Antonio Di Laurenzio: «Così, alle 4 di notte e in lacrime, ho fotografato il salvataggio del bambino a Ischia»

DACCI OGGI LA NOSTRA FOTO QUOTIDIANA / Al via la rubrica che racconta il lavoro che c’è dietro gli scatti più celebri. Cominciamo col “Caravaggio” di Casamicciola

Antonio Di Laurenzio: «Così, alle 4 di notte e in lacrime, ho fotografato il salvataggio del bambino a Ischia»
La foto di Antonio Di Laurenzio che ha fatto il giro del mondo

Il lavoro dietro i grandi scatti

Nasce la rubrica “Dacci oggi la nostra foto quotidiana”, dove si parlerà, anzi, parleranno i fotografi, della foto alla quale sono più legati o della foto che ha avuto più impatto sui mezzi di informazione e sui social. Questa rubrica affronterà temi fotografici leggeri e spinosi, senza voler entrare nel merito della critica fotografica, ma che inevitabilmente percorrerà proprio in virtù dei racconti e dei retroscena legati ad ogni foto che gli stessi protagonisti dell’arte fotografica ci sveleranno.

Inauguriamo questo percorso leggendo una foto che è stata il simbolo del terremoto che ha colpito Casamicciola il 23 agosto della passata estate. La foto oramai conosciuta come il “Caravaggio”, realizzata da Antonio Di Laurenzio.

Antonio è figlio d’arte e da sempre membro della agenzia fotografica che fornisce foto a Il Mattino di Napoli.

Ci incontriamo in redazione negli uffici storici della FotoSud che oggi si chiama NewFotoSud di cui Antonio è socio insieme a Renato Esposito, Alessandro Garofalo e Sergio Siano e subito gli chiediamo

Antonio, come nasce questa foto?

Nel modo più classico per chi opera in una redazione. Appena appresa la notizia delle scosse telluriche a Ischia, io e due colleghi giornalisti del giornale ci siamo diretti al porto di Napoli per imbarcarci sul primo traghetto disponibile. Era un traghetto di linea che avrebbe trasportato anche i primi aiuti della protezione civile e dei vigili del fuoco. Non si è trattato di alcun traghetto speciale, quelli sono stati messi a disposizione solo nelle ore seguenti dalle compagnie di navigazione. Infatti, abbiamo pagato regolarmente il biglietto per arrivare sull’isola.

Le prime immagini prodotte erano delle file di villeggianti che prendevano d’assalto i traghetti e gli aliscafi ad Ischia Porto in direzione terraferma, ma la sensazione strana era che mentre al porto c’era questa situazione di fuga, spostati più verso l’interno di Ischia pareva che il terremoto non fosse proprio arrivato. Tantissime persone non avevano avvertito nulla e non c’erano danni nel resto dell’isola.

Quindi già si percepiva che l’evento aveva interessato una area ristretta, rispetto alla vastità dell’isola.

Sì, infatti immediatamente salimmo su di un taxi e ci dirigemmo verso il comune di Casamicciola, dove cominciai a riprendere scene che purtroppo sono abituali in situazioni simili di emergenza. Persone che dormivano in strada, bivacchi con tavolini pieni di generi di prima necessità, famiglie con bagagli al fianco, smarrimento, incredulità, paura.

Eri arrivato nella zona dell’epicentro?

Non ancora, e nemmeno ci si poteva arrivare, la zona era stata messa in sicurezza, con ordine tassativo di divieto di entrata dalla protezione civile e dalle forze dell’ordine. Fatto salvo il cameraman di Rai Tre, oltre me non c’era nessun altro operatore visivo.

Un ischitano residente nel cratere del terremoto ha cominciato a inveire contro il divieto assoluto di entrata nell’area, inveiva quasi fino al punto di arrivare alle mani con Vigili del fuoco e operatori della sicurezza. Le forze dell’ordine di guardia al varco, intervenendo per sedare gli animi, hanno lasciato per alcuni minuti l’entrata senza controllo e io sono riuscito a intrufolarmi nell’area facendo attenzione nel riporre le macchine fotografiche all’interno delle borse.

Possiamo dire che è stato un colpo di fortuna, ma con la consapevolezza che se si fosse capito che eri un fotografo ti avrebbero riaccompagnato fuori l’area?

Infatti sarebbe successo proprio questo se si fosse capita la mia funzione, forse non per non farmi fare foto, ma proprio per ragioni di sicurezza. Comunque per dare meno nell’occhio, individuata la casa dove si stava scavando per il recupero delle persone intrappolate all’interno, mi trovo una postazione da dove poter controllare la scena senza dare eccessivamente nell’occhio. Comincio a scattare delle immagini e poi, vista la situazione sempre uguale, ripongo nella borsa le macchine, proprio per non destare sospetti o essere identificato come un fotogiornalista.

In quei momenti, quando non si è concentrati per riprendere, cosa si pensa, che sensazioni si sentono? Si rimane sempre senza respiro pensando ai momenti che vive chi è protagonista di questi eventi, sepolto da una casa crollata, una valanga o da un fiume di fango?

Sì, si prova ansia, angoscia,  impotenza. Proprio per questo si è sul posto, per documentare affinché, si spera, si agisca perché non capitino più di queste situazioni tragiche e per farle comprendere a chi non le vive.

Quanto tempo sei rimasto ad osservare le operazioni di scavo?

Un bel po’ di tempo, all’incirca due ore. Poi, intorno alle 3 e 45 della notte, comincio a vedere movimenti più convulsi da parte dei soccorritori, ricerca di barella, ambulanza, ossigeno, allora capisco che qualcosa sta succedendo, sento all’improvviso un pianto di un bambino, non ti nascondo che ho cominciato anche io a piangere commosso e felice per il salvataggio (quando Antonio mi racconta questo passaggio ricomincia a piangere per la commozione, ndr) e tra l’inebetito e la gioia per il salvataggio del bambino mi accorgo di  un infermiere che esce con in braccio il piccolo Pasquale. Allora prendo la macchina fotografica e comincio a scattare a raffica realizzando la foto che poi ha fatto il giro del mondo. Dopo un paio d’ore sono arrivati altri colleghi, ma a quel punto le forze dell’ordine ci hanno allontanati spostandoci alla fine della strada di accesso al cratere. Da li poi, abbiamo continuato a documentare i soccorsi per tutta la giornata seguente.

Una foto che non può essere liquidata con luoghi comuni

Della foto di Antonio de Laurenzio si è oramai detto tutto, è stata paragonata ad un dipinto di Caravaggio. È stato detto che è la sintesi di un evento tragico che ha avuto risvolti, fortunatamente, di gioia, (tre fratellini ritrovati e salvati) è stato detto che è la foto dell’uomo giusto al posto giusto, con una notevole dose di fortuna, per la luce e prima di tutto per la situazione felice che si è trovato a riprendere.

Non credo che questa foto la si possa  “liquidare” con luoghi comuni. Credo invece che questa foto sia frutto di professionismo e profonda conoscenza di questo mestiere e delle sue dinamiche. Che questa foto sia cercata, voluta, guadagnata. Guadagnata perché non è da tutti avere sulle spalle una giornata di lavoro e comunque essere pronti a  partire per coprire una emergenza simile. Ci si dimentica il sonno per la passione che si ha per il proprio lavoro. Non è da tutti essere un fantasma in un’area operativa convulsa come quella di un teatro di emergenza simile, non è da tutti essere freddi nell’alzare la macchina fotografica nel momento adatto sapendo che c’è solo quella occasione. Non è da tutti, commuoversi, piangere, essere felici per il salvataggio di un bambino, conservare l’umanità anche nei momenti più tragici. Questa è la molla che ispira le migliori foto di cronaca, come quella di Antonio. Foto che rimarranno come icone a documentare l’evento. Foto che raccontano i fatti, ma prima di tutto gli uomini che le producono.

Noi continueremo a raccontare e “svelare” i retroscena di questa professione indagando prima di tutto i sentimenti di chi la esercita per imparare a leggere meglio la fotografia.

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