Sal Da Vinci, il Sud e Napoli non si difendono trasformando ogni osservazione in un’offesa

POSTA NAPOLISTA - La canzone "Per sempre sì" non è Napoli. Non è il Sud. Non è la tradizione melodica. Criticarla non significa criticare un popolo. Significa esercitare un diritto culturale.

Il Napolicentrismo a Sanremo De Giovanni Cazzullo Sal Da Vinci

Sanremo (Im) 14/02/2025 - 75° Festival di Sanremo / foto Image nella foto: Sal Da VInci-The Kolors

Gentile Direttore, ho letto l’intervento di Maurizio De Giovanni sulla vittoria di Sal Da Vinci a Sanremo e mi ha colpito un equivoco che, purtroppo, ritorna spesso nel dibattito pubblico: l’idea che ogni critica rivolta a un artista napoletano debba essere interpretata come un attacco alla città, alla sua identità o alla sua dignità culturale.

È un riflesso comprensibile, ma rischioso. Perché confonde i piani e, soprattutto, impoverisce la discussione.

La canzone “Per sempre sì” non è Napoli.
Non è il Sud.
Non è la tradizione melodica.
È semplicemente una canzone: legittima, popolare, amata, ma anche — e questo si può dire senza offendere nessuno — prevedibile, rassicurante, costruita su un immaginario che non innova e non rischia.

Criticarla non significa criticare un popolo.
Significa esercitare un diritto culturale.

Sanremo dovrebbe essere il luogo dove la melodia italiana si rinnova, non dove si ripete.
Il festival che ha visto nascere Volare non può accontentarsi di una ballad che sembra uscita da un matrimonio di provincia. Non per snobismo: per responsabilità.

La musica popolare non è fragile.
Non ha bisogno di essere protetta.
Ha bisogno di essere rispettata.
E il rispetto passa anche attraverso la critica, non solo attraverso l’applauso.

Il Sud non si difende trasformando ogni osservazione in un’offesa.
Si difende producendo opere che non chiedono indulgenza, ma confronto.
Opere che non si nascondono dietro l’identità, ma la onorano con la qualità.

Per questo trovo sorprendente che un autore come De Giovanni, che conosce bene la complessità della nostra terra, abbia scelto la strada del vittimismo invece di quella dell’argomentazione. Non c’è bisogno di evocare cori da stadio o discriminazioni per discutere di una canzone. C’è bisogno di lucidità, non di lamenti.

La canzone italiana merita un dibattito adulto.
Napoli merita un dibattito adulto.
E gli artisti popolari meritano di essere presi sul serio, non trattati come creature da proteggere da ogni critica.

La popolarità non è un lasciapassare.
La tradizione non è un alibi.
Il Sud non è un paravento.

È tempo di tornare a parlare di musica, non di identità ferite.

Cordiali saluti,
Carmine Coppola

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