherma. È vero. È anche vero da decenni. Era così anche quando l’Italia vinceva i Mondiali nel 2006 e gli Europei nel 2021. Il professionismo e il dilettantismo andavano a braccetto nel frattempo, senza mai cambiare le loro definizioni giuridiche.
Ma Gravina evidentemente ignora l’esistenza (e i risultati) – ad esempio – della pallavolo. Le nazionali – entrambe, maschile e femminile – sono campioni del mondo in carica. E il tennis? Jannik Sinner, Jasmine Paolini, una generazione vincente che solo infilare nella stessa sintassi pare una bestemmia. Nessuno di loro è un militare. Nessuno di loro pratica uno sport dilettantistico nel senso in cui lo intende Gravina. Eppure, quelli vincono. Senza affidarsi al “cuore” d’un Gattuso qualsiasi, al “clima”, alle “cene”. Il calcio italiano adora autorappresentarsi così: è una coccola autoinflitta, mentre lì fuori si scatena la tempesta. A volte funziona: nell’immediato post-eliminazione la sofferenza di Gattuso lo ha salvato dal linciaggio. “Povero Rino”. I professionisti che s’attaccano al codicillo, alla definizione giuridica, quando serve basculano verso la “garra”, o i buoni sentimenti.
La tesi del professionismo come vincolo strutturale insuperabile è clinicamente interessante, ma l’architettura della risposta di Gravina è essa stessa una risposta. E’ la forma della sostanza: non si stava dimettendo, Gravina. Ci stava spiegando che lui è uno di noi. I colpevoli sono gli altri. Per esempio “il mondo della politica italiana, che si prodiga e accelera solo per richieste di dimissioni”. Ineleganti, quanto meno: invece di sovvenzionarci, ci cacciano. Un “vergogna” di rinfaccio. Nell’attesa che il futuro prossimo (l’unica coniugazione che Gravina ammette, uno spazio temporale dove tutto è ancora possibile e niente è ancora dovuto) riduca lo sfacelo alle “valutazioni”, a “quanto previsto dalle norme”. La burocrazia è il bene rifugio dei professionisti.











