Ilia Malinin è un Icaro crollato sul ghiaccio delle Olimpiadi. Il Dio del Quad tradito dalla perenne ricerca dell’estremo

Malinin ha costruito la propria identità sulla tecnica estrema. Ma quando questa viene meno e non c'è il supporto dell'arte, tutto crolla. Quando tutti ti considerano già campione, la gara diventa un confronto con l’aspettativa

Rg Milano 13/02/2026 - Olimpiadi Milano Cortina 2026 / Figure Men Skating / foto Image Sport nella foto: Ilia Malinin

Icaro sul ghiaccio. Un volo nell’eternità per poi cadere mestamente a terra. Ilia Malinin è tutto questo per El Pais, solo uno dei tanti giornali internazionali che raccontano come il “Dio del Quad” sia crollato come un angelo sulla terra in quella che doveva essere la sua gara per l’eternità: le Olimpiadi.

Il “Dio dei quadrupli” – scrive il quotidiano spagnolo – “cade due volte e proprio in quella caduta diventa umano, quasi commovente. “Nessuno è sovrumano”, scrive Carlos Arribas. “E la sconfitta diventa rito di passaggio, quasi necessario per la grandezza futura. Persino il quadruplo axel mancato assume una valenza sacrale: il salto maledetto, l’ossessione olimpica. Il paragone con Yuzuru Hanyu è rivelatore: anche l’ultimo dio riconosciuto cadde inseguendo l’impossibile. La caduta, allora, non è fallimento ma segno di grandezza”.

Malinin parla di pressione mentale, di atmosfera “folle”, di eccesso di sicurezza. Non cerca alibi tecnici. Non accusa il ghiaccio, né il punteggio. La sua spiegazione è interiore. È una confessione quasi adolescenziale, coerente con l’immagine che El País costruisce: “Il ragazzo di 21 anni che vive ancora con i genitori-allenatori, che mangia una barretta di cioccolato prima di scendere in pista, che scrolla TikTok per distrarsi da se stesso”. Dal rivoluzionario al ragazzo che si è “bruciato le ali”.

Fino a venerdì, Malinin era il centro della narrazione olimpica: il rivoluzionario, il volto di una nuova era tecnica, l’uomo che avrebbe ridefinito i confini del pattinaggio. “In una sera, è diventato la cornice della favola di un altro. Il protagonista allora è Shaidorov. Il “kazako che rappresenta “la vecchia scuola russa”, che pattina senza sbavature, che realizza il sogno nel giorno perfetto. Malinin, invece, resta l’immagine delle cadute, dell’axel “aperto”, del salchow trasformato in doppio”.

Il paradosso per El Pais è evidente: “Malinin ha costruito la propria identità sulla tecnica estrema. Sette quadrupli, l’ossessione per l’axel, la rivoluzione dell’era del salto. Ma quando la tecnica vacilla, resta poco spazio per l’arte o per la narrazione romantica. Se sei il dio dei quadrupli, vieni giudicato sui quadrupli”. “L’Olimpiade non incorona chi era destinato, ma chi regge il peso dell’attimo. Malinin cercava di inaugurare l’era “dopo di lui”. Milano, almeno per una notte, ha inaugurato l’era dopo la sua caduta”.

Il The New York Times sceglie il registro dell’incredulità. “Un disastro”, scrive. Il racconto è tecnico Il “Quad God” scivola dall’oro annunciato all’ottavo posto, interrompendo 14 vittorie consecutive”. Nel pezzo c’è anche la ricerca della spiegazione psicologica. “Malinin parla di una questione “mentale”, dell’atmosfera olimpica che non è “come qualsiasi altra competizione”. Ammette forse di essere stato “troppo sicuro””. Il giornale ne umanizza la caduta. “La sorpresa è sportiva, non mitologica”.

The Guardian sottolinea: “La caduta di Malinin diventa la prova dei limiti di un sistema che premia quasi esclusivamente la difficoltà tecnica. In un’era dominata dal valore base dei salti, basta un’incertezza per far crollare tutto. Più che un fallimento personale, è il rischio intrinseco dell’estremizzazione dei quadrupli”.

NBC Sports  “insiste sul peso della pressione e dell’eredità. “Malinin era stato presentato come il successore naturale di Nathan Chen e il volto del nuovo dominio tecnico statunitense. L’oro sembrava parte del copione. Il crollo, quindi, non è solo tecnico ma narrativo: è la rottura improvvisa di una storia già scritta dai media”.

Dal GIappone Asahi Shimbun evidenzia l’importanza dell’equilibrio complessivo. “La gara dimostra che non basta accumulare difficoltà se manca stabilità nell’esecuzione. In questo senso la solidità di Yuma Kagiyama e la pulizia tecnica di Shaidorov diventano il contrappunto alla scommessa estrema di Malinin. La qualità globale resta decisiva”.

Infine l‘Equipe mette al centro la psicologia del favorito assoluto. “Quando tutti ti considerano già campione, la gara diventa un confronto con l’aspettativa più che con gli avversari. Malinin non ha perso solo contro i salti mancati, ma contro il peso dell’immagine costruita attorno a lui. La solitudine del predestinato è il vero tema”.

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