ilNapolista

La Wada e il doping cinese: «È una storia politica, montata prima delle Olimpiadi per ridare potere agli Usa»

Il dg Niggli a L’Equipe: «Aveva lo scopo di indebolirci. Il doping non è solo in Cina. Poi oggi ci sono più casi perché i laboratori sono più efficienti»

La Wada e il doping cinese: «È una storia politica, montata prima delle Olimpiadi per ridare potere agli Usa»
An attendee handles doping control bottles during a training for doping controllers who came to train for the Paris Olympic and Paralympic Games in Saint-Denis, north of Paris, on April 22, 2023. These 33 trainees responded this winter to a classified ad from the International Control Agency (ICA), which manages the Olympic anti-doping program on behalf of the International Olympic Committee (IOC). (Photo by FRANCK FIFE / AFP)

La Wada e il doping cinese: «È una storia politica, montata prima delle Olimpiadi per ridare potere agli Usa»

Olivier Niggli, direttore generale dell’Agenzia mondiale anti-doping, la Wada (alla presenza del direttore degli affari giuridici, Cyril Troussard) ha concesso una intervista a L’Equipe. Lo spunto, l’innesco, è l’ultima inchiesta del New York Times sul tentativo di insabbiare il doping di Stato cinese. Ovviamente lui nega le accuse, e dice che quel caso è chiuso. “La difficoltà è sempre quella di conciliare la tutela degli atleti e il fatto di poter comunicare in modo sufficiente affinché la gente non pensi che stiamo cercando di nascondere le cose. In questo caso, quello dei nuotatori cinesi, non era solo la Wada a saperlo, c’erano diverse organizzazioni. Non era una cosa pubblica ma nemmeno nascosta, chi aveva bisogno di sapere, sapeva. Ci siamo ritrovati a doverci difendere anche se non c’era nulla di nascosto. La pubblicazione dei nomi in circostanze in cui si ritiene che non vi sia colpa rimane una questione irrisolta”.

“Posso capire che le persone facciano domande, che pensino che siamo ingenui. Il punto in cui ho maggiori difficoltà è che se si guardano i casi di contaminazione che stanno emergendo in questo momento, sono ovunque, non solo in Cina. Non è che siano più di prima, è che i laboratori sono più efficienti. Potremmo aver creato noi il problema che stiamo affrontando perché i laboratori sono migliorati. Rilevano quantità infinitesimali. Stiamo parlando di un tuffo in una piscina olimpionica. Ma sembra che, quando si tratta della Cina, vengano poste più domande che per altri paesi. Su questo mi sento un po’ meno a mio agio. Per noi il caso cinese è meno problematico di molti casi individuali. Lì ne abbiamo 23 che vengono presi per la stessa sostanza, approssimativamente nelle stesse proporzioni, allo stesso tempo. Se vuoi organizzarlo, non è facile. Alcuni di questi atleti sono stati testati più volte di seguito con variazioni tra positivo e negativo. Queste variazioni, da noi studiate, hanno contribuito a convincere gli scienziati che uno scenario antidoping non funzionava. Per questo siamo rimasti ancora più sorpresi perché per noi non è stato un caso complesso. È una storia molto politica. Se non fosse stata la Cina, non sono sicuro che ne avremmo parlato”.

Niggli chiama in causa l’Agenzia americana antidoping (l’Usada) che è in guerra con la Wada. Dice che la vicenda dei cinesi è stata “orchestrata dagli Stati Uniti, poco prima delle Olimpiadi. Non c’era nulla di casuale in questa sequenza temporale di eventi. Per me non si tratta di voler migliorare la lotta al doping. Per me è un tentativo di colpo di stato, con gli ingredienti giusti perché coinvolge la Cina e permette, alle sue spalle, di riportare sostegno politico agli Stati Uniti per cercare di fare pressione sull’organizzazione. Aveva lo scopo di indebolirci. Dà un’immagine negativa dell’antidoping”.

“In questo caso la componente politica è stata particolarmente sgradevole perché abbiamo davvero avuto l’impressione che non fosse tanto di antidoping quello di cui stavamo parlando”.

ilnapolista © riproduzione riservata