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“Il dolore più grande di Maradona è che era consapevole di non essere più Maradona”

Daniel Arcucci a La Nacion: “Ha dovuto segnare gol agli inglesi per tutta la vita. Quando entrava in discoteca, si aprivano le acque”

“Il dolore più grande di Maradona è che era consapevole di non essere più Maradona”

Il dolore più grande di Maradona è che era consapevole di non essere più Maradona, e non c’era modo di convincerlo che non aveva bisogno di fare nient’altro per restare Maradona”.

Daniel Arcucci è stato il biografo di Diego, considerato unanimemente il giornalista che più di tutti lo ha seguito, lo ha intervistato, gli è stato vicino per quasi 35 anni. In una lunga intervista a La Nacion parla del suo rapporto con lui e soprattutto della seconda vita del Pibe, quella da ex giocatore:

“Ha allenato, è stato il ct della nazionale, voleva sempre dimostrare di essere Maradona anche se sentiva di non esserlo più. Ha dovuto segnare gol contro gli inglesi per tutta la vita. L’aveva già fatto, ma sentiva di dover continuare a farlo. Non ha voluto essere un monumento ambulante, non ha mai voluto vivere del reddito di quella gloria che lo aveva reso un mito”.

Tra le altre cose Arcucci racconta un aneddoto che spiega bene quanto fosse “ingovernabile”:

“Nel 1991 Diego è stato sospeso per doping e ha giocato una partita per raccogliere fondi per la famiglia dell’attore Adrián Ghio, morto in un incidente. Il pomeriggio precedente, Diego si era allenato nei boschi del Palermo e poi mi invita a casa sua. C’erano Vincenzo Siniscalchi, il suo avvocato napoletano, e il giornalista Gianni Minà venuto dall’Italia. Diego dice: “Andiamo a cena”. Siamo andati a cena al Costanera. Abbiamo finito, e io pensavo di andare a casa mia, gli altri in albergo. Ma Diego no. Dice: andiamo a Trump (s), la pista da bowling alla moda in quel periodo. Bene, siamo andati da Trump (s). Entriamo, e la prima cosa che provi è il potere di Maradona. Le acque si aprono come per Mosé. La pista da bowling era piena, ma all’improvviso si svuota per noi, il tavolo principale davanti alla pista viene liberato e alle 4 del mattino Diego è lì in mezzo che balla con la cravatta in testa. Ad un certo punto dovevamo andare tutti a dormire, anche Diego perché la partita era la mattina dopo, tra poche ore. Scendo in pista e gli dico: “Diego, vado a portare gli altri in albergo. Perché non vieni anche tu e andiamo a dormire tutti?”. Mi ha afferrato le guance e ha detto: “Dani, sono abbastanza grande, so come prendermi cura di me stesso”. La mattina dopo lo aspetto nello spogliatoio del vecchio tribunale del Ferro, Diego arriva perfettamente, vestito, mi passa a canto e mi dice: “Credo di averti visto ieri sera…”. Giocò benissimo”.

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