In bici lungo la Terra del Mito tra ecomostri e location per eventi

Come sono ridotti i quattro laghi e questa terra cantata da Virgilio e un tempo abitata da vip.

In bici lungo la Terra del Mito tra ecomostri e location per eventi

Partenza da Bagnoli Dazio

Lo shock da liste elettorali è forte. La lettura dei nomi delle candidate e dei candidati conferma che Napoli è ormai una provincia abbandonata dagli Uomini, dalla Politica e dagli Dei.

Ma cosa abbiamo fatto per meritare tutto questo? Quale colpa dobbiamo scontare?

La risposta riesci a trovarla dove meno te lo aspetti, pedalando sulle tracce del Mito lungo i quattro laghi: Averno, Lucrino, Miseno e Fusaro; dove, recita un’epigrafe lungo il tragitto, “rivivono nei resti superbi, solenni i ricordi della romanità”.

Partenza da Bagnoli Dazio, in quei dieci metri di terra di nessuno che separa i cartelli di confine tra i comuni di Napoli e Pozzuoli. La catena della mountain bike è ben oliata, le ruote gonfie e la gamba risponde.

Una sola premessa. Parto prevenuto perché considero l’area situata tra i comuni di Pozzuoli e Bacoli come migliore fonte di conoscenza (Roma a parte), per chi volesse respirare o immergersi nell’atmosfera di duemila anni fa. Tra Baia e l’area vesuviana, dove si trovano le ben più note rovine di Pompei ed Ercolano, c’è la stessa differenza che oggi passa tra l’avere casa per le vacanze a Capri o a Castelvolturno.

Erano luoghi per vip

Questi erano luoghi da vip e non cittadine da retrovie, buone per i vizi e gli ozi della plebe o di qualche arricchito. Solo gli imperatori e gli scrittori di successo potevano permettersi la villa in queste zone.

Mentre Ercolano e Pompei sono lì ferme a testimoniare e divulgare il momento della tragedia. Questi luoghi rappresentano il senso vivo, e purtroppo vegeto, dell’evoluzione o dell’involuzione della specie nell’area metropolitana di Napoli.

Storia e Mito si intrecciano fino a fondersi e confondersi: da qui partì Plinio il Vecchio per il reportage sulla tragedia del Vesuvio; Ercole costruì l’istmo di Lucrino per farci passare le mandrie che aveva rubato al mostruoso Gerione in una delle 12 fatiche; da queste parti Nerone ordinò e fece eseguire l’assassinio di sua madre Agrippina; Enea ascoltò l’oracolo che predisse la fondazione di Roma.

Insomma, Nostro Signore non era ancora nato e questo luogo era già l’ombelico del mondo. Resta da stabilire chi o cosa abbia trasformato questa Terra del Mito in una location per eventi a cielo aperto. I turisti (per lo più stranieri), vanno a Pompei o aree limitrofe per visitare gli Scavi (tutt’al più per una supplica alla Madonna). Qui vengono solo indigeni per celebrare un evento: dal battesimo al divorzio passando per comunioni, cresime, matrimoni e compleanni. È come se qualcuno, nell’ultimo ventennio, avesse chiuso quest’area ai grandi flussi turistici stranieri riservandola agli abitanti dell’area metropolitana desiderosi di festeggiare, magari mangiando pesce più o meno fresco a prezzi più o meno proibitivi.

L’effetto sull’ambiente e sulle vestigia imperiali è devastante. C’è un’invasione dei barbari tutti i fine settimana durante l’inverno e tutte le sere nei mesi estivi. Ad accogliere queste orde pletoriche è una rete fittissima di locali che sembrano usciti da un museo del kitsch. Quest’industria dell’evento ha trasformato la Terra del Mito, anche grazie alla complicità omertosa dei cittadini e degli amministratori, nella sistematica violazione di ogni gusto estetico che ha caratterizzato il progresso occidentale.

Questa la cronaca di una calda mattinata invernale.

Il Macellum

I primi tre chilometri di lungomare servono per scaldare i muscoli, pronti sulla prima salita che porta all’Anfiteatro Flavio, un’arena seconda solo al Colosseo. Sfioro lo splendido Rione Terra dove pare sia morto Adriano, l’imperatore filosofo. E poi giù in discesa verso il porto che accolse San Paolo a poche centinaia di metri dal Macellum, l’antico mercato di Puteoli, caso più unico che raro di archeologia scientifica. Qui una volta si misuravano gli alti e bassi del bradisismo a seconda del livello d’immersione delle colonne.

Si prosegue lungo una strada che costeggia reperti di archeologia industriale che sembrano riprodurre in scala minore gli orrori della Bagnoli napoletana, per giungere ad Arco Felice, nella piazza che un tifoso veggente ha intitolato a Cavani: il calciatore partito da Napoli per i Campi Elisi. Sì perché questa rotonda è un po’ la porta girevole che immette sugli Inferi. Sia chiaro: Inferi non è la stessa cosa di Inferno. Rispetto a Dante che distingueva l’oltretomba in classi, gli antichi preferivano un livellamento alla Totò. Una volta trapassate, le anime buone o cattive lasciavano dietro tutto quello che aveva rappresentato il vissuto. Parafrasando il mito di Orfeo citato anche da Kubrik: “I morti sanno soltanto una cosa, che è meglio essere vivi”.

La rotonda Cavani

La cosiddetta rotonda Cavani ti fa “svoltare” all’Averno che, tra i quattro, è l’unico lago che si può girare quasi interamente senza correre il rischio di finire travolti da un’automobile o da uno scooter. I resti del Tempio di Apollo o l’ingresso dell’Antro (non Grotta), della Sibilla si alternano a orrende costruzioni o baracche abusive.

Il senso di abbandono e decadenza è quasi affascinante e incanta nel suo innaturale silenzio.

“Nox Ruit Aenea”, urlò la Sibilla a Enea che perdeva tempo rincorrendo l’anima di Didone solo per tentare di “scusarsi” con la bella regina sedotta e abbandonata. E veramente da queste parti “La Notte Corre” e balla al ritmo di musica sparata a tutto volume.

Il periplo del lago Lucrino

Passato l’Averno, comincia subito il periplo del lago Lucrino, il Portus Julius. Questo era il porto dove stanziava la potente flotta Romana durante la guerra civile che segnò la fine della Repubblica. Una base militare ed insieme un cantiere navale prima che i remi fossero poi spostati a Miliscola. In questo lago l’ammiraglio Plinio il Vecchio, il “cronista” dell’eruzione del 79, ambientò la leggenda del bambino a cavallo del delfino. Poco avanti le Stufe di Nerone, uno che ha legato il suo nome al fuoco, evocano le minacce sicuramente userebbe il lanciafiamme di renziana memoria per risanare quest’area. E magari dalla Capitale imporrebbe anche liste elettorali meglio assortite e più rappresentative.

All’incrocio un cartello con l’indicazione della Città Eterna sembra sia stato messo lì per sfottere.

Bisogna scalare il rapporto e alzarsi sui pedali, comincia la salita che conduce a Baia.

Qui sono riusciti a costruire usando le vestigia romane come fondamenta. Residence per eventi o case private poggiano sull’opus reticulatum. Neanche i Barberini osarono tanto nell’oltraggiare il Pantheon.

Il tempio di Venere

Lo splendore profanato di questo luogo sta tutto nel tempio di Venere che dà sul porto chiuso da cancelli arrugginiti, come nel ferro corroso dalla salsedine di quel relitto che sta lì davanti alla splendida spiaggia sottostante il Castello Aragonese: l’imponente costruzione sede di un bel museo che domina da un lato il golfo di Pozzuoli e dall’altro un campo di calcio in erba sintetica.

Quasi a voler ristabilire un contrappasso per il matricidio, quella che viene considerata (a torto), la tomba di Agrippina è stata trasformata in una piccola discarica. Non è dato invece sapere la condizione della Piscina Mirabilis, una volta splendida cisterna per l’approvvigionamento idrico della flotta imperiale e poi buccia di banana della campagna di comunicazione di un assessore regionale bassoliniano, che la immortalò come simbolo del turismo made in Campania dimenticandosi di renderla visitabile.

La discesa di Baia finisce dritta nel lago Miseno, al centro del quale galleggia ancora un albero di Natale.

Mentre lo specchio di Lucrino è separato dal mare da una strada e dai binari della ferrovia, tra questo lago (anch’esso con un nome virgiliano), e la splendida spiaggia si alternano parcheggi con bar, ristoranti e lidi senza soluzione di continuità. Qui sono ancora più palesi gli effetti della “strategia turistica” rispetto all’Averno e a Lucrino: non c’è un buco che non esponga fuori la scritta EVENTI.

A questo punto comincia la parte più avventurosa di questo “Petit Tour”.

Gli ecomostri su suolo demaniale

Muovendo da Miseno non è semplice trovare e costeggiare il Fusaro. E infatti sbaglio strada e arrivo sulla spiaggia romana, dove la “strategia degli eventi” ha reso possibile la costruzione di candidi ecomostri su suolo demaniale.

Sul molo con vista su Cuma e sul Litorale Domitio c’è un “regista” che indica ad una coppia di sposi la posa giusta. Lei ha un vestito che dà tra il rosso e il viola, lui è bardato da una specie di frac grigio metallizzato. Il sole riverbera sugli abiti e gli sposi sono accecanti come un faro di notte. Tento di scattare una foto alla coppia. Qualcuno si avvicina per avvisarmi che l’esclusiva del matrimonio ce l’ha il fotografo. Lascio perdere solo perché non mi va di finire nella lista dei giornalisti minacciati e preferisco immortalare il panorama violato dagli sposi e dai bar-ristoranti-sala per eventi.

Mi aspettano altri pericoli. Una volta superata la stazione della Cumana alla vana ricerca di un’indicazione per il Fusaro, finisco in un viottolo che separa un parco (abusivo?), dal lago. In passato sarà stato il percorso pedonale ideale, c’è anche il classico ponticello di legno, per coppie d’innamorati. Oggi è un immondezzaio pieno di animali morti e topi vivi da percorrere con attenzione a causa dei fossi. In alcuni tratti bisogna scendere dalla bici e procedere a piedi. Arrivo a un cancello chiuso e a una rete di recinzione sfondata oltre la quale appare la méta: la casina vanvitelliana del Fusaro. La casa di Pinocchio come la chiamano qui perché Comencini immaginò questa dimora di caccia dei Borbone come rifugio ideale della Fata Turchina.

La Fata non c’è e la casa è chiusa, però è ben visibile il cartello del prezzario foto per gli eventi.

Rientro più arrabbiato che stanco per quello che è, e per quello che sarebbe potuto essere. Quattro laghi a pochi metri di distanza l’uno dall’altro rappresentano un dono che Madre Natura riserva solo a poche valli alpine. Questi specchi d’acqua maleodorante, ad un passo dal mare e immersi nella Storia, sono lì a testimoniare che Virgilio non si è inventato niente: qui il Mito è arrivato direttamente dalla Grecia. Ma sono anche lì ad accusare almeno un paio di generazioni che hanno ridotto questi laghi a cloache destinate ad accogliere gli scarichi degli eventi metropolitani. Sarebbe stata necessaria un’altra coscienza civica e un’altra educazione per impedire questo scempio. Ma questa, si sa, è una provincia abbandonata dagli Uomini, dalla Politica e dagli Dei.

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