Dal dito medio ad Henry, la Juventus è l’eccezione negativa della carriera di Ancelotti

Errori tecnici e di valutazione, zero trofei in due stagioni e mezzo. E un rapporto pessimo con un ambiente avverso fin dai primissimi giorni.

Dal dito medio ad Henry, la Juventus è l’eccezione negativa della carriera di Ancelotti

Il dito medio

C’è un momento, lungo la carriera di Carlo Ancelotti, in cui l’allenatore emiliano ha perso il suo aplomb. Un momento in cui la sua proverbiale bonomia si è trasformata in un livore incontrollato, sotto gli occhi delle telecamere. Era allenatore del Milan, Carlo, e fece il dito medio alla curva Scirea. A casa della Juventus, allora era il Delle Alpi. Ne abbiamo scritto qui, quando in estate raccontavamo il suo arrivo a Napoli:

Sono stato un giocatore della Roma negli anni Ottanta e l’avversaria era la Juve, sono stato un giocatore del Milan e l’avversaria era la Juve, ho allenato il Parma e per lo scudetto giocavamo contro la Juve: mi vedono come un nemico, punto e basta. Le cose non sarebbero mai cambiate e non cambieranno mai. Sono pochi poveracci in mezzo a tante gente perbene, magra consolazione. Era dedicato a loro il dito medio che una sera, da allenatore del Milan, ho alzato verso la curva Scirea. Gente di poca fantasia, sempre il solito coro: «Un maiale non può allenare». Mi fa tremendamente girare i coglioni. È un’insopportabile mancanza di rispetto verso la figura del maiale.

Che può allenare. Eccome se può. E anche vincere, alla faccia loro e di quella ben più simpatica di due miei amici di Parma, tifosi veri della Juventus, i primi a cui ho pensato dopo la Champions League vinta contro i bianconeri all’Old Trafford. Benedetto sia quell’ultimo rigore di Shevchenko a Manchester. Ho comprato due salami, li ho infiocchettati e portati a destinazione, con doppio bigliettino: «A voi il salame, a me la Coppa». Hanno riso, l’hanno presa. Perché mi conoscono meglio di altri. Sanno come sono fatto: io la coppa quasi sempre la mangio, ma quando posso la vinco.

Il peggio di Carlo

Tutto ciò che di negativo si può pensare di Carlo Ancelotti è legato alla Juventus. Quello bianconero è l’unico club con cui il tecnico emiliano non sia risuscito a stabilire un’empatia. Oggi, in conferenza stampa, ha parlato bene della società e dei giocatori incontrati nei suoi due anni e mezzo colorati di bianconero. Non una parola sui tifosi, e dopo aver letto il paragrafo precedente è facile capire perché.

Poi, c’è il lato tecnico. Eccome, se c’è: due stagioni e mezzo con zero trofei, anzi con uno scudetto già vinto gettato alle ortiche, una semifinale di Champions perduta contro il Manchester United e una rimonta abbozzata e mai conclusa contro la Roma di Capello. Proprio oggi, il sito L’Ultimo Uomo ha pubblicato un lungo pezzo che racconta cos’è andato storto tra Ancelotti e la Juventus. C’è anche lo 0-4 subito in casa del Celta Vigo (Coppa Uefa 1999/2000), c’è il pantano di Perugia, in cui la Juventus consegnò lo scudetto alla Lazio, addirittura la clamorosa sconfitta in casa del Panathinaikos. C’è tutto, punto per punto, sconfitta dopo sconfitta. Una lettura consigliata.

Ancelotti

Una foto storica di Ancelotti con Conte alle spalle

Da quell’esperienza, nasce la leggenda di Ancelotti perdente di successo. Il suo Parma (biennio 1996-98) era una grande squadra ma non poteva avere l’obbligo di vincere. La Juventus, invece, ha deciso di costruirsi un codice genetico che impone il successo, che lo esige. E allora Ancelotti approda al Milan (autunno-inverno 2001) con un’etichetta scomoda, quella del tecnico bravo che però non vince mai. Se la staccherà di dosso proprio contro i bianconeri, con la Champions 2003. Era un Ancelotti diverso, cresciuto, che a Torino aveva fatto i conti con la necessità di essere elastico dal punto di vista tattico. Ma aveva commesso anche errori madornali. 

Titi Henry

Oltre le sconfitte in campo, l’Ancelotti juventino è anche un allenatore che sembra avere poco acume progettuale. Eredita la squadra di Lippi, e dentro c’è anche Thierry Henry. Lui lo schiera esterno, qualche volta nel suo 4-4-2 e qualche altra addirittura in un 3-5-2 costruito sull’estro di Zidane. Errore di valutazione e di sottovalutazione, il francese viene ceduto all’Arsenal per 27 miliardi. È l’estate del 1999, la stessa in cui a Torino arrivano Van der Sar e Kovacevic, Oliseh e Bachini. L’anno dopo è il turno di Paramatti, O’Neill e Carini. Campagne acquisti non proprio luccicanti, col senno di poi. Certo, poi ci sono anche Zambrotta, Tudor e Trezeguet, che diventeranno leggende bianconere. Solo che il francese, tra l’altro ex gemello di Henry al Monaco, sarà sacrificato il secondo anno sull’altare di Pippo Inzaghi (appena 18 partite da titolare su 34 per l’attaccante francoargentino, eppure condite da 14 gol). Come dire: un altro piccolo errore di valutazione, anche se parliamo in ogni caso di due fuoriclasse. Il capolavoro al contrario di Henry resta inarrivabile.

Il resto del racconto si esaurisce in un rapporto non felice (eufemismo) con l’ambiente, che non gli perdona niente. Per sostituirlo sarà varato il ritorno di Lippi, nell’estate del 2001. Proprio contro di lui, a Manchester, Ancelotti consumerà la vendetta più attesa. Certo, poi dopo arriveranno altre sconfitte contro i bianconeri: la Supercoppa del 2004, i campionati di Calciopoli (2005 e 2006) persi sul filo di un duello continuo, dopo qualche anno sarà la volta della vendetta europea, la semifinale Champions del 2015 persa dal Real campione in carica proprio contro Allegri e la sua Juventus. Ma siamo già in un mondo troppo diverso, troppo lontano dai primi anni Duemila. Ancelotti era già diventato il leader calmo, una specie di santone della vittoria. Domani sarà accolto (probabilmente male) nell’unico universo che non ha saputo/voluto accoglierlo, capirlo. Vedremo come andrà a finire, tre anni e mezzo dopo l’ultima volta.

ilnapolista © riproduzione riservata