Alberto Angela, Napoli e l’aumento di cittadinanze onorarie

Con de Magistris si è avuto un’impennata di riconoscimenti. Forse per supplire a quei tanti napoletani che sono andati altrove.

Alberto Angela, Napoli e l’aumento di cittadinanze onorarie
Alberto Angela a Pompei

Il primo fu Philòstratos di Askalon

Pare che il primo, fonte Wikipedia che però sottolinea l’incompletezza dell’elenco, sia stato Philòstratos di Askalon tra il 97 e il 96 avanti Cristo. Questo commerciante e banchiere di Delo pare, e sottolineo il pare, sia stato il primo cittadino onorario di Napoli che a quei tempi, nostro Signore non era ancora venuto alla luce, doveva essere una città tanto bella quanto attaccata al vile denaro come una qualsiasi metropoli nordica. Non sarà stato certo un caso se Napoli sceglie i primi “acquisti celebri” tra commercianti e banchieri provenienti dalla madre patria greca. Pochi fronzoli, niente amore e spirito divulgativo per la pizza, il Vesuvio o il mandolino: la Napoletanità, concetto astratto come una razza, allora si comprava con i soldi, come dimostra la gran quantità di commercianti e banchieri assurti al ruolo di cittadini onorari nei secoli successivi.

Garibaldi e Cialdini

Bisogna aspettare la Napoli post-unitaria per vedere nomi più noti entrare nella hall of fame del Golfo. Primo, e non sarebbe potuto essere altrimenti, è stato l’Eroe dei Due Mondi che aveva appena conquistato la città in nome e per conto dei Savoia. Ma insieme con Giuseppe Garibaldi fu insignito della Napoletanità onoraria anche Enrico Cialdini, il generale che, sempre in nome e per conto dei Savoia, affogò nel sangue della repressionela piaga del brigantaggio in alcune aree dell’ex Regno delle Due Sicilie.

Ad onor di cronaca va aggiunto che il fu Cialdini è stato degradato a italiano semplice da un ordine del giorno votato dal Consiglio comunale di Napoli il 20 settembre 2017. Destino infame che lo accomuna a Benito Mussolini, nel ’24 salutato come Napoletano doc e poi declassato nel ’44, quando ormai era duce solo nel nord del Paese.

Napoli in certe cose assomiglia ad una qualsiasi dittatura comunista: riesce a cancellare gli onori dalla memoria e anche alla memoria!

Gli anni Novanta

Nell’era repubblicana – quella italiana – La Napoletanità onoraria è stata concessa con una certa parsimonia. Nel ’47 fu data ai patrioti che avevano combattuto durante le Quattro Giornate. E bisognerà aspettare gli anni Novanta, quelli dei Mondiali in Italia, per assistere ad un aumento della popolazione grazie al censo dei titoli di merito. Apre la lista il filosofo Hans Georg Gadamer seguito in rapida successione temporale dal fisico Antonio Zichichi, Renzo Arbore, Jean-Noel Schifano e ben due presidenti della Repubblica come Oscar Luigi Scalfaro e Carlo Azeglio Ciampi. Questo periodo si chiude con la cittadinanza concessa ad uno sportivo doc, il Petisso Bruno Pesaola.

Un’impennata con de Magistris

Statistiche alla mano, dal secondo decennio del nuovo millennio si registra un’impennata di cittadinanze concesse dal sindaco Luigi de Magistris. Si comincia con il sacro del cardinale Crescenzio Sepe e si prosegue finendo col dare anche un profano significato politico a questo istituto onorario. Vanno lette in questa ottica le cittadinanze date ai bambini di origine straniera nati o residenti a Napoli o ai 4 figli maggiorenni di immigrati tra il 2012 e il 2013 oltre che ad una serie di rivoluzionari professionisti.

Il sindaco comincia a combattere il salvinismo ancor prima che il salvinismo si dimostri vincente nelle urne e imperante lungo le coste e all’imbocco dei porti.

Queste cittadinanze “politiche” sono state sapientemente intervallate da quelle “spettacolari”. In alcuni casi si è assistito ad un vero e proprio show andato in scena in luoghi tanto belli quanto autorevoli come la Sala dei Baroni nel Maschio Angioino o il palcoscenico del Teatro San Carlo. Per la verità, la cittadinanza a Maradona nella cornice del Massimo suscitò non poche polemiche sia per l’effettivo senso civico del Personaggio sia per il costo dei biglietti. Rientrano nella fase spettacolare le cittadinanze concesse a Gino Paoli, Sophia Loren, Lina Wertmuller e Toni Servillo.

Suppliscono quei napoletani che sono andati altrove

Ad aumentare il numero dei Napoletani honoris causa ci sono, a distanza di poche settimane, Aldo Masullo, Paolo Grossi e ultimo, ma non per importanza, Alberto Angela, che ricalca le orme paterne anche nel Simme e Napule paisà. Un divulgatore scientifico, un filosofo ed un costituzionalista.

Tutti autorevolissimi personaggi che hanno dato lustro alla città attraverso il proprio lavoro, la propria opera o il proprio pensiero. E, forse, un po’ suppliscono all’assenza di quei Napoletani che hanno immortalato la città attraverso il proprio Genio e che sono poi andati a morire lontano dalla terra che pure aveva forgiato il loro talento.

È innegabile che queste cerimonie con la loro liturgia servano per dimenticare, almeno per pochi istanti, quella cittadinanza ordinaria quotidianamente negata a coloro che a Napoli ci vivono e quindi sono alla perenne ricerca del funzionamento dei servizi di base quali trasporti, pulizia o sicurezza. È anche vero che tutti questi cittadini “nominati” aumentano la popolazione di una città che tra i suoi cali segna anche quello demografico. Siamo sotto il milione di abitanti e tendiamo a scendere. Gli esperti dicono che questo è un problema. Forse no. Ho ancora il ricordo di una mattina di primavera, c’era il sole, avevo marinato il liceo (avevo fatto filone), e me ne andavo a spasso per la Pignasecca con alcuni amici. C’era così tanta gente in strada che si faceva fatica a fare un passo anche di lato. Di fronte a quell’ingestibile affollamento, un vecchio, seduto su uno sgabello davanti ad un bar, mi guardò e cogliendo il mio fastidio disse serio: “Ce vo’ n’ata guerra. Simme tropp!”. (Ci vuole un’altra guerra. Siamo in troppi!).

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