River-Boca mi ha fatto ricordare perché non ho più fotografato il calcio

Troppa violenza e soprattutto la politica che faceva finta di non accorgersene. Non era più sport e ho smesso di andare a bordocampo

River-Boca mi ha fatto ricordare perché non ho più fotografato il calcio
Perez il calciatore del Boca ferito a un occhio dalle schegge del vetro colpito dai tifosi del River

Ero uno dei tanti privilegiati

Sono stato uno di quelli che a detta di tanti sono dei privilegiati, i campioni li vedevo da vicino, le partite le seguivo con un occhio nel mirino, e con l’altro come gli allenatori e gli addetti del calcio professionistico.

Ero a bordo campo, Campionato, Coppe, partite della nazionale. La richiesta che mi veniva fatta da amici e conoscenti era sempre la stessa, “Posso venire con te? Ti porto la borsa”, Avrei voluto farlo, con tutti, ma non era possibile, giustamente non era possibile, a bordo campo avrebbero dovuto esserci soltanto gli addetti ai lavori, i fotografi, i raccattapalle e quei pochi Vigili Urbani che insieme agli uomini della Polizia di Stato erano come noi i “privilegiati”.

Io facevo fotografie, i colleghi potranno dirvi che ero pure abbastanza bravino, facevo fotografie delle azioni, dei calciatori, dello spirito atletico e competitivo che animava quegli anni.

Ho visto giocare Dirceu, Maradona, Giordano, Careca, Gullit, Van Basten, Seedorf  e Weah e poi Baggio, Zola, Ferrara, Ibraimovic, ho fotografato Sacchi, i Dioscuri di Eupalla Mancini e Vialli e tanti altri ancora,  il calcio non mi ha mai appassionato come la Formula1 o il Motomondiale o come la Vela o il Tennis, ma mi piaceva fotografarlo, lo facevo con piacere e passione, imparando dai colleghi più esperti e passionali.

Avvertii che le cose stavano cambiando

Poi un giorno mi resi conto che non era c’era più quella passione in me, me ne resi conto quando se ne resero conto in tanti, il calcio cambiava, il calcio e le regole che per anni lo avevano cresciuto e fatto diventare uno sport di valori erano finite, erano state spazzate via.

A bordo campo cominciavano a girare strani individui, come poi alcune indagini giudiziarie hanno appurato, sugli spalti non c’erano più soltanto i tifosi che al massimo ti gridavano “fotografo, spostati un po’ che non ci fai vedere la partita”, ma cominciavano a piovere monete e bottiglie d’acqua, ovviamente piene. Cominciavi, tu fotografo a bordo campo ad essere bersaglio di razzi e bengala e gli schermi dei tuoi computer, i primi che si portavano sul campo, venivano presi di mira da lanci di pietre e monetine, con il risultato che ogni due mesi eri costretto a cambiare e comprare un indispensabile oggetto di lavoro nuovo.

No, non mi piaceva più e allora dissi basta, anche a discapito dello sviluppo della mia carriera professionale, sì, perché nelle agenzie essere disponibili per le partite di calcio è basilare per la carriera, se non fai le partite, ti tocca fare altro e coprire fotograficamente cose che in genere non sono le notizie più belle…

Dissi basta, anche perché non vedevo le dirigenze delle società ansiose di contrastare questi atteggiamenti che andavano sempre più nella direzione della violenza organizzata e non estemporanea come eravamo stati saltuariamente e a dire il vero, raramente abituati a vedere, mitica fu la protesta dei tifosi durante la partita Napoli vs Swindon Town al San Paolo negli anni  ’70, ma ben altri episodi ci sono stati nel frattempo in tutti gli stadi italiani, dal motorino di San Siro agli assalti ai fotografi dell’Olimpico durante le invasioni di campo.

Ho lasciato questo ambiente oltre quindici anni  fa. No, non faceva più per me, ho amato lo sport, ho partecipato a gare nazionali di atletica leggera, ho avuto insegnamenti di lealtà e sana competizione, ho preferito rimanere con ricordi positivi di uno sport che non ho mai amato ma mi piaceva.

Oggi è peggio, oggi ci si spara, ci si uccide, ci sono bande che non vengono fermate, organizzazioni criminali che pensano a lucrare su ciò che la grande finanza già lucra da tanto. Il piatto è ricco, ricchissimo e allora ognuno crede di poter entrare nel giro. Non bastano inchieste giudiziarie, si trova sempre una giustificazione, perché la regola che lo show deve continuare ad andare avanti è legge, mica un consiglio.

Lo show va avanti anche se sugli spalti ci sono 39 morti come all’Heysel o giovanissimi in fin di vita all’esterno che tragicamente moriranno giorni dopo.

River-Boca

The show must go on, il diktat imposto oramai anche dalle televisioni che hanno investito fantamiliardi in questo sport.

Lo spettacolo continua, anche se una parte di una città assalta l’autobus della squadra avversaria, ovviamente con i giocatori a bordo, spacca i vetri, manda all’ospedale due calciatori, produce scontri fuori lo stadio, tra tifoserie e polizia, ma le autorità preposte, la Federazione Argentina, e le autorità sanitarie dicono che sì, comunque la partita si può giocare. Anche se poi raggiungono un compromesso col rinvio di 24 ore.

È Argentina, è oggi, ma è tutto il mondo, è dovunque dove il business oramai ha soppiantato lo sport, dove a dire il vero non si vedono più calciatori, ma automi che corrono 90 minuti senza più regalare le emozioni delle stelle citate prima.

Ho abbandonato le riprese del calcio da quel posto privilegiato che era il bordo campo, non me ne pento, ho fatto spazio a chi sicuramente più appassionato di me starà gioendo per questa posizione, ma ne sono certo, non sentirà la pelle accapponarsi per una giocata impensabile e improvvisa di quelli che erano campioni anche solitari. Sicuramente incontrerò questo collega al di fuori dello stadio, dove purtroppo documenteremo insieme fatti di cronaca nera, legati, però, sempre al più bel gioco di squadra del mondo.

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