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“Lotito, Lotirchio, Lotutto”. Sul Fatto il ritratto del presidente della Lazio

Luci e ombre di un impero con 6mila dipendenti partito dalle imprese di pulizia. Una storia di appalti pubblici milionari e di affari anche un po’ torbidi

“Lotito, Lotirchio, Lotutto”. Sul Fatto il ritratto del presidente della Lazio

Il Fatto Quotidiano prende in giro Claudio Lotito con un ritratto a firma di Pino Corrias. Il presidente della Lazio viene indicato come “Lotirchio”, ma anche come “Lotutto”. Scrive Corrias:

“Da una ventina d’anni gira lungo le insonni carreggiate della cronaca con tre macchine blindate, quattro telefoni e (forse) una pistola”.

Viene tirato in ballo ogni tanto in qualche processo, da cui esce sempre indenne con “luminose batterie di avvocati e disincanto”.

Uno che è amico di tutti e di nessuno e che dice di sé stesso:

“Io sono io. Sono un avulso”.

Eppure, rispetto alla politica, avulso non lo è per niente scrive Corrias.

“Ha ammirato Andreotti. È passato a Gianfranco Fini. Ha ignorato Renzi: “Non so se c’è dell’altro oltre l’apparenza”. È approdato a Berlusconi – “sono amico di Silvio, di Paolo e pure di Galliani”–che all’ultimo giro lo ha candidato senatore, per il momento primo dei non eletti, ma con in ballo il riconteggio di queste ore”.

Lotito (classe 1957) nasce da madre insegnante e padre carabiniere a San Lorenzo di Amatrice. Laureato in Pedagogia con il massimo dei voti, fa fortuna con le imprese di pulizia. La prima la fonda nel 1987. In tutto tre: Linda, Aurora e Bonadea. Poi l’ingresso nel catering e nella vigilanza e i soldi fatti in fretta con appalti pubblici milionari.

Qualche magistrato indaga su questi appalti e nel 1992 Lotito finisce in manette per turbativa d’asta, sospettato di conoscere in anticipo i massimi ribassi delle gare.

Non si sa quanti soldi ha fatto, grazie agli appalti pubblici:

“li fa vedere raramente e per questo lo chiamano Lotirchio”.

Condannato in primo grado per Calciopoli, condannato anche per ostacolo agli organi di vigilanza. Tutto passato in cavalleria, scrive Il Fatto, tra archiviazioni, prescrizioni, assoluzioni e ricorsi. Anche l’accusa di non aver pagato multe al Comune (per aver scorrazzato sulle preferenziali con la scorta) per 26mila euro.

Sposa Cristina Mezzaroma, pupilla della dinastia di palazzinari, quando non lo conosce ancora nessuno. Da lì, una villa con piscina, statue romane e tre ettari di parco sull’Appia antica e 1600 metri quadri di villa a Cortina.

Dice di sé:

“Lavoro più di tutti e dormo tre ore per notte. Sono volitivo e combattivo. Applico Dante: fatti non foste a viver come bruti”.

Fa il colpo grosso nel 2004, quando approfitta del crac di Cragnotti e compra la Lazio. Gloria e guai, soprattutto con i tifosi, tra scontri con gli ultras per aver sottratto loro il traffico di magliette e biglietti e gli insulti a sfondo razzista della tifoseria.

“Quando entra in partita, la società è in fondo al pozzo della Cirio con numeri da manicomio: fattura 84 milioni, ne spende 86 e ha 550 milioni di debiti. L’allenatore guadagna 3,5 milioni di euro l’anno e l’amministratore uno. “Aho! Sono stato come Gesù che caccia i mercanti dal tempio”.

Dilaziona i debiti con il Fisco in 23 anni grazie al Decreto salva-calcio, cancella le spese. Litiga con i procuratori assetati di soldi, dimezza gli ingaggi ai calciatori.

Poi si prende anche la Federcalcio.

Dice che nel calcio si ispira al Manzoni: “l’utile per scopo, il vero per soggetto, l’interessante come mezzo”.

Lotito, scrive Il Fatto, lo trovi a notte fonda all’Hotel Champagne con Luca Palamara e altri magistrati che gioca “al risiko delle procure”, oppure “sulla rotta declinante di Alitalia per candidarsi al salvataggio di tutta la baracca volante”.

Quello dell’Alitalia è un vecchio pallino. Già nel 2014 assicurò che se gliela avessero data l’avrebbe messa a posto in cinque anni. Non gli credette nessuno, scrive Il Fatto. Ora che servirebbero 200 milioni per entrare nell’affare, invece, gli crede Di Maio.

Parla in prima persona e al maiuscolo, scrive Il Fatto:

“Mi credevano una meteora, invece sono sempre qua”.

“Io pe capi’dieci anni ce metto un minuto”.

Vive tra telefoni che squillano e appuntamenti improvvisi. Parla con i ministri, litiga con i giornalisti in tv.

“Prova a raddoppiare il miracolo della Lazio ora che si è comprato un pezzo di Salernitana. E vuole coltivare i giocatori “come si fa coi semi”. Non smette mai di celebrarsi: “Il pallone è per tutti, il calcio per pochi”. E di raccontarsi come un buon padre di famiglia: “In tanti nell’ambiente pensano al binomio fica & soldi, io no. Io sono monogamo convinto””.

A volte, quando lavora troppo, gli capita di addormentarsi all’improvviso, scrive Il Fatto. E di russare.

Ha un impero di 6mila dipendenti, sui quali

“ogni domenica vola alta l’aquila del suo ego dentro a un cielo dipinto di bianco e di azzurro, che non sono solo i colori della squadra, “ma anche quelli della Madonna”. Lo dice con la modestia dei devoti. Lo dice sognando un giorno di indossare le ali della santità. Quelle di Alitalia sono solo un depistaggio per chi ci crede. Un conquibus avulso che fa curriculum”.

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