Tassinari: «Dopo 46 anni, divorzio dalla Juventus. Per noia e per troppo odio nei confronti di Napoli»

Intervista esclusiva del Napolista al giornalista e autore creatore di Fascisteria: «Io, napoletano, mi innamorai della Juventus dei meridionali. Se voglio il calcio, guardo il Napoli».

Tassinari: «Dopo 46 anni, divorzio dalla Juventus. Per noia e per troppo odio nei confronti di Napoli»

Il perdono (motivato)

Ci conosciamo da oltre quarant’anni. Figurarsi se uno non gli perdona di essere juventino. Soprattutto quando sul web, sui social,  lui – eremita a Potenza per scelta di vita e di lavoro – è sempre pungente, colpisce dove deve colpire, ti mette di fronte alla cruda verità magari sul perché il Napoli ha perso o la Juve ha vinto. Questo è Ugo Maria Tassinari, giornalista, scrittore, intellettuale, uno dei più preparati studiosi dei movimenti di estrema destra (nel mondo).

La sorpresa di Ferragosto che regala al Napolista, è il suo fare coming out: «Dopo 46 anni di matrimonio, di tifo per la Juventus, divorzio». Non era mai successo prima nel mondo del calcio, del tifo, che uno abiurasse. Lui ora dice, l’ha scritto su Facebook, che prenderà un «anno sabbatico».

Il bel gioco

Glielo concediamo, perché un galantuomo non può riconoscere che mentre si consumava l’epilogo di questa lunga storia d’amore, lui la tradiva già con il Napoli. Ugo Maria Tassinari non lo riconoscerà mai pubblicamente, ma è così ed è lui stesso che lo ammette, quando nel corso della conversazione dice: «Negli ultimi tempi preferivo vedere una partita intera del Napoli, del bel gioco, anche quando aveva di fronte una squadretta, piuttosto che la Juventus contro una squadra non di cartello».

Un’avvisaglia della sua crisi d’amore c’era stata una decina di giorni fa, quando mi ha detto che stava a disagio, che stava riflettendo e che chissà se un giorno mi avrebbe chiamato per accettare l’intervista al Napolista nella quale avrebbe raccontato il suo disagio e il suo abbandono della amata.

Ugo Maria Tassinari

Lo strappo

Poi, con la Supercoppa vinta dalla Lazio, ha deciso per lo strappo. Su Facebook ha annunciato che si sarebbe preso un anno sabbatico. Ecco il suo sfogo, il racconto di un amore e di un tradimento. O forse sarebbe meglio la riscoperta delle sue radici, l’orgoglio di appartenere a una città e dunque a una squadra.

«Chissà se riuscirò a far capire come sia stato possibile il distacco, il freddo, il buio dopo 46 anni di innamoramento, di tifo per una squadra che si chiama Juventus. Perché dunque si è rotto questo rapporto, questo legame? Intanto per un rigurgito identitario. Un colpo d’acceleratore è venuto con la morte di mia madre. Per dieci anni ho lavorato a Potenza vivendo a Pozzuoli. Dal lunedì al venerdì a Potenza, il week end a casa. Fino a due anni fa, quando mi sono trasferito definitivamente a Potenza. A febbraio, con la morte di mia madre, ho interrotto le mie andate a Napoli, a trovare mia sorella che vive a Posillipo, tifosissima del Napoli».

Identità

«Mai come a Napoli una città si riconosce nella propria squadra di calcio. Diventa un segno distintivo: “una squadra,una città”. Vai al San Paolo e respiri subito questo incantesimo. Davvero i napoletani danno forza alla squadra, che è un simbolo, che incide nel fondo dell’anima, del cuore, dei rapporti personali».

«Il calcio è passione, è riconoscimento identitario, divertimento per il bel gioco. In fondo è divertimento. Ho visto le Champions e i campionati. E certe volte, pur di vedere una bella partita, mi sintonizzavo su Napoli-Sampdoria piuttosto che Juve-Bologna».

Storia e odio etnico

«La mia passione per la Juve è arrivata dopo. Con il campionato del 1971. Avevo iniziato con l’Internapoli di Wilson e Chinaglia e l’Ignis Sud di Basket. Poi con Causio sbocciò l’amore per il bel gioco e per la Juventus. Quegli anni e fino agli Ottanta c’era sì la rivalità sportiva, ma questa non sconfinava, come oggi, in rancore sociale. Pensate agli anni di Maradona in cui il Napoli era fortissimo e gli esiti dei campionati non erano mai scontati. L’avvocato Agnelli forgiò una squadra a metà fatta da meridionali, dai Causio, dai Furino, Anastasi. Era una scelta geopolitica intelligente. Poi, a partire dagli ultimi anni, è subentrato un insopportabile odio etnico».

«Nasce da questo odio la mia crisi di appartenenza. Il paradosso è che la Juventus è sostenuta da un tifo nazionale, per la maggior parte fatto da meridionali, da calabresi, siciliani e pugliesi. Eppure poteva anche essere che i tifosi del Verona, città fascista e leghista, gridassero “Vesuvio lavali col fuoco, con la lava”, ma gli juventini meridionali che se la prendevano con il Napoli utilizzando lo stesso armamentario razzista?».

«Un po’ alla volta è subentrata l’indifferenza. È come quando sei agli sgoccioli di un rapporto. Aspetti il pretesto per fare le valigie. Oggi quel giorno è arrivato. Al primo tempo della Supercoppa Juventus-Lazio ho cambiato canale. Ho deciso di prendermi un anno sabbatico. Il che non significa che non vedrò le belle partite. Come Napoli-Nizza».

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