Napoli-Milan amarcord: Novellino detto Monzon, sfiorare e poi abbracciare l’azzurro

Calcio in Soffitta / Walter Novellino ha un posto nella storia del Napoli: la promozione da allenatore del 2000, un trasferimento sfiorato in azzurro.

Napoli-Milan amarcord: Novellino detto Monzon, sfiorare e poi abbracciare l’azzurro

Da calciatore, poi da allenatore

Si sono rincorsi, cercati, amati e poi lasciati con un divorzio, Novellino e il Napoli. Una storia d’amore che poteva iniziare già negli anni ’70, forse continuare negli ’80 quando il giocatore era nel pieno della maturità e finire con l’ingaggio da allenatore nella stagione 1999-2000. Non tutti questi eventi si sono verificati ma l’irpino-brasiliano è rimasto legato al Napoli e a molti tifosi non andò mai giù il cambio repentino con Zeman, una scelta di Corbelli.

Quando Walter Alfredo Novellino approda al Milan dal Perugia, Nils Liedholm pratica già un calcio offensivo e con giocatori molto tecnici. Un calcio che può permettersi anche di esaltare le doti anarcoidi e a briglie sciolte di un cavallo di razza come Novellino, un atleta che trova la sua definitiva consacrazione coi rossoneri, uno dei protagonisti dello scudetto della stella milanista. Un ragazzo che, da Montemarano in provincia di Avellino, era emigrato con la famiglia in Brasile, a San Paolo, negli incerti anni ’50. Il padre, Giuseppe, un meccanico, è un comunista con la testa dura ed è per questo motivo che chiama il figlio Walter Alfredo Amato e…. Lenin. Sì, lo chiama così, questo dice l’anagrafe.

Dici Brasile e dici futebol. È così che il piccolo Walter Alfredo inizia a dare i primi calci in strada, inizia ad amare la sfera di cuoio che gli darà il pane da grande. Tifa per il Palmeiras e gioca a piedi nudi per non rompere l’unico paio di scarpe che il papà gli può comprare. Nonostante questo ‘handicap’ il bambino apprende il dribbling, il tocco di palla, la tecnica che possiedono già i suoi amichetti, nati per giocare a calcio.

L’esordio contro il Napoli

Quando torna in Italia è il 1964, Walter parla prevalentemente il portoghese e qualche parola dialettale. Sembra uno straniero ma nelle sue vene scorre sangue campano. La famiglia si disunisce, il papà va a lavorare a Milano nell’Italia del boom economico e la mamma ed i fratelli ritornano a Montemarano. Quello che non passa, nonostante ogni giorno Walter debba viaggiare per fare le scuole medie, è l’amore per il calcio. Il giovanotto, con la faccia da ‘indio’, continua a giocare dove può.

È un bambino tenace, ha un dribbling notevole e tecnicamente è davvero bravo. Di lui si accorge il Legnano e a 17 anni è già in serie C. Si mette in luce, fa tutto il campionato ma realizza solo un gol. Evidentemente non può fare il centravanti, è bravo dalla trequarti fino all’ultimo passaggio ma non è uno sfondatore di reti. La leggenda racconta poi che, per il suo aspetto fisico, un po’ scapigliato, un po’ ribelle, un po’ per le movenze in campo, un osservatore del Torino lo nota e lo paragona addirittura a Gigi Meroni. Così nel 1972-73 Novellino esordisce in Serie A collezionando la sua unica presenza. E contro chi gioca il Toro quel giorno? Ma col Napoli, diamine! È 0 a 0 al Comunale e il diciannovenne granata è guardato a vista da Pogliana. Così si faceva col calcio di una volta. Il numero 3 marcava il 7, la maglia Walter Alfredo l’aveva già scelta.

Monzon

Il passaggio in granata non lascerà un grande segno in lui se non per quello che gli rimane per tutta la vita. Il soprannome, “Monzon”. Glielo affibbia il capitano dei granata, Giorgio Ferrini, per la vaga somiglianza col Carlos pugile argentino. Il ‘nickname’ sembra alquanto azzeccato anche per le qualità di Novellino in campo. È uno che non molla mai, lotta sempre su ogni palla, ha coraggio nei contrasti e tende sempre ad andare all’attacco. Un perfetto figlio di quello che poi chiameranno il “tremendismo granata” che avrà i suoi epigoni nella squadra che Radice porterà allo scudetto nel 1975-76. I dirigenti del Toro, però, lo mandano a farsi ulteriori ossa nella Cremonese in C e da qui passa ad Empoli, sempre in terza categoria. È l’anno decisivo perché Novellino inizia ad incantare con finte funamboliche, colpi alla brasiliana e qualche gol. Lo cercano dalla serie A. E qua entra in ballo il Napoli.

È l’estate di Savoldi, chiamiamola così, e a giugno del 1975 Sport Sud esce con una clamorosa notizia. “Novellino è virtualmente del Napoli”. Si parla di milioni pagati, di visite mediche prenotate, della nuova ala che nel Napoli andrà a fare i cross per la testa di Savoldi. Invece la notizia, come una bufala dei tempi nostri, muore. E nessuno seppe mai come andò veramente a finire. Il fidanzamento non si fece, di matrimonio era presto per parlarne. È il Perugia, appena promosso in A, che lo acquista e con il quale gioca tre splendidi campionati. Walter Alfredo è in campo col 9, è un animale sciolto, imprevedibile, inventa giocate, è frizzante e duro da tenere per i difensori avversari. Novellino è un ‘crack’ perché toglie il posto ad un idolo come Sollier, altro noto ‘compagno’ come il papà, e non esce più di squadra. D’Attoma, il presidente dei grifoni umbri, resiste tre anni, poi cede. Il Milan offre una cifra ‘blu’ per il suo gioiello e le casse sociali del Perugia non possono rifiutare.

In rossonero

Lui al Milan, chi l’avrebbe mai detto. Al cospetto di Gianni Rivera, il ‘golden boy’ del calcio italiano, l’idolo indiscusso di una generazione. Più che al cospetto, Novellino ci deve giocare al fianco ma non ha paura, temprato dalla vita dura trascorsa in Brasile, dalla voglia di arrivare. Walter non ha paura della metropoli e lo dimostrerà sul campo. Sono, infatti, anche suoi i gol decisivi per lo scudetto del Milan. 2 a1 sul Verona e 3 a 1 col Catanzaro, in entrambe le partite di fine stagione, c’è il suo marchio. Quello scudetto è anche un po’ suo.

Nell’anno della stella il Milan arriva al San Paolo il 26 novembre del 1978. In quella squadra ci sono anche tre futuri napoletani, Boldini, De Vecchi e Buriani ma c’è anche Albertosi in porta, Collovati stopper, Maldera irruento terzino di fascia, un giovanissimo Baresi che già comanda la difesa, una mente pensante come Bigon e naturalmente lui, sua maestà Gianni Rivera. Il dieci del Milan fa un partitone, è il migliore in campo in senso assoluto con il trottolino Filippi. In un collettivo così funziona persino Chiodi che, obiettivamente,  è poca cosa.

Napoli-Milan

Il tempo si incupisce col passare dei minuti, il cielo si fa scuro soprattutto nel secondo tempo. La prima frazione di gioco si apre, invece, col sole. È sotto un cielo terso, infatti, che i napoletani festeggiano il gol di Savoldi. Sono passati 4 minuti, Bruscolotti avanza e dalla fascia sinistra fa partire un cross che è raccolto da Pellegrini il quale, di testa, rimette a centro area dove arriva”Beppe-gol”, in anticipo su Collovati, che, con una capocciata tremenda, buca Albertosi. Dopo un eccellente primo tempo il Napoli tira un po’ i remi in barca ed il Milan, infiammato da uno splendido Rivera, inizia a comandare il gioco.

Il pari meritato arriva per una genialata del ‘golden boy’ che frega Castellini. È  il ’56 e l’arbitro Ciulli, vittima anche di un infortunio al polpaccio nei primi minuti di gioco, assegna una punizione ai rossoneri. Rivera finta di appoggiare a Maldera, notoriamente un terzino dalla botta esplosiva, ma allunga a sorpresa a De Vecchi che, da fuori area, beffa un esterrefatto Castellini.

E Novellino? Lui è campano d’origine, non lo dimentica e fa una buonissima partita davanti ad un pubblico che poteva essere il suo solo tre anni prima. La pagella del Roma riporta questo giudizio : “Voto 7 – Novellino è un signor giocatore. Più lo “pestano” (e lo hanno fatto), più si esalta. Vinazzani è riuscito, comunque, a tenergli validamente testa”.

Il passaggio ad Ascoli

Novellino resta al Milan per quattro anni, è fedele al diavolo anche quando la squadra, per il calcio scommesse, finisce in serie B. Quando sente che deve cambiare aria, lo fa ritornando in provincia e ritrova nuova linfa ad Ascoli, comprato da Rozzi. Due anni nelle Marche dopo le scorie di Milano e poi il clamoroso ritorno al Perugia dove gioca per un altro biennio. Chiude malinconicamente la carriera a 34 anni al Catania ed ancora oggi ci chiediamo come un giocatore della sua ‘specie’ non abbia giocato di più e perchè nessuna altra grande, oltre il Milan (ed il Napoli?), lo abbia mai cercato. La verità probabilmente risiede nella sua voglia di passare all’altra parte della barricata, ad insegnare calcio, a fare l’allenatore. Inizia così, ancora nel Perugia, la sua attività coi giovanissimi del rosso grifone.

Finalmente Napoli

A 40 anni comincia seriamente col Gualdo e vince il suo primo campionato portando la squadra in serie C1. Poi domina il campionato a Venezia portando i lagunari in Serie A ed ottiene una miracolosa salvezza l’anno dopo. È qui, in questa fase, che arriva la proposta del Napoli, Novellino appare come un vincente e per gli azzurri è disposto anche a scendere di categoria. La squadra partenopea, infatti, è in B e sta cercando la quadra per tentare di salire in serie A.

Ferlaino parte dal tecnico e sceglie l’uomo dai quattro nomi. Uno tosto, uno che mette le regole nel gruppo, uno che ha un’idea di gioco offensiva, uno che se porta il Napoli in paradiso è felice come un… napoletano. Ebbene l’impresa riesce con Oddo e Turrini, Schwoch e Stellone, Lucenti e Matuzalem, Magoni e Mora, Lopez e Nilsen, Coppola e Bandieri, Scapolo e Bellucci, Robbiati e Lombardi, Asta e Miceli.

A fine campionato la sorpresa non è più sorpresa. Novellino, sapendo che il Napoli avrebbe puntato su Zeman l’anno successivo, saluta tutti con un ‘arrivederci’ già nell’ultima gara casalinga, quella col Genoa. Fu così che diede la sua parola al Piacenza e rinunciò malvolentieri alla conquistata A con gli azzurri. Lui che, come tutti i giocatori, quella domenica era entrato in campo col ciuffo colorato d’azzurro. Un addio inatteso per un allenatore che aveva dato tanto e che si era legato al Napoli in modo viscerale. Forse in quegli scugnizzi che popolavano il San Paolo si rivedeva un pò a dare calci ad un pallone. Del resto era San Paolo anche lì, in Brasile.

 

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