Napoli-Chievo è la storia di Gennaro Sardo, da Pozzuoli a team manager gialloblù

L’amarcord della sfida di domani è il racconto della carriera vecchia e nuova di Sardo: terzino destro autore di gol pesanti, anche contro il Napoli, oggi è figura di spicco nell’organigramma del Chievo.

Napoli-Chievo è la storia di Gennaro Sardo, da Pozzuoli a team manager gialloblù

L’inizio al Giugliano

Ha calpestato campi polverosi e mangiato l’erba delle categorie inferiori prima di indossare giacca e cravatta e sedersi in Tribuna o in panchina al “Bentegodi” di Verona. Lui è uno scugnizzo di Pozzuoli, si chiama Gennaro Sardo. Tanta gavetta in D, C, B. Poi la Serie A delle ‘provinciali’ e la voglia di arrivare quanto più in alto possibile.

Non sappiamo se la massima aspirazione di Sardo fosse quella di giocare per la gloriosa Puteolana e sperare di mettersi in luce per salire di categoria o di ambire direttamente alla massima serie, convinto delle sue potenzialità. Sappiamo, però, che si è costruito  una più che onesta carriera da difensore esterno ed è riuscito a farsi volere bene dai veronesi. Iniziò esattamente 20 anni fa col Giugliano in Serie D, torneo 1997/98, prelevato dal settore giovanile del Savoia.

Zeman

Vinse il campionato coi gialloblu pur non disputando tutte le partite e contribuì a portare una città in C2. Passò poi alla Palmese, al Sant’Anastasia e poi al Terzigno. Qui, durante un’amichevole, lo notò Zeman e lo volle con sé. Alla Salernitana, in Serie B. Retrocessione. Il tecnico boemo cambiò sponda ed andò all’Avellino facendo di Gennaro un perno della difesa. Nuova retrocessione, decisamente il binomio ‘napoletano-boemo’ sembrò non funzionare.

Nel 2004 un nuovo, grande, salto in B. A Piacenza giocò da titolare fisso nel ruolo di terzino destro evidenziando sempre un rendimento elevato. Di lui si accorse il Catania, che lo portò in A e lo fece debuttare nel campionato 2006-07. Rimane tre anni in Sicilia prima di passare al Chievo Verona che lo riscatta completamente l’anno dopo. Di prolungamento in prolungamento, arriva col suo contratto fino al 2016. L’anno del ritiro. In totale, coi gialloblu veronesi, colleziona 145 presenze e 8 reti. Oggi Gennaro Sardo, abbandonato completamente il golfo della sua città natale, ha messo tende nella terra dei panettoni e, grazie alla sua fedeltà alla maglia, è diventato uno dei due manager del Chievo. L’altro è anch’egli un ex giocatore, Marco Pacione, un lungagnone bravissimo a colpire di testa, ai suoi tempi.

Il ricordo

Ritorniamo un attimo al calcio giocato, al Sardo contro il Napoli. Sette anni fa, sembra ieri. Il calciomercato di riparazione si è appena concluso, si attendono le viste mediche di Mascara e Victor Ruiz a Castel Volturno. Turno infrasettimanale, mercoledì 2 febbraio 2011, siamo all’alba degli anni ’10 del nuovo millennio. Il Napoli ha una maglia blu scuro e molti giocatori indossano i guanti per il freddo pungente di Verona. Nella domenica precedente gli azzurri hanno rifilato quattro reti alla Sampdoria in casa (tripletta di Cavani e gol di Hamsik), il Chievo ha sbancato Brescia con un 3 a 0, le due squadre sono in un periodo di forma molto brillante, il Napoli è secondo in classifica a 4 punti dal Milan. Succede, però, che i clivensi fanno i fenomeni e con Moscardelli prima e Sardo poi mettono ko i partenopei col più classico dei risultati.

È una serataccia, Mazzarri si pente per non aver fatto il turn-over tanto auspicato, Aronica dice che “fa bene prendere due schiaffi ogni tanto”, Lavezzi è mancato clamorosamente all’appello e gli eroi li hanno fatti quelli del Chievo. Dossena, Zuniga, Aronica e Cannavaro prendono 4 in pagella, bocciati senza appello. A Paolino della Loggetta viene imputata l’immobilità sul gol di Moscardelli e il mancato intervento sull’inserimento di Sardo, che con uno slalom sembra Alberto Tomba e beffa De Sanctis. La curiosità ci ha colto quando su qualche sito avevamo letto di una ‘non esultanza’ del giocatore dopo il gol per una presunta ‘appartenenza territoriale-geografica’ dell’atleta. Niente di più falso per due motivi.

Sardo

I giornali del giorno dopo

 

Nelle foto sui quotidiani del giorno dopo si vede il grande entusiasmo con il quale Sardo accompagna la sua corsa sfrenata verso il centrocampo e poi anche le sue dichiarazioni del dopo partita non lasciano adito a dubbi. “Ci tenevo tanto a segnare un gol da dedicare a mia moglie e a mia figlia”. Con un particolare, però. “Ho dimenticato la maglietta celebrativa negli spogliatoi e quando ho alzato al mia per mostrarla ho capito di averla lasciata lì. Avevo semplicemente una t-shirt di colore blu ma va bene lo stesso”. All’anima del napoletano!

La storia di Sardo ci porta ad alcune riflessioni legate al ruolo che egli svolge oggi nella società del presidente Campedelli. Il numero delle squadre di serie A che si affidano ad un ex giocatore come Club o Team Manager è pari a quelle che in organico ne hanno uno che non è stato un atleta. Qualche società, come il Crotone ad esempio, non ha in organico alcun manager. Magari ha il fisioterapista, il podologo, il match analyst, il capo degli osservatori ma nessuno riveste il ruolo di club manager puntando così tutto sul direttore generale o sportivo.

Società con una storia importante alle spalle hanno, invece, scelto un ex giocatore per svolgere questo delicato compito. Antognoni nella Fiorentina, Peruzzi nella Lazio, Zanetti nell’Inter, Totti nella Roma, Di Vaio nel Bologna, Abbiati nel Milan, Colombo (sì, l’ex portiere del Napoli) nel Cagliari, Sardo e Pacione nel Chievo sono tutti esempi di ex carismatici giocatori che oggi svolgono questo ruolo nella nostra serie A. Il Napoli non ha mai puntato su un suo ex e cinque anni fa De Laurentiis fece le sue valutazioni scegliendo Giovanni Paolo De Matteis, ex manager dell’Ascoli, una laurea alla Sapienza di Roma ed ex scrittore di romanzi.

Roberto Colombo al Napoli, oggi è il team manager del Cagliari

Una scelta su cui non si sono avuti ripensamenti. Nel dopo De Matteis si potrebbero aprire altri scenari, uno dei quali sarebbe quello di far mettere definitivamente radici a Napoli a Marek Hamsik, un atleta che, per quanto ha dimostrato e per l’attaccamento alla maglia azzurra, sarebbe perfetto per il ruolo di ‘ponte’ tra società e giocatori.

Ma cosa fa, in sostanza, il team manager? L’ambizioso, l’emergente, il competente, l’uomo di esperienza, che fa? Il suo ruolo è quello di essere il punto di unione tra squadra e società. Deve coordinare, ad esempio, anche le trasferte, quindi si occupa soprattutto della parte organizzativa legata ai match fuori casa. Inoltre vive a stretto contatto con la squadra, nello spogliatoio e, in genere, gli atleti possono rivolgersi a lui per eventuali problematiche legate a fattori tattici, disciplinari o mentali. Quindi il TM è un vero e proprio ponte, insomma, tra la parte dirigenziale e quella agonistica, una figura che, come abbiamo visto, quasi tutte le squadre di Serie A hanno in organico.

Adesso la domanda è questa : perchè scegliere un ex giocatore e perchè scegliere uno che non ha mai giocato a calcio? Nel primo caso aiuta l’aver calcato i campi, sapere che atmosfera si vive in uno spogliatoio, l’essere a conoscenza delle problematiche legate al ruolo dell’atleta e avere il giusto carisma sui giocatori che magari, in passato, lo hanno visto solo in Tv o sulle figurine Panini. Clamoroso l’esempio di Bruscolotti negli anni scorsi, un atleta che, dopo il ritiro dal calcio giocato, si aspettava questa investitura.

Bruscolotti

Una carica che non gli fu mai attribuita, da Ferlaino, da Corbelli, da Naldi. E tantomeno da De Laurentiis. Che, ne siamo certi, se proprio dovesse affidare quest’incarico ad un ex giocatore azzurro lo farebbe solo con chi ha militato nel ‘suo’ Napoli. Gianluca Grava nel settore giovanile è un esempio. Insomma, non è detto che una squadra che ha un ex giocatore come team manager vada meglio di una squadra che ha in organico un professionista che a calcio non ha mai giocato. Nel caso di chi non ha mai fatto il calciatore, crediamo conti la professionalità e il sapersi relazionare con gli atleti. Anche da un punto di vista non esclusivamente tecnico.

Quindi, la storia del nostro campionato ci dice che vanno bene entrambe le figure. Gli ex come chi non ha mai tirato seriamente un calcio ad un pallone. Una discussione che, riportata a livello di allenatori, sembra la storia di Sacchi e Sarri da un lato e di Ancelotti e Trapattoni dall’altra, giusto per fare qualche nome. I primi, da giocatori, sono stati semplici meteore ma, da tecnici, hanno fatto giocare le proprie squadre come pochi al mondo. I secondi, fortissimi da giocatori, hanno comunque vinto ed impostato le loro squadre con una propria identità. I primi hanno conquistato il loro ‘Fattore C’ (come carisma) sul campo, i secondi lo avevano già e non hanno fatto altro che confermarlo. Signori, la palla è rotonda. E continua a rotolare.

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