Imbavagliati: Il Festival di giornalismo che dà voce a chi non ha più voce

Al PAN di Napoli, fino al 24 settembre, una serie di incontri su e con giornalisti vittime di censura in tutto il mondo

Imbavagliati: Il Festival di giornalismo che dà voce a chi non ha più voce
La seconda giornata di Imbavagliati

(Napoli) – Imbavagliati, un grido contro la censura, una voce che squarcia il silenzio, la scrittura che spezza le sbarre entro le quali si vorrebbero rinchiudere giornalisti, scrittori, intellettuali e tutti coloro che non si piegano ai dettami dei vari regimi sparsi per il mondo. È questo il leitmotiv che anima oramai da tre anni (siamo alla terza edizione) il Festival Internazionale di Giornalismo Civile “Imbavagliati”, ideato e diretto da Désirée Klain, in scena in questi giorni e fino al 24 settembre al Palazzo delle Arti (PAN) di Napoli, il luogo che custodisce simbolicamente la Mehari di Giancarlo Siani, simbolo dell’iniziativa che dà voce ai giornalisti perseguitati nei loro paesi.

Dagli attentati a Barcellona, alla jihad nel Maghreb

Oggi è andato in scena l’incontro “Dagli attentati a Barcellona, alla jihad nel Maghreb: censure e inchieste tra le due sponde del Mediterraneo”, che ha visto la partecipazione di Ignacio Cembrero, ex giornalista di El Pais ed uno dei maggiori specialisti della questione maghrebina, Fatima Mahfud, rappresentante del Fronte Polisario in Italia, Enzo d’Errico, direttore del Corriere del Mezzogiorno e il disegnatore Fabio Magniasciutti.

Il giornalista Ignacio Cerbero nell'intervento a Imbavagliati

Il giornalista Ignacio Cerbero

La censura esiste anche nella civile Europa

La vicenda di Cembrero è inquietante perché dimostra che la censura esiste non solo nei regimi più totalitari ma anche nella dorata Europa. Cembrero è stato infatti corrispondente per il quotidiano spagnolo El Paìs per trent’anni. Dopo però aver pubblicato sul suo blog un video di Al Qaeda in Marocco i guai per lui sono iniziati.

“Tre mesi dopo la pubblicazione del video – ha raccontato – il governo marocchino mi ha denunciato per apologia del terrorismo alla Procura Generale dello Stato, che dopo cinque mesi e mezzo ha respinto la denuncia. Il governo mi ha poi fatto causa in sede penale, ed anche per la seconda volta i giudici hanno considerato la denuncia priva di fondamento. La parte più dura e sgradevole è stato quello che è successo all’interno del giornale. Dopo un mese la direzione del giornale mi ha chiesto di lasciare il posto e di non scrivere più sul Marocco”.

Al giornalista spagnolo El Pais ha dato addirittura tre giorni di tempo per scegliere se andare in un’altra redazione: qualunque tranne quella che si occupa di Nord Africa (dove lavorava precedentemente). Di fronte alle proteste del giornalista, e temendo lo scandalo, El Pais cerca un accordo col giornalista. “La direzione del gruppo editoriale del Paìs ha subito pressioni dal governo spagnolo per farmi cambiare lavoro. Venti anni fa non sarebbe successo, ma la stampa spagnola attraversa una doppia crisi: quella che attraversano tutti i giornali, e l’altra che riguarda la lunga crisi economica. Questo significa che la stampa convenzionale è molto debole e ha bisogno di aiuti pubblici”.

Perchè il governo spagnolo ha ceduto al Marocco? – si è chiesto retoricamente Cembrero. “Perché la Spagna ha bisogno del Marocco per la cooperazione contro il terrorismo e la lotta contro l’immigrazione clandestina o irregolare, proprio come l’Italia ha bisogno della Libia”.

seconda giornata di “Imbavagliati”, Festival Internazionale di G

La censura come mezzo di potere

Enzo d’Errico, direttore del Corriere del Mezzogiorno, ha invece parlato di censura come un infallibile metodo che il potere adotta da sempre in forme più o meno forti a seconda delle zone del mondo. “Il potere è scaltro e furbo – ha spiegato d’Errico – elabora forme raffinate di controllo. Nel mondo occidentale oggi più che di censura nel senso tradizionale dobbiamo focalizzare l’attenzione su un altro fenomeno, forse più subdolo, che è la disinformazione, la quale condiziona gli equilibri politici. Un esempio, le fake news, che vengono rilanciate attraverso reti nate appositamente.

Non si è liberi quando si naviga in rete, perché sono gli algoritmi a dettare la nostra navigazione. Questo crea conformismo, mancanza di dialettica e opinioni che vengono messe in discussione e questa è una forma di controllo che il potere esercita sull’informazione nel mondo occidentale, il quale si ritiene immune da quello che accade nei paesi meno evoluti. Da noi è a rischio l’intelligenza e la capacità critica. Il giornalismo – ha concluso d’Errico – vive un periodo di crisi ma anche di opportunità. Deve saper infatti conciliare l’avvento delle nuove tecnologie con l’informazione trovando nuovi equilibri”.

La sorte del popolo Saharawi

Fatima Mahfud, rappresentante del fronte Polisario in Italia, ha invece ricordato li tristi sorti del popolo Saharawi che vive nel Sahara occidentale al quale diversi giornalisti marocchini hanno prestato la penna ricevendo in cambio ritorsioni e minacce, Il tema dei Saharawi è infatti ancora tabù per il governo marocchino. “Attendiamo da più di 26 anni un referendum di autodeterminazione – ha ricordato Fatima Mahfud – dove finalmente i Saharawi possano decidere se vogliono essere un paese indipendente o parte integrante del Marocco.

C’è una missione ONU che dovrebbe organizzare questo referendum ma non c’è volontà politica. Il popolo è diviso in due parti: quelli che vivono nei territori occupati dal Marocco sotto occupazione, ai quali sono negati i diritti fondamentali, e quelli che vivono negli accampamenti rifugiati grazie agli aiuti umanitari. Quest’ultimi sono gli unici a reagire e ed investire sulla popolazione, siamo una repubblica in esilio ma in una condizione assolutamente precaria. La nostra causa è giusta soprattutto per l’impegno e la tenacia del popolo saharawi che ha deciso di non usare la violenza come mezzo di risoluzione del conflitto ma di investire sulla pace che mi auguro prima o poi arrivi”.

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