Cara preside del Visconti, il 5 politico è l’ennesima protezione che danneggia i nostri figli

Stiamo crescendo una generazione di figli ultraovattati che poi saranno incapaci di reagire alle avversità della vita.

Cara preside del Visconti, il 5 politico è l’ennesima protezione che danneggia i nostri figli

Alla vigilia della chiusura del primo quadrimestre la preside di una nota scuola romana, l’istituto comprensivo Visconti, dirama una circolare con cui chiede ai suoi docenti di non mettere voti inferiori al 5 nelle pagelle degli studenti di prima media.

La dirigente, Rossana Piera Guglielmi, dà la seguente motivazione: “Ho visto troppi studenti abbandonare per un 4 in pagella. Uno studente valutato con un 2, un 3, non ce la farà a recuperare, è provato. L’insufficienza grave è un azzardo, li annichilisce”.

Cresciamo figli ultraovattati

Per la preside, in parole povere, i bambini che oggi frequentano la prima media, e che hanno 10/11 anni circa, non sono in grado di reggere le sconfitte.

E forse ha proprio ragione, perché i bambini non sono più abituati a prendere dei tram in pieno viso: ci sono sempre mamma e papà che camminano dietro di loro e spostano gli ostacoli, aprono paracadute, mettono pezze.

La verità è che i genitori di oggi – tranne singolari e secondo noi apprezzabili eccezioni – crescono bamboccini decenni e undicenni (ma purtroppo anche quattordicenni, quindicenni e oltre) nella bambagia, perdonando tutto, giustificandoli sempre, addirittura affrontando di petto i loro docenti se solo osano rimproverarli o mettergli un cattivo voto.

Dimenticano che i loro ovattati e ultraprotetti figli diventeranno probabilmente, in questo modo, giovani nullafacenti senza voglia alcuna di studiare e, poi, di lavorare, che si sentiranno autorizzati a dire e fare la qualunque, tanto ci saranno sempre mammotta e papino a metterci una toppa.

Proprio al rapporto deviato che oggi i genitori hanno con la scuola dei loro figli alludono i docenti dello stesso istituto Visconti che non hanno certo visto di buon grado la circolare ricevuta e che hanno ipotizzato che la preside si sia voluta, in questo modo, liberare dell’assedio dei genitori “importanti” con figli gravemente insufficienti.

Un livellamento verso il basso

La decisione del “5 politico” ci sembra indice di un livellamento al ribasso – purtroppo già pienamente in atto nel nostro sistema scolastico e nella società in generale per tanti motivi – di cui proprio non abbiamo bisogno. Anzi, troviamo proprio un azzardo la decisione della preside.

I nostri ragazzi, oggi, non sono più abituati al fallimento, che è poi la più significativa condizione umana dalla quale prendono avvio la rinascita, lo spirito di rivalsa, l’orgoglio e la motivazione a fare meglio, a fare di più, a ripetersi come un mantra che ce la si può fare e poi a farcela sul serio.

Si cresce anche prendendo tram in pieno viso

Non è forse educativo porre i bambini di fronte a sconfitte e permettere loro di affrontarle? Perché privarli di una esperienza simile? Prendere un tram in pieno viso è l’esperienza di crescita migliore che possiamo regalare ad un figlio. Significa riconoscerlo come essere vivente, pensante, pulsante intelligenza e capacità, dargli una prospettiva diversa, regalargli un’opportunità, strumenti per sopravvivere nella giungla che è oggi la vita. Significa rispettarlo come individuo.

E allora, perché mai il 4 di un ragazzino che non studia mai e che non si impegna dovrebbe uguagliare, in pagella, il 5 di un suo compagno che ha studiato più di lui ma che forse ancora non ha studiato abbastanza da arrivare al 6? Oppure quello di chi è da 6 ma la sua sufficienza è così risicata che i docenti al primo quadrimestre gli mettono 5 con riserva, spiegandogli che può fare di più, per spronarlo? Che male si fa ad un ragazzino spiegandogli che nella vita si riesce solo se ci si impegna e che la scuola è una cosa seria, che ha una precisa valutazione, come accade nella vita?

Ci chiediamo: quale ragazzino con un briciolo di cervello si impegnerà nello studio sapendo che tanto 3, 4 o 5 non fa differenza?

Giudicare la frustrazione dovuta ad un cattivo voto una spinta a lasciare la scuola e non invece una spinta migliorarsi dopo aver imparato la lezione, non è da interpretare come una sconfitta per la scuola tutta? Insomma, i docenti, se non possono neanche valutare liberamente un loro allievo, ma che ci stanno a fare?

Un docente, del resto, se è un bravo docente, sa anche distinguere chi ha preso 4 una volta sola e chi invece lo prende sempre perché non studia mai: il quattro del primo certo non si trasformerà in voto in pagella, ma il 4 del secondo riteniamo giusto che vada scritto nero su bianco.

I voti come strumento di comunicazione

Ci torna alla mente Paolo Battimiello, ex preside della scuola media Belvedere di Napoli, da noi intervistato qualche tempo fa, che nel gennaio 2017, al ritorno dalle vacanze natalizie, indirizzò una lettera ai suoi studenti nella quale scriveva: “Voi non siete i voti che prendete, voi siete molto più dei voti che ottenete, molto più della votazione scolastica che è solo un piccolissimo, pur importante, passaggio della vita di ciascuno. I voti non sono giusti o ingiusti: sono semplicemente una misura, magari non precisa, di quello che si sa in quel momento, possono essere uno sprone a far meglio, un atto di fiducia, un’occasione di dialogo, sono valutazioni e non giudizi su di voi, sono uno strumento di comunicazione”.

Una misura di ciò che si sa, di ciò che si è fatto, uno strumento di comunicazione. Roba da scrivere con la pittura indelebile sui muri dell’istituto Visconti.

Se la scuola abolisce il merito nei voti abolisce anche il principio di rispetto e correttezza tra gli alunni e tra alunni e docenti, riteniamo.

Impariamo a rispettare i nostri figli

Ci auguriamo che l’iniziativa della preside della Visconti resti isolata e che i docenti si ribellino. Che la scuola smetta di andare incontro alle famiglie e che lotti per tornare quella di un tempo, quando le mamme e i papà non potevano neanche permettersi di presentarsi davanti ai professori senza preavviso a difendere il proprio pargolo e quando, aggiungiamo, se il pargolo in questione mandava a quel paese un insegnante, prima prendeva una sberla in pieno viso e poi, magari, ma se proprio si era in vena di bontà, gliene si chiedeva il motivo. Speriamo che si ribellino gli stessi genitori, in un rigurgito di dignità per sé e per i propri figli.

Sì, i tempi sono diversi, è vero, ma anche i ragazzi. Quelli di oggi sono forse molto più in grado della generazione dei quarantenni o cinquantenni di superare e sopportare un fallimento di quanto crediamo. Lasciamoli provare. Solo così cresceranno. Solo così li rispetteremo come individui.

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