Napoli-Genoa amarcord, tra rigori sbagliati, oriundi e stranieri

Album dei ricordi di Napoli-Genoa: l’italo-venezuelano Mendoza, gli anni di Bagnoli e di Aguilera e Skhuravy, con il Grifone ad un passo da un’incredibile Coppa Uefa.

Napoli-Genoa amarcord, tra rigori sbagliati, oriundi e stranieri

Dopo la Corea

Nel 1966, quando la Nazionale Italiana tornò dalla disastrosa spedizione mondiale in Inghilterra, la Figc disse basta con gli stranieri dopo la sconfitta contro la Corea del Nord. Chiuse le frontiere del calcio, bisognava lavorare sugli italiani, i forestieri avevano ‘rovinato’ il nostro calcio. Almeno così si disse e, dopo più di mezzo secolo, il tema appare molto attuale viste le condizioni in cui versa il vertice del calcio italiano.

Poterono restare in Italia solo gli stranieri che erano già in rosa ed il Napoli, con Canè, fu una delle poche società italiane ad avere ancora un “importato” in formazione. Agli azzurri va anche l’altro primato, quello di avere avuto nell’organico l’ultimo straniero del campionato, Sergio Clerici, prima della riapertura del mercato nel 1980.

Nomi strani, esotici, dal sapore sudamericano o nord europeo, non se ne sentirono più per diversi anni, sulle figurine Panini si vedevano giocatori rigorosamente ‘made in Italy’. Ovviamente senza orecchini, tatuaggi e capelli strani. Erano gli autoctoni, quelli che dovevano portare il calcio italiano alla riscossa dopo la debacle mondiale. Ogni tanto, però, veniva fuori un nome strano e noi ci chiedevamo chi fosse, come era capitato nel nostro campionato se le frontiere erano chiuse.

L’ostacolo si aggirava con qualche parente italiano, una storia di emigrazione passata o con una lapidaria sentenza in cui si affermava che il calciatore Tizio era cresciuto calcisticamente in un vivaio in Italia. Li chiamavano “oriundi” quando di stranieri, come abbiamo visto, non erano rimasti che pochi esemplari, quelli dell’ultima apertura alle frontiere. Non erano, però, oriundi fuoriclasse come Sivori e Altafini che furono impiegati anche in Nazionale all’inizio degli anni ’60. No, erano giocatori ‘normali’, alla ricerca di un po’ di fortuna e con la voglia di mettere tende nel nostro paese. Uno di questi lo vedemmo due volte al San Paolo proprio in occasione di Napoli- Genoa del 1973 e del 1977. In questi quattro anni, tra una salita ed una discesa dei rossoblu tra il paradiso della A e l’inferno della B, lui c’era sempre.

Mendoza

Si chiama Denis Mendoza, classe 1955, ed è nato a Caracas in Venezuela. Era arrivato in Italia a due anni, il papà in cerca di fortuna in Friuli, la miseria del paese natio lasciata alle spalle. Di ruolo faceva la mezzala con tendenza a costruire gioco ed aveva esordito, con l’Udinese in serie C, a soli 16 anni. Poi lo prese il Genoa con cui giocò diversi campionati prima dell’inevitabile declino in C2 con lo Jesi. Mendoza è rimasto in Italia e, da allenatore, ha condotto squadre di promozione nel Friuli senza troppa fortuna.

A Napoli, nella gara del torneo 1973-74, subentrò a Mariolino Corso ricalcando ruolo e posizione in campo ma gli azzurri erano già in vantaggio con un gol di Canè. Fu questo anche il risultato finale. Nella partita del 2 ottobre 1977 subentrò, ancora una volta, a Ghetti nel primo tempo e il Genoa riuscì a bloccare il Napoli sullo 0 a 0 anche perchè Savoldi si fece parare un rigore da Girardi. Curiosità, in entrambe le partite l’arbitro spedito a Napoli fu Casarin.

Il rigore sbagliato da Savoldi durante Napoli-Genoa del 1977

Il Genoa di Bagnoli

Il Genoa ha disputato tre campionati in A negli anni ’60, tre negli anni ’70 e tre negli anni ’80 per un totale di nove tornei in 30 anni. Un po’ poco per il club più antico ed uno dei più gloriosi d’Italia. Tutto questo sali e scendi avvenne fino all’inizio degli anni ’90 quando a Genova, sponda rossoblu, si vide un po’ della nobiltà persa, dello smalto che è mancato per tropo tempo alla squadra della Lanterna. Il nuovo decennio era appena all’inizio, infatti, quando un manipolo di atleti condotto da Osvaldo Bagnoli arrivò fino alle soglie del Paradiso, al quarto posto della serie A conquistando la qualificazione matematica alla Coppa Uefa che si sarebbe disputata l’anno successivo.

Una coppa europea che li porterà storicamente e stoicamente fino alla semifinale con l’Ajax, un traguardo raggiunto anche per la presenza di tre stranieri di assoluto livello. I tifosi rossoblu dimenticarono l’oriundo Mendoza, Peters, Vandereycken ed Eloi (i tre mediocri stranieri dei primi anni ’80) ed iniziarono a sognare con un brasiliano, un uruguaiano ed un cecoslovacco.

Branco/2

Quella squadra del 1990-91 aveva in porta un giocatore di sicuro rendimento, Simone Braglia, una vita trascorsa in provincia prima di approdare in A. Mica come oggi che i portieri italiani si trovano col lanternino. A terzino un campano dalla scorza dura, un idolo presente e futuro della curva genoana, Vincenzo Torrente. Centrale difensivo, stopper per dirla alla vecchia maniera, è Collovati, uno dei più forti in circolazione nonostante avesse 33 anni suonati. Quando si guarda al numero 3 ( eh, sì, la rivoluzione dei numeri non è ancora arrivata ) arriva il primo ‘crack’ di quel team. Lui si chiama Branco, è brasiliano e tira le punizioni imitando Roberto Carlos. A volte ci riesce quasi come il suo connazionale ma è uno stantuffo inesauribile sulla fascia. Il battitore libero è il povero Signorini, un giocatore tenace, caparbio, bravo nell’impostazione e nel comandare la difesa.

Branco/1

I mediani sono due, uno è Eranio, futuro milanista, una vita a portare ordine nel centrocampo rossoblu, l’altro è Gennaro Ruotolo da S. Maria a Vico (CE), un altro campano che sarà idolo di Marassi. Un regista che aveva mangiato anch’egli pane duro era Bortolazzi che nel Genoa trova finalmente la sua dimensione. Ordinato e dinamico come pochi, lo prenderà poi il Milan. Finta ala è Onorati, un ragazzo romano che aveva fatto già la fortuna della Fiorentina e che darà il suo contributo anche in Liguria.

In attacco gli altri due ‘crack’, gli altri due stranieri, che sposteranno gli equilibri della squadra e che le faranno vincere partite sporche, grazie ad un guizzo dell’uno o ad un colpo di testa dell’altro. Uno è Carlos Aguilera, uruguaiano di Montevideo, una vita calcistica trascorsa in Sudamerica prima che il Genoa si accorgesse delle sue enormi potenzialità. A fargli da spalla è Tomas Skuhravy, un cecoslovacco che nel suo paese, nello Sparta Praha , non andava mai al di sotto dei 13 gol.

L’uruguaiano ha la faccia di uno scugnizzo, è la controfigura di Alex Britti a guardarlo bene, il mitteleuropeo ha i capelli lunghi e fluenti e nelle foto sorride sempre. E’ un armadio a tre ante di 1,92 per 83 Kg e va a sposarsi bene con il piccoletto Carlos, 1,66 di altezza per 68 chili, un peso piuma. E’ la famosa regola dell’articolo “Il”, uno piccolo e sgusciante e l’altro alto e dinoccolato. Funziona la coppia, sì che funziona. 15 gol per Skuhravy, 15 per Aguilera, totale 30 reti. Il Genoa, quell’anno, arrivò ad un passo dal cielo grazie anche a loro.

Zola

È vero, in quel campionato il Napoli non è proprio messo male in quanto a stranieri. Alemao, Careca e Maradona formano un trio invidiabile ma di fatto quest’ultimo il torneo non lo terminò per la squalifica del marzo 1991. Gli azzurri finirono con un mesto ottavo posto, a tre lunghezze dal Grifone rossoblù che approdò in Europa. Napoli-Genoa fu l’ultima partita vista al San Paolo prima del famoso Napoli-Bari in cui fu squalificato Diego. In campo i nostri stranieri c’erano tutti ma a dare la sentenza alla partita fu Zola, 1 a 0, due punti agli azzurri.

La curiosità è che anche l’anno prima Zola aveva risolto la partita segnando il 2 a 1 per il Napoli al ’90 dopo il vantaggio di Francini ed il pareggio di Paz. Evidentemente i nostri “cugini” dovevano trovare gloria altrove, a Fuorigrotta, per loro, era sempre ‘off limits’.

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