Meglio salmonari che dinosauri, meglio studenti che bulli: la lectio di calcio del Bodø Glimt
Il tecnico norvegese Knutsen ha presentato un'evoluzione del calcio relazionale e ha battuto l'Inter con una squadra da 10 milioni di monte ingaggi

Manchester City's Spanish manager Pep Guardiola (L) and Bodoe/Glimt's Norwegian head coach Kjetil Knutsen gesture during the UEFA Champions League, league Phase - day 7 football match between Bodoe/Glimt and Manchester City in Bodoe, Norway on January 20, 2026. (Photo by Fredrik Varfjell / NTB / AFP) / Norway OUT
I dinosauri di questo sport vi diranno: giocare a Bodø è come giocare in Bolivia, l’altura, il freddo. E poi, si sa, i norvegesi sono salmonari, corrono forte contro corrente. Ah, spaccano la legna: menano forte. Eccolo, il nostro problema: i dinosauri. Sono brontosauri quelli che stanno attaccati alla sedia delle cariche federali. Sono triceratopi quelli che devono parlare di calcio perché gli da visibilità. Sono brachiosauri quelli che devono scrivere di calcio perché hanno bisogno di ribadire l’immobilismo mentale di questo paese che resta, drammaticamente, gattopardiano.
Poi, c’è, per fortuna, il calcio. Quello che possiamo vedere, studiare, analizzare: perché i dinosauri, questo gioco, lo sfruttano per i motivi appena citati. Altri, invece, lo amano: e per questo lo studiano, lo vivono. Il Bodø Glimt, ieri, ha battuto l’Inter perché ha presentato una squadra che ha approcciato con intelligenza, coraggio e qualità alla partita.
Il tecnico dei norvegesi, Kjetil Knutsen, ha mostrato diversi concetti estremamente interessanti. Partiamo dall’evoluzione del calcio relazionale. Piccolo passo indietro: il calcio relazionale prevede, come vuole il termine che lo racchiude, le relazioni tra più calciatori che vanno ad occupare una stessa zona di campo andando a creare una densità tale da ottenere un’imprevedibilità negli scambi tra i calciatori coinvolti e la capacità di creare un “lato debole” dove un inserimento imprevisto di un compagno può mettere in grande imbarazzo le scalate avversarie. Il relazionale nasce per esser sviluppato su una fascia, perché sfrutta una catena di 3 giocatori pre-esistente cui si vanno ad aggiungere 2-3 calciatori. Così lo hanno delineato, in Brasile, soprattutto attraverso il lavoro di un allenatore come Fernando Diniz, ormai diversi anni fa.
Il calcio, quello studiato, quello che non conosce frontiere, prevede che l’evoluzione passi dal Brasile alla Norvegia. Peccato che, da tempo, passi poco dall’Italia. Knutsen ha spostato le relazioni dalle fasce al centro: accettando il rischio di una minore copertura nel varco centrale, ma aumentando considerevolmente le chance di una conclusione diretta pericolosa o di sfruttare, come accaduto ieri, su non più uno ma due lati deboli, perché la difesa dell’Inter non ha letto se gli inserimenti sarebbero arrivati da destra (come più volte è accaduto) o da sinistra.
Inoltre, stringendo l’occupazione dei suoi uomini nell’area di rigore avversaria, ne porta stabilmente quattro e non più tre come fanno gran parte degli allenatori e con i due esterni non occupa più i 5 canali dell’attacco ma ne crea un sesto, facendo perdere i riferimenti agli avversari. Da aggiungere c’è l’atteggiamento che ha dato alla sua squadra: mantenendo le preventive in modo corretto, ha portato otto uomini in pressione nella metà campo dell’Inter anche a fine gara, anche sul 3-1 già acquisito. Un atteggiamento profondamente anti-speculativo, qualcosa che tanti allenatori italiani anche di squadre di vertice avrebbero considerato suicida o quasi.
Così, en passant, il Bodø ieri aveva in campo 9 norvegesi, un russo ed un danese. Ed un monte ingaggi da circa 10 milioni di euro.
Fare il solito discorsetto sulla crescita del calcio norvegese a discapito di quello italiano serve ad alimentare la letteratura dei dinosauri che vogliono dipingere coloro i quali guardano alle innovazioni di questo sport come una setta di invasati. Francamente, qui di invasati ci sono solo coloro i quali pensano che il calcio sia ancora fatto di urla, campioni strapagati e palloni buttati sulla prima punta nella speranza che qualcuno dei talenti che ti hanno acquistato si inserisca sulla sponda. Questi sono gli invasati di un calcio di fine impero e che vede l’Italia superata anche dai campionati turco e brasiliano.
Amare il calcio, ammirarne lo sviluppo è qualcosa che dovrebbe esser apprezzato. Invece, quelli che provano ad alzare il dito vengono bullizzati. Come gli alunni di una classe di incompetenti che reprimono il desiderio di crescita dei pochi alunni che hanno voglia di approfondire quella che dovrebbe esser la materia cui tutti dovrebbero partecipare. Meglio parlare di arbitri, di complotti, di Bolivia, di calcio semplice. Così, tutti possono partecipare al carrozzone del pallone, anche i bulletti, anche gli ignoranti.











