Il Napoli a Verona, primo tempo noioso e lento come Siani al Festival: sorridi per affetto, ma aspetti che finisca
Questo Napoli non ama le cose semplici. Ma, a volte, sa ancora trovare il colpo di teatro quando il sipario sta già calando. Pare che Conte abbia urlato al suo Big Rom "Saremo io e te per sempre legati per la vita…"

Hellas Verona's Croatian defender #12 Domagoj Bradaric (L) fights for the ball with Napoli's Italian forward #21 Matteo Politano during the Italian Serie A football match between Hellas Verona and Napoli at the Bentegodi Stadium in Verona, northern Italy, on February 28, 2026. (Photo by Piero CRUCIATTI / AFP)
All’Hellas Verona mancava solo il cartello “lavori in corso”, tanto per rendere l’idea. E invece no, il cartello era per il Napoli, che vince 2-1 ma lo fa come chi attraversa un ponte tibetano: guardando in basso e sperando che regga. Per fortuna il Verona è davvero poca cosa, altrimenti Andrea Colombo avrebbe firmato un altro dei suoi capolavori involontari. Ma ci siamo abituati: si va ad oltranza, tra patemi e incomprensioni, come una coppia che non litiga mai davvero ma non si capisce mai fino in fondo.
Il Napoli parte come un treno regionale in ritardo che all’improvviso trova il binario libero. Pressa, aggredisce, occupa gli spazi. La sblocca Ramsus di testa – un pallonetto più da biliardo che da area piccola – e sembra l’inizio di una serata comoda. Illusione ottica. Ci sediamo. Letteralmente. Più che a farne cinque a una squadra che fatica a mettere in fila tre passaggi, pensiamo al Subbuteo, alle miniature ordinate sul tavolo verde, dove tutto è più semplice e le traiettorie obbediscono al dito. Si va al riposo con la noia che scende lenta, quasi quanto certe ridondanze comiche di Alessandro Siani al Festival di Sanremo: sorridi per affetto, ma aspetti che finisca. Nella ripresa gli scaligeri rientrano con un altro piglio, o così sembra. In realtà rifanno lo stesso compitino della prima parte, solo con più convinzione. Frese spinge nettamente Buongiorno: sarebbe fallo anche in una partita di calcetto tra ragionieri, ma Colombo fa finta di nulla e concede il corner. Dal quale Akpa Akpro – lasciato solo come un ombrellone a ottobre – trova il gol della carriera. Incredibile: pareggiamo contro una squadra abbondantemente retrocessa e incapaci perfino di calciare in porta. Antonio Conte cambia volto alla squadra, almeno sulla carta. Ma l’input non viene recepito: il Verona, addirittura, accarezza l’idea di vincerla. E noi già immaginiamo una settimana da gastroenterologo, tra acidità e rimorsi.
Poi, all’ultimo respiro, quando i pensieri erano già rivolti al peggio, Giovane trova un cross finalmente degno di questo nome. Ci si avventa Big Rom, proprio lui, Romelu Lukaku, bersagliato da una parte spregevole del tifo veronese con insulti al limite della civiltà paleolitica. Controllo, girata, palla che batte Lorenzo Montipò. Gol. Colombo, forse per evitare ulteriori imbarazzi, fischia direttamente la fine.
Sarebbe stato clamoroso lasciare altri due punti a Verona. Non era nemmeno scontato trovare il guizzo finale. Tre punti fondamentali, sporchi quanto basta, per tornare a respirare aria di Champions. E mentre si esce dal Bentegodi con il cuore che ancora batte forte, resta una certezza: questo Napoli non ama le cose semplici. Ma, a volte, sa ancora trovare il colpo di teatro quando il sipario sta già calando. Pare che Conte abbia urlato al suo Big Rom “Saremo io e te per sempre legati per la vita…”











