Perché il giornalismo americano è unito e quello italiano no

Stessa situazione, reazioni differenti. Un reporter italiano chiede il perché a una collega che lavora a New York. La risposta è nella parola libertà

Perché il giornalismo americano è unito e quello italiano no
La foto è uno screenshot del sito della Cnn

Le differenze tra noi e loro

Caro Napolista, con la vicenda PUTTANE mi è subito balzato alla mente l’annoso problema italiano del voler analizzare sempre tutto, giustissimo e sacrosanto, ma nel frattempo l’America, situazione quasi analoga, scopriva una coesione di idee incredibile. Tutta la stampa americana, quella PUTTANA e quella CASTA, si è schierata a difesa (anche corporativa) del collega, non pedissequamente, ma intimando al Presidente di non intervenire nelle scelte dei giornali e di non tentare minimamente di mettere il bavaglio a ciò che si “crede” sia libertà di stampa, nel bene o nel male.

Qui in Italia non è successa la stessa cosa e la categoria non si è presentata minimamente coesa nel rintuzzare questo attacco (giusto o sbagliato che sia, sempre un attacco generalizzato è). Ho scritto una lettera ad Angela Vitaliano, collega che vive in America, sperando di comprendere, ma prima di tutto sperando di far emergere aspetti ancora non analizzati nella discussione che imperversa nell’ambiente giornalistico italiano.

La lettera di Mario Laporta

Ciao Angela,

come ti ho sempre detto, New York e in generale gli States non mi hanno mai attratto, pur avendo girato abbastanza, mai sono stato folgorato da quella scintilla che avesse la forza di farmi comprare un biglietto e venire a conoscere quella città e quell’enorme paese, con tante anime diverse, che tu adori e hai scelto come seconda/prima casa.

Non conosco i motivi di questa mia scelta, forse, anzi, sicuramente insana, ma cosi è stato e cosi è, anche se si cambia e prima o poi mi vedrai passeggiare nella 5° strada con la stessa disinvoltura da elefante con la quale passeggio in Via Monte Napoleone a Milano… sarà che non mi piace il capitalismo, sarà che ho vissuto, sì vissuto, sulle portaerei americane per quasi due anni, sarà che ho sempre pensato di non essere gradito perché di idee politiche diverse, ma non ho mai messo piede sul suolo nordamericano.

Ho sempre pensato, però, che benché sia una giovane nazione, quel melting pot di razze, pensieri, ideologie, colori, nazionalità, storie vissute, background siano la grande forza dell’America, di quella America che in tutti i casi sa, quando vuole difendere i diritti principali del vivere comune e del bene comune.

Non so cosa scatti negli americani, quando si trovano di fronte a soprusi costituzionali, quindi soprusi che offendono e tentano di cancellare gli elementari diritti costituzionali decisi da tutti in tempi lontano, ma preveggenti, molto preveggenti,  rispetto a ciò che il futuro avrebbe potuto riservare.

Anche noi, sai bene, abbiamo una bellissima costituzione, il problema è che da noi pochi se ne fregano e, prima di tutto, nessuno la difende, mai, se non quando per ragioni politiche e di convenienza non si ergono giustamente muri a sua difesa. Ma sono solo ragioni puramente opportunistiche, non intimamente sentite, anche perché in pochi in Italia conoscono la costituzione, sai bene che nelle scuole si arriva al massimo al 6° articolo sui 12 dei principi fondanti.

Cara Angela, vorrei chiederti perché succede questo, perché c’è questa diversità di consapevolezza tra questi due popoli e queste due nazioni, noi abbiamo la Cultura, quella millenaria e come è possibile che un popolo, formato da etnie diverse, un popolo che ha massacrato i nativi di quella terra, un popolo che è pronto ad entrare sempre in guerra, sia cosi coeso, quando i principi fondamentali ed elementari della libertà e del diritto personale sono anche minimamente attaccati. Come è possibile che invece al contrario nel mio/nostro paese, si possa dire e fare di tutto senza avere la benché minima opposizione coesa e cosciente delle conseguenze.

Spiegami perché da voi nelle Americhe un giornalista, uno solo, viene offeso, zittito e allontanato dal suo posto di lavoro dalla più alta carica dello stato con modalità che non si vedevano da tempo nemmeno nelle peggiori dittature mondiali, e spiegami perché questo sopruso scatena una reazione di tutti i colleghi, ma tutti, di destra, sinistra, centro, apolitici, imparziali, e chi più ne ha più ne metta, una reazione di difesa del collega che come una sola voce intima al Presidente degli Stati Uniti d’America “i Giornalisti accreditati non li scegli tu”. E invece qui da noi, un ministro, sì va bene, anche vice primo ministro e un perfetto sconosciuto appellano tutta la categoria come sciacalli, (infimi), pennivendoli e puttane sputando anche nel piatto nel quale mangiano essendo pubblicisti entrambi e la categoria cosa fa? Si spacca, chi dice che forse è vero, chi dice che bisogna far chiarezza, altri che in fondo manifestare e ribellarsi non risolve il problema, (che è prima di tutto interno….) altri invece agiscono come la politica agisce ultimamente: sì, va bene, ma prima? Non abbiamo mai manifestato, fino a sentir dire che il miglior modo per respingere le accuse è lavorare, lavorare bene… lavorare, sì, ma dove? e a quali tariffe?

Ecco cara Angela, spiegami come è possibile questo differente sentire. E dimmi come è bello vivere in un posto dove le libertà individuali sono difese ancora da tutti, insieme.

A proposito,  qui ci pensa il presidente Mattarella a difendere la categoria, che fosse anche lui un giornalista?

La risposta di Angela Vitaliano

Caro Mario

prima di tutto grazie per questa bellissima mail che mi ha molto commosso. Sento allo stesso tempo l’inevitabile lusinga per la stima che mi dimostri e la responsabilità di provare a rispondere, in maniera spero non troppo parziale, alle tue domande.

Comprendo quando parli della scintilla che ti manca. Sono cresciuta in una famiglia di comunisti e l’America faceva parte di tutto ciò che “dovevamo” odiare. O almeno da cui dovevamo prendere le distanze. Ancora oggi, spesso, sento che la mia scelta di vivere proprio qui e, soprattutto, il mio amore per questo paese crei molta delusione persino in chi mi vuol bene. Come se avessi tradito qualcosa. Come se fossi diventata cieca e sorda. Perché sfuggono due cose, prima di tutto: che l’America non è solo ciò che abbiamo imparato (giustamente) a disprezzare e che il tempo qui passa e cambia le cose. Prima differenza con l’Italia in cui, citando il super abusato Tomasi di Lampedusa, non cambia mai nulla.

Io sono arrivata qui per una sfida: sopravvivere all’infelicità alla quale mi aveva consegnata il mio paese, togliendomi una cosa fondamentale come l’aria: la speranza.

Ero morta dentro, ma disperatamente alla ricerca della vita.

Quando sono arrivata qui, nella disperazione, nella paura, nella rabbia, mi colpirono due cose: che vicino Union Square c’era stata per molti anni una sede del partito comunista e che c’era questo senatore che correva per la presidenza, un certo Barack Obama, che ripeteva ossessivamente una frase: “sì noi possiamo”. 

Un giorno, qui a NY, durante una presentazione del documentario di Veltroni su Berlinguer, gli chiesi come facevano a dormire la notte sapendo di averci derubato di quell’afflato di speranza, di visione del futuro, di determinazione che il partito comunista ci aveva dato. 

Caro Mario, ti sembrerà strano ma io mi ero fermata a quella telefonata di mio fratello che paralizzò mio padre, perché Enrico era morto e sono tornata a vivere qui. Ad avere speranza qui. A credere nel cambiamento qui. E a credere in me stessa.

Sì è vero, questo paese ha fatto cose orribili: ha ridotto i nativi al nulla privandoli di tutto eppure martedì scorso DUE donne native  – di cui una lesbica – sono state elette alla Camera; questo paese è razzista ma ha eletto un afro americano alla Casa Bianca; questo paese è antislamico ma ha eletto una donna musulmana; questo paese è misogino, ma ha sostenuto il movimento #metoo che sta cambiando e rivoluzionando tutto. Questo paese ha fatto il Vietnam, ma ha distrutto chi il Vietnam lo aveva perpetuato. 

Questo paese impara dai suoi errori e li combatte perché crede in sé stesso. 

E in alcuni principi fondamentali: la libertà di espressione prima di tutto. E devi averci le palle – scusa il termine – per difenderla perché significa difendere il diritto di una donna ad andare in giro con il burqa se vuole farlo e di un pazzo di entrare in un cinema e urlare “al fuoco” (si, è legale farlo)

Perché la libertà di espressione non si decide o basa su quello che ci piace.

E poi ci sta l’informazione. Che della libertà di espressione è la forma più alta. 

Perché, mi chiedi, qui fra un giornalista e un presidente si sceglie un giornalista? Perché si sceglie l’America e i suoi principi fondamentali. E un presidente che attacca la libertà di espressione non è un buon americano.

Per avere il coraggio, però, di difendere i principi della Costituzione (quella americana come quella italiana) devi essere libero. Solo i liberi possono essere disposti a tutto per difendere la libertà

E noi non siamo liberi e di tutto, questo, credo, sia il nostro limite più invalicabile. L’elemento che ci impedisce di essere all’altezza di ciò che potremmo raggiungere.

I giornali non sono liberi perché i giornalisti sono quasi sempre  legati al potere: i potenti raccomandano e i giornalisti devono poi “proteggerli”; lo so si offenderanno molti colleghi ma questa è la realtà. O, peggio, i giornali sono di proprietà o finanziati da potenti che poi’ chiedono di pagare un prezzo.

E questo vale purtroppo in tutti i luoghi decisionali in cui non si è liberi perché si è legati a doppio giro di corda al potere. Pensa alla televisione pubblica. Pensa a quella privata. Pensa….. Mi viene una tristezza.

E se non c’è libertà non si può essere ribelli. Non si può chiedere o pretendere rispetto. Non si può difendere la Costituzione.

Noi non siamo liberi e in più siamo cinici caro Mario. La corruzione e l’abuso di potere ci hanno resi incapaci di credere che la nostra voce conti qualcosa. Ormai chiediamo un favore “all’amico” pure per ottenere un loculo al cimitero.

Ma se non pensi di poter avere una voce, di poter cambiare qualcosa, se sei convinto che tanto nulla cambia perché cosi sei abituato a vedere, allora credi che il tuo paese sia cosi e che chi, come me, la pensa diversamente è un povero illuso.

Vorrei davvero che venissi qui un giorno, con me cammineresti poco per la quinta strada. E capiresti non solo che NY è davvero la città meno nemica al mondo per i comunisti 🙂 ma che l’America sopravvive a tutto perché crede in sé stessa. Perché qua quando dici “we, the people” significa qualcosa.

E gli americani, quando gli fai notare una loro porcheria non dicono MAI “vabbè ma anche voi italiani”. Loro ti dicono “eh si, questo paese è un disastro” e provano costantemente ad aggiustarlo. Noi ci crediamo perfetti, sempre migliori degli altri. O, nella peggiore delle ipotesi, uguali agli altri.

Sai chi difenderà la CNN che ha fatto causa a Trump per aver sospeso le credenziali a Jim Acosta? Ted Olson. Un avvocato repubblicano, per la precisione quello che difese George Bush nel ri-conteggio dei voti contro Al Gore. Olson e’ anche colui che ha sfidato la corte suprema, con David Boies, avvocato democratico, per abolire il divieto di matrimonio fra persone dello stesso sesso in California. 

Perché’ quando si tratta di difendere ciò su cui si basa la grandezza di questo paese si annullano i partiti: si è solo americani.

Noi, italiani, non lo siamo diventati mai.

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