Hojlund si prende la briga di spiegare a Pavlovic che nel calcio non si entra solo di gomito, ci sono anche i piedi

Si può giocare a calcio anche nel deserto, lontano da odori, da cori, da tifosi veri. L’emozione più forte resta un “forza Milan” urlato con ostinazione da un tifoso solitario

Hojlund

Ni Napoli 07/12/2025 - campionato di calcio serie A / Napoli-Juventus / foto Nicola Ianuale/Image Sport nella foto: esultanza gol Rasmus Hojlund

Hojlund si prende la briga di spiegare a Pavlovic che nel calcio non si entra solo di gomito, ci sono anche i piedi

Si gioca a Riad, e già questo basta a spiegare tutto. Il calcio italiano esportato nel deserto come fosse una cartolina, lontano da odori, da cori, da tifosi veri. Sugli spalti, l’emozione più forte resta un “forza Milan” urlato con ostinazione da un tifoso solitario, reincarnazione confusa della vecchietta del Chievo: stessa tenacia, zero contesto, nessuna poesia.

Il resto è silenzio, sabbia, aria condizionata. Un contesto così finto che ti sorprendi a cercare il palco con le marionette. Poi però la partita comincia e, con sommo dispetto del deserto, vince il Napoli. Perché è più squadra. E quando non gli basta esserlo, si reinventa. È il Napoli che parla brasiliano senza fare samba, quello di Juan e David, che giocano con la naturalezza di chi il pallone lo considera un parente stretto. E c’è il danese, pedagogico e freddo, che si prende la briga di spiegare a Pavlovic un concetto elementare: nel calcio non si entra solo di gomito, esistono anche i piedi, e chi li ha educati li mostra senza troppi complimenti. La sblocca David Neres, che gioca una partita sublime, approfittando di un assist costruito da centravanti puro da Rasmus. Il Milan reagisce come può, ma non si rialza.

Nella ripresa è sempre il danese a mandare al bar con una virata il difensore rossonero e trovare la buca in angolo. Poteva finire quattro o cinque a zero per il Napoli, ma nel finale gli azzurri decidono di graziare gli avversari, perché anche la superiorità ha bisogno di gesti gentili. Il promettente arbitro Zufferli nulla può forse sulle due mancate espulsioni a Maignan, toccava al Var: per lo schiaffo a Politano e la gomitata di Pavlovic a Rrhamani.

Una telecronaca al limite della tracotanza faziosa insisteva per una possibile riapertura di un match che nemmeno la figurina Modric è riuscita a trasformare in qualcosa di meno scontato. Lobotka invece orchestra, tocca il pallone, lo sistema, lo rimette al suo posto. È il cervello del Napoli mentre tutti gli altri corrono e fanno rumore. Alla fine vince il Napoli. Nonostante Riad e i suoi stadi vuoti, nonostante il deserto e la Supercoppa trasformata in una recita per pochi. Vince perché il calcio, quando lo sai fare davvero, resiste anche all’inutilità del luogo. E se ne va, come sempre, senza chiedere permesso, portandosi via la partita.

Il Napoli va in finale e tornerà da Riad con un’ulteriore certezza: le riserve sono in grado di giocare partite del genere e questo è sicuramente merito di un club che ha saputo fare le scelte giuste; e dell’allenatore capace di tenere tutti pronti alla mischia. Mazzocchi e Vergara entrati nel finale ne sono l’esempio. Il Napoli batte e domina il Milan di Allegri, e in questa vittoria, come in un attimo di meraviglia pura, resta la sensazione di una nascita: fragile, perfetta, nuova. Come una bambina che ride per la prima volta, e nella risata c’è già tutta la vita.

Scrittore, giornalista e autore teatrale, con una passione profonda per la musica e il calcio, tifoso del Napoli.

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