Il Napoli paga il prezzo di essere diventato grande senza scorciatoie. Di essere meridionale senza chiedere protezione.

Il blocco del mercato è un messaggio: va bene vincere, ma non troppo; va bene essere solidi, ma non al punto da mettere in imbarazzo chi non lo è. Brucia che Conte abbia scelto Napoli

De Laurentiis stadio Napoli

Db Riyadh 18/12/2025 - Supercoppa Italiana / Napoli-Milan / foto Daniele Buffa/Image Sport nella foto: Aurelio De Laurentiis

Il Napoli paga il prezzo di essere diventato grande senza scorciatoie. Di essere meridionale senza chiedere protezione.

C’è un’Italia che ama raccontarsi come terra di moralisti integerrimi e di scienziati del pallone, salvo poi chiedere al sistema di funzionare al contrario. In questo Paese il malpensiero non è un vizio, ma una forma di igiene mentale. Perché il Napoli, negli ultimi anni, non ha semplicemente vinto: ha ecceduto. E l’eccesso, quando è virtuoso, è sempre guardato con sospetto.

Aurelio De Laurentiis — personaggio che non chiede simpatia e non la rincorre — ha praticato una politica economica da ragioniere illuminato in un mondo di poeti falliti. Mentre il resto del calcio italiano faceva il giro del mondo con valigie opache, tra fondi cinesi, passaggi di mano e debiti mascherati da progetto, a Napoli si mettevano i quattrini nel salvadanaio. Non per tirchieria, ma per autonomia. Il famoso coro “Pappà caccia ’e sorde” era il fraintendimento di chi confonde la spesa con la forza. In realtà la forza stava nell’attesa.

Nel frattempo il Nord, che da sempre si sente proprietario del campionato, si muoveva con la leggerezza di chi è abituato a vivere d’anticipo. La Juventus si è dissanguata per sentirsi globale e ha finito per scoprire la propria fragilità, il Milan ha attraversato una transumanza proprietaria degna di un romanzo russo, l’Inter ha viaggiato per il mondo senza mai sapere davvero dove posare la valigia. Il Napoli no. Il Napoli accumulava. E oggi si ritrova con 240 milioni in cassa, un bilancio impeccabile e una libertà di scelta che nel calcio italiano è quasi una provocazione.

Ma non è solo una questione di numeri. È una questione di immagine, e l’immagine pesa. Napoli, negli ultimi anni, è diventata una città amata, desiderata, raccontata. Meta turistica, icona popolare, luogo che ha riscoperto il piacere di piacere. Il calcio non ha solo seguito questo vento: lo ha amplificato. La squadra è diventata il riflesso di una città che si è rimessa al centro senza chiedere permesso. E l’appeal, nel calcio moderno, è potere. È per questo che Antonio Conte sceglie Napoli e non le “nordiche”: perché lì si può ancora alzare il telefono e comprare, davvero, chi si vuole, senza promettere cambiali future.

Ed è qui che il sistema entra in affanno. Perché una realtà troppo sana crea un problema di equità rovesciata. Come nella scena di Quo Vado?, quando la compagna di Checco Zalone presenta tutte le carte in regola per aprire un rifugio di animali esotici e il sindaco, spiazzato, pretende almeno un’irregolarità “a norma”. In Italia funziona così: se sei troppo in ordine, metti in crisi il meccanismo.

E così si arriva all’oggi, che non è mai neutro ma è sempre figlio di ieri. Un oggi in cui il Napoli si ritrova con il mercato bloccato, o più elegantemente “a saldo zero”, formula contabile che suona come una sentenza pronunciata in giacca e cravatta. Formalmente è una norma regolamentare. Sostanzialmente somiglia a una punizione ideologica. Non perché il Napoli abbia barato, ma perché non ha sbagliato.

Il paradosso è evidente: chi ha i conti in ordine deve fermarsi, chi è sommerso dai debiti può continuare a inseguire il sogno, spesso a credito. È un calcio che premia l’azzardo e guarda con sospetto la coerenza. Un calcio in cui l’eccesso di virtù diventa uno squilibrio da correggere. Conte queste cose le sa. Non parla mai a caso, e nemmeno Juan Jesus. Loro non si nutrono di post sui social: conoscono i corridoi, le stanze, le logiche non scritte.

Il Napoli paga il prezzo di essere diventato grande senza passare dalle scorciatoie tradizionali. Di essere meridionale senza chiedere protezione. Di essere forte senza essere indulgente verso il sistema. In fondo il messaggio è chiaro, anche se nessuno lo metterà mai nero su bianco: va bene vincere, ma non troppo; va bene essere solidi, ma non al punto da mettere in imbarazzo chi non lo è; va bene crescere, purché non si rompa quella liturgia silenziosa che vuole il potere calcistico distribuito secondo geografia e consuetudine.

Così il Napoli oggi è chiamato a fermarsi non perché non possa andare avanti, ma perché andare avanti troppo bene sarebbe una colpa. Una colpa tutta italiana. Di quelle che non finiscono in tribunale, ma restano nell’aria, come una regola non scritta che tutti conoscono e nessuno ammette.

Scrittore, giornalista e autore teatrale, con una passione profonda per la musica e il calcio, tifoso del Napoli.

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