Marco Rossi emigrante di successo, oggi ct dell’Ungheria: «Bisogna saper mettersi in gioco»

Intervista al Napolista: «Non è stato facile, i primi tre anni ho lavorato quasi gratis. Alleno anche grazie a Bielsa. La tattica è l’unica cosa che puoi insegnare in Nazionale»

Marco Rossi emigrante di successo, oggi ct dell’Ungheria: «Bisogna saper mettersi in gioco»

«Sulla carta la nuova Nations League sembra una buona idea, perché partite che valgono tre punti si giocano con piglio diverso rispetto alle amichevoli». È un giudizio positivo, quello di Marco Rossi, da giugno scorso ct dell’Ungheria, sulla nuova competizione Uefa. A Budapest, Rossi ha costruito la sua carriera da allenatore, dopo un inizio difficile nelle serie minori in Italia. Classe 1964, nei suoi anni da giocatore Rossi è stato un difensore di buon livello: ha esordito in Serie A appena ventenne, con la maglia granata del Torino (club in cui è cresciuto), poi qualche stagione tra la C1 e la B, per tornare sui campi della massima serie con le maglie di Brescia e Sampdoria. Dopo i trent’anni la sua carriera ha avuto una svolta con le esperienze all’estero, con i messicani del Club America prima, in Germania con l’Eintracht Francoforte poi. Due tappe fondamentali che lo hanno convinto a tentare la strada della panchina.

Dal 2012 allena in Ungheria dove è diventato una figura importante del panorama calcistico nazionale grazie ai successi alla guida dell’Honved (compresa una vittoria in campionato nel 2016-2017). Dopo una tappa in Slovacchia nella scorsa stagione, con il Dunajská Streda, la federazione ungherese ha deciso di affidargli l’incarico da ct. Quella di sabato 8 settembre sarà la sua prima partita ufficiale sulla panchina della nazionale magiara – alle 18 contro la Finlandia, nel girone C – e Rossi ha trovato diversi motivi per partire subito forte: per una nazionale “piccola” come quella ungherese, qualificarsi a Euro 2020 senza affrontare le formazioni migliori è un’occasione da non perdere. Raggiungere la massima competizione continentale per nazionali è il vero obiettivo per Rossi, «anche perché si giocherebbero quattro partite in Ungheria, ed è una grossa opportunità per noi».

Una domanda, mister Rossi, a questo punto è d’obbligo: come sta la nazionale ungherese?

«Viene da un biennio di disfatte e si è persa fiducia a molti livelli. Ma i risultati scadenti degli ultimi anni secondo me non rispecchiano il reale valore della squadra. Probabilmente dopo l’Europeo molti giocatori si sono sentiti appagati e l’hanno scontato a livello di risultati. Le qualità ci sono, bisogna far leva sull’orgoglio e sulla motivazione. Anche per capire chi di questo gruppo ha ancora queste componenti dentro di sé».

Il suo giudizio sulla Nations League è positivo, però giocare subito partite da tre punti ha i suoi svantaggi.

«Questa non è una nazionale giovane, bisognerebbe ringiovanirla e non c’è molto tempo, quindi bisognerà lavorare su questo gruppo, su aspetti psicologici ed emotivi. Poi i giovani si inseriranno gradualmente. Non avendo amichevoli a disposizione non puoi schierare una squadra di persone che non hanno mai giocato insieme o che calcisticamente non si conoscono. Ci vogliono automatismi che sono fondamentali».

A proposito di automatismi: è vero che quando si allena una nazionale non si può fare granché a livello tattico?

«Secondo me, invece, si può lavorare solo su aspetti di questo tipo. Mi spiego: le convocazioni coinvolgono solo i giocatori migliori e più in forma. Poiché sono già in forma non ha senso lavorare su qualcosa che non è tattica. Devi preparare le due partite che giocherai. Prepari la partita sui tuoi giocatori, su come gioca l’avversario. Ma è un lavoro prevalentemente tattico».

E magari avere un blocco di giocatori che quegli automatismi li ha già, perché vengono tutti dalla stessa squadra, aiuta un po’.

«È un grande vantaggio. Per esempio qui Videoton e Ferencvaros hanno i migliori giocatori ungheresi, e ne mandano sempre 4 o 5 in nazionale. Poi se hai un reparto intero della stessa squadra, come per anni l’Italia con la difesa della Juve, hai dei grandi vantaggi perché hanno già quegli automatismi che altrimenti dovresti costruire».

Lei per il calcio ungherese è una figura importante. Come ha reagito alla notizia dell’incarico da ct?

«Ho visto la nomina semplicemente come il coronamento di un percorso che per me è iniziato da zero, nel 2012, quando ero stato accolto con un minimo di scetticismo. Perché venivo dall’Italia, sì, ma venivo al massimo da esperienze di C1. Il curriculum era un po’ scarso. Per la mia carriera da allenatore si parla di un prima dell’Ungheria e dopo l’Ungheria».

C’è un sentimento di rivalsa verso un calcio, quello italiano, che non ha saputo o voluto valorizzare le sue capacità?

«In Italia abbiamo tantissimi tecnici preparati, bravissimi. Secondo me Coverciano è la miglior scuola del mondo, che forma tecnici di primo livello. L’unica cosa che mi infastidisce è che a me non è mai stata data l’opportunità di allenare a certi livelli, nemmeno per sbaglio. L’Ungheria mi ha dato l’occasione di allenare in prima divisione. Io dico sempre che ogni risultato che ottieni non ha valenza in assoluto, ma va sempre rapportato al punto di partenza. Ho colleghi che dopo aver smesso di giocare hanno avuto subito l’opportunità di allenare in Serie A o B. Io ho fatto tanta gavetta. La Berretti, la Serie C. Poi andai a La Spezia in Serie D dopo il fallimento, ma non c’erano nemmeno le scrivanie. Ci sono state diverse difficoltà nella mia carriera e devo dire che dopo la spiacevole parentesi di Cava de’ Tirreni avevo quasi deciso di fare altro».

Poi cos’è successo?

«Poi per caso sono andato a Budapest, dove ho rivisto un amico mio di vecchia data, conosciuto quando giocavo in Germania, quindi quasi vent’anni prima (stagione ‘96/’97, ndr), oggi fa il ristoratore. Lui e mia moglie hanno spinto perché andassi a parlare con il direttore dell’Honved – un italiano – ma io quasi non volevo. Hanno dovuto convincermi e alla fine chiamai il direttore Fabio Cordella. Insieme all’attuale presidente, mi diede l’opportunità di allenare. E da lì in avanti c’è stata una seconda parte della mia carriera calcistica».

La decisione di spostarsi in un campionato minore ha dato una spinta alla sua carriera. La consiglierebbe a un giovane allenatore?

«Non saprei, è dura. Posso dire, però, che in Italia ci sono tantissimi allenatori che escono da Coverciano e non c’è posto per tutti tra Serie A e Serie B. Molti giovani dovranno andare via e cercare un posto in un campionato minore. Se vuoi metterti in gioco a volte devi andare all’estero. Ovviamente è prima di tutto una scelta di vita: è una prospettiva completamente differente. Io, ad esempio, i primi anni ho guadagnato poco e niente, avevo grandi spese perché dovevo spostare la mia vita in Ungheria. Praticamente per i primi tre anni ho lavorato quasi gratis. Poi ci vuole la disponibilità di mettersi in gioco, e devi avere almeno l’opportunità di farlo, di dimostrare qualcosa. Una volta avuta dei guadagnarti tutto il resto sul campo».

Prima ha citato Coverciano come eccellenza. Perché è così buona come scuola?

«A Coverciano ho frequentato due corsi e ho preso due patentini. Lì c’è sempre confronto, si vede il calcio nella sua interezza, nella sua evoluzione. E non si rimane ancorati a stereotipi del passato. Da questo punto di vista Coverciano prepara benissimo».

Anche da giocatore lei ha avuto esperienze all’estero (In Messico e in Germania), dove ha conosciuto allenatori molto diversi. Direbbe che gli allenatori italiani hanno una marcia in più?

«Paradossalmente i migliori allenatori che ho avuto io non sono italiani. Ho avuto la fortuna di lavorare con Eriksson, con Lucescu, con Bielsa. Quest’ultimo l’ho avuto come allenatore al Club America, a Città del Messico. Dal punto di vista tattico è il numero uno. Da lui ho voluto prendere l’ossessione per la tattica e la passione per il gioco in generale. Quando sono andato in Messico ero un po’ in là con gli anni già cominciavo a fare qualche pensiero sulla carriera di allenatore. Poi ho conosciuto Bielsa e sono rimasto impressionato. La meticolosità e l’ossessione con la quale ci faceva lavorare, anche nei dettagli che fino ad allora nessun allenatore considerava, è stato un precursore. Ha fatto cose importanti, ma forse in carriera non ha raccolto quanto meritava. Mi prendo la libertà di dire che forse è stato solo perché dal punto di vista caratteriale è un tipo particolare, ma mai per motivi di campo. Anche Lucescu è stato un maestro sotto l’aspetto tattico, ma è il top soprattutto quando si tratta di far crescere i giovani».

Lei ha visto diversi campionati, da allenatore e da giocatore, dove sono le differenze più grandi tra una grande lega e una minore?

«In Ungheria, ad esempio, le strutture sono ottime, praticamente tutti gli stadi della Prima Divisione, ad esclusione di quello dell’Honved che verrà ristrutturato a breve, sono nuovi, ristrutturati. Sono belli. Poi stanno mettendo su grandi accademie, perché la federazione e il governo hanno capito che sono fondamentali. Le differenze maggiori, dunque, sono legate semplicemente ai soldi che vengono dall’alto, da fuori. Perché quelli sono in grado di attirare i giocatori migliori. È quella l’unica differenza, secondo me. E i giocatori fanno la differenza. Campionati come quello ungherese e slovacco (dove Rossi ha allenato, ndr) per alzare l’asticella dovrebbero aumentare il budget. Ma poi rischiano di stonare con i salari medi dei cittadini, che lì sono molto più bassi, e si creerebbe una scomoda disparità. Poi ci sono anche giocatori di livello. Lo Zilina in Slovacchia ha appena venduto all’Empoli Samuel Mraz, un attaccante di 20 anni, e il difensore David Hancko alla Fiorentina (vent’anni anche lui). Le società sono costrette a farli andare via giovane perché a certe cifre non possono trattenerli. Se migliorare le strutture è un’ottima base, alzare il budget è lo step successivo per convincere i migliori a rimanere e allo stesso tempo attirare giocatori forti».

Dal punto di vista dei calciatori, invece: quali sono le difficoltà principali a cui vanno incontro  quando arrivano in Serie A (o in Premier, in Liga, in Bundes) da un campionato come quello ungherese o slovacco?

«Guarda Skriniar, è un esempio tipico. Alla Samp ci ha messo qualche mese ad ambientarsi, ed è fisiologico. Poi ha fatto vedere tutte le sue qualità ed è stato venduto all’Inter, non una squadra qualsiasi. Vuol dire che se c’è il talento non ci sono problemi a livello di gioco. Nella nazionale slovacca c’è un giovane compagno di reparto di Skriniar, Ľubomír Šatka del Dunajská Streda, che per pochi soldi può fare molto bene in Italia, Spagna, Germania o Inghilterra. Dopo un minimo di adattamento potrebbe già essere pronto. Parliamo dei migliori, chiaramente, ma lì, in Slovacchia, c’è un ritmo di gioco abbastanza vicino ai nostri standard. Questo aiuta. Quello che manca è la qualità media. In Ungheria invece quello che ho notato è che questi ragazzi pur avendo talento è come se si saziassero troppo presto, perdono troppo presto la voglia di arrivare e di migliorarsi. È un aspetto psicologico molto delicato. E la psicologia nello sport non si può trascurare».

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