«Ho vissuto trent’anni a Bergamo. Magrin, la monetina di Alemao, la polenta taragna»

Una trasferta particolare ricordata su una corriera verso Telese. Tra ricordi calcistici e dritte gastronomiche.

«Ho vissuto trent’anni a Bergamo. Magrin, la monetina di Alemao, la polenta taragna»

“Ero allo stadio, c’ero anch’io quell’8 aprile del ’90… Alemao fu colpito da una monetina, mi pare una 100 lire. La ricordo bene quella giornata, era una domenica delle Palme, giocavamo quella partita con le maglie rosse e il Comunale di Bergamo, l’Atleti Azzurri d’Italia, era una bolgia. Mondonico cercò di fermare Diego con marcature asfissianti. Vincemmo lo scudetto quell’anno…”.

Peppino spolvera l’album dei ricordi mentre facciamo ritorno verso casa. Il viaggio dura un’oretta e, complice la vigilia del match contro l’Atalanta ma anche l’atmosfera familiare della corriera, il racconto si fa appassionato e ripercorre quasi 30 anni della sua vita da emigrante. Per la precisione, 27: “Dall’83 al 2010 – puntualizza -. Fui destinato all’Inps di Bergamo, ero uno dei tanti giovani meridionali che emigravano al nord per lavoro. Appena arrivato ho abitato per alcuni mesi alla Casa del Giovane, una sorta di college realizzato dal parroco don Serafino Minelli, dove alloggiavano anche i ragazzi dell’Atalanta, erano i tempi di Pacione e Magrin che poi sono andati alla Juve, Foscarini”. Un po’ il traffico e gli ingorghi per uscire da Napoli, un po’ anche il percorso in alcuni punti accidentato e la corsa dell’autobus viene rallentata. Impieghiamo più tempo del solito, allora c’è più spazio per entrare nel dettaglio della memoria. Giuseppe Antonio – questo il suo nome di battesimo, e gli amici dicono che è normale che abbia 2 nomi visto che è alto quasi 2 metri, ma lo chiamano più facilmente Peppantonio o anche Peppino – sorride quando rivela che intorno a quel college “c’erano sempre tante belle ragazze. Magrin spesso mi invitava a uscire con il gruppo ma, chissà perché a me capitava sempre la racchia e a loro quelle più carine”. Marino Magrin, centrocampista, arrivò nell’81 a Bergamo dal Mantova. I nerazzuri militavano in C. In 3 anni tornarono nella massima serie. In quella che poi è diventata la sua squadra del cuore, Magrin fece 192 presenze e 40 gol, fino al 1987, quando passò alla Juventus per 2,8 miliardi di lire per sostituire il numero 10 bianconero, Michel Platini. Anche se, sapremo poi, a Magrin la maglia del suo predecessore non fu mai data.

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Peppantonio, invece, da campano trapiantato a Bergamo, ha trovato nel calcio, soprattutto giovanile, un modo per trascorrere tutto quel tempo lontano da casa senza sentire troppo i crampi allo stomaco della nostalgia e della distanza, anche culturale naturalmente. “Ero il responsabile del settore calcio dell’Unione Sportiva Dilettantistica Loreto. Ero ben inserito nel calcio minore, mi divertivo, avevo collegamenti con i maestri Mino Favini e Raffaello Bonifacio dell’Atalanta, persone splendide. Il nostro campo ospitava anche un torneo a dove spesso venivano a giocare ragazzini che poi sono diventati nomi importanti in serie A e B. Ricordo benissimo Bonavita. Montolivo invece l’ho conosciuto per una iniziativa a Caravaggio, sempre con le giovanili. Con il calcio ho riempito tutto il mio tempo libero in quegli anni e mi sono divertito tanto – dice ancora Peppino -. Certo ho vissuto anche parecchie sofferenze. Con un collega bergamasco in ufficio avevo ingaggiato una sfida. Una volta il Napoli vinse e io misi dei palloncini azzurri sulla sua scrivania. Da allora in poi lui ricambiava ogni volta che vinceva l’Atalanta. Mi sa che ne ha messi più lui…”.

L’autobus percorre un breve tratto in salita per poi infilarsi sotto uno degli archi dello stupendo acquedotto vanvitelliano, una sorta di spartiacque, da adesso in poi c’è la campagna, si entra nel Sannio, osserviamo le viti, siamo in piena vendemmia. Il mio interlocutore per qualche istante diventa silenzioso, meditativo, poi si volta verso di me: “Chissà che Falaghina uscirà quest’anno… E’ il vino che preferisco – dice -, però anche a Bergamo ne ho bevuto di buono. Il Moscato di Scanzo, un passito rosso che andavo a comprare in un’azienda vicino alla casa del mio amico Savino Pezzotta. Guarda, se vinciamo… Insomma… Tu sai cosa intendo, se lo vinciamo, lo ordino e lo beviamo insieme!”. Il Moscato di Scanzo è la più piccola Docg d’Italia. Un vino che viene definito preziosissimo, ottenuto dall’omonimo vitigno coltivato su un territorio di soli 31 ettari esclusivamente nel comune di Scanzorosciate, nella provincia di Bergamo.

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Peppino sembra aver superato il capitolo calcio. Ne approfitto. Sai che su Il Napolista dedichiamo una rubrica alle località che ospitano la nostra squadra in trasferta? “Si, la leggo sempre”, mi risponde. Bene, allora se dovessi consigliare ai tifosi al seguito del Napoli un posto interessante da vedere e un posto dove mangiare bene a Bergamo? Giuseppe, alias Peppantonio si assenta per una manciata di secondi, poi accenna un sorriso, come se la domanda l’avesse trasportato virtualmente in quei luoghi. “La Rotonda di San Tomè – risponde -. Una chiesa tonda, medievale, che si trova ad Almenno, lungo la strada da Bergamo verso San Pellegrino. Un posto fantastico! Ogni volta che mi era possibile ci andavo”.

La Rotonda di San Tomè o solo San Tomè come è più generalmente nota, si trova nel territorio del comune di Almenno San Bartolomeo. Venne edificata tra il 1130 e il 1150 ed è stato possibile risalire alla data per via di alcune tombe trovate all’esterno, dunque non sarebbe stata voluta dai longobardi. Costruita sopra un preesistente tempio pagano dedicato a Giunone, Cerere e Silvano, la sua forma rotonda potrebbe essere conseguenza del fatto che in principio fosse un tempio; anche il fatto che si trova nei pressi di una folta zona boschiva, confermerebbe la sua origine pagana. Un edificio sul quale si è favoleggiato tanto nel corso dei secoli. Così come misteriosa appare la luce che cade perpendicolare dalla lanterna alla sommità della struttura che colpisce nella sua pienezza chiunque si trovi al centro esatto.

“Per mangiare ci sono diversi posti, c’è una buona cucina a Bèrghem – scherza -, ma io adoravo la trattoria da Ornella, a città alta, in via Gombito. Quasi sempre prendevo il pollo all’aglio e prezzemolo, eccezionale. E poi la polenta taragna, pesante ma molto saporita”. Apprendiamo che la taragna si prepara con una miscela di farina di mais e di farina di grano saraceno che le conferisce quel caratteristico colore scuro, mentre per la cremosità si aggiungono, a cottura ultimata, il burro e il formaggio casera, prodotti tipici di alta montagna che le attribuiscono la giusta elasticità. Tanto per continuare a conoscere cose nuove: il suo nome deriverebbe dal mestolo di legno con cui viene rimestata nel paiolo che in dialetto si chiama tarel.

Telese è a un paio di chilometri, il mio vicino di posto osserva il tramonto dal finestrino, il verde lussureggiante della campagna si fa coprire da intensi riflessi rossi e sul volto di Giuseppe si stampa un sorriso beato, respira l’aria di casa. Sono 6 anni che è tornato a vivere tra le sue cose, i suoi affetti ma è sempre come se fosse il primo giorno. Certo, si lascia sfuggire, anche lì ha lasciato amici e persone care, soprattutto nell’Usd Loreto: “Mi hanno regalato una bella targa, quando sono andato via. So che mi ricordano con grande affetto come io ricordo loro. Nel calcio e nello sport ho avuto solo amici”. Inutile chiedergli pronostici, troppo scaramantico per rispondere. In fondo, anche se ha trascorso parte della sua vita tra le Alpi Orobie e le Prealpi Bergamasche, anche se è capace di innestare un Fà e desfà l’è sèmper laurà sul suo accento campano, è un tifoso del Napoli, di quelli della prima ora, fedele a riti e tradizioni pre-partita. Mi saluta con un “Forza Hamsik! Forza Sarri!”, poi si allontana col passo dinoccolato tipico di chi è troppo alto per tenere bene in equilibrio arti e tronco, come se, appunto, fossero due persone sovrapposte. Ciao Peppantò! Forza Napoli!

“Quella del calcio è l’unica forma di amore eterno che esiste al mondo. Chi è tifoso di una squadra lo resterà per tutta la vita. Potrà cambiare moglie, amante e partito politico, ma mai la squadra del cuore”. Luciano De Crescenzo, I pensieri di Bellavista.

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  1. Luigi Metropoli 1 ottobre 2016, 15:30

    Le date della costruzione di San Tomè non possono avere legame coi longobardi, sconfitti da Carlo Magno e senza potere in Italia da almeno 3 secoli.

    • avevo segnalato le imprecisioni nel mio commento, ma non essendo la storia dell’arte argomento dell’articolo e non immaginandola primario interesse dei lettori ho soprasseduto. Gli studi evidenziano che, come spesso accade, l’area sul quale sorse la piccola chiesa aveva un valore sacrale già in età pagana. All’interno dell’attuale edificio sono “evidenti” e probabilmente datate correttamente alcune colonne con capitelli che riportano all’alto medioevo dunque al periodo longobardo, secondo una normale tradizione di riuso. L’attuale struttura esterna subì profondi rifacimenti di carattere romanico (dunque spiegato il motivo della datazione riportata nell’articolo). Questi sono i vaghi ricordi della mia laurea in storia dell’arte. Non è corretto però dire che non sono esistiti e fioriti ducati longobardi nell’Italia Meridionale anche dopo la nascita del sacro romano impero… Salerno è uno dei principali esempi. è ovvio che Carlo Magno non solo frenò l’espansione longobarda nella penisola, ma di fatto la sostituì per quanto riguarda buona parte dell’Italia centro-settentrionale.

      • Luigi Metropoli 1 ottobre 2016, 17:21

        Infatti al sud i franchi non sono proprio arrivati. Salerno e Benevento hanno continuato a essere longobardi anche dopo, fino all’arrivo dei normanni (XI secolo). Sugli “spolia” che vanno a costituire buona parte del materiale di “ricostruzione” nel medioevo (più alto che basso) non ci sono dubbi, per carità. Era solo che la frase come era riportata nell’articolo dava luogo a un’aberrazione storica e una conseguente inesattezza nella cronologia architettonica. Ad ogni modo complimenti per l’articolo.

  2. Diego della Vega 1 ottobre 2016, 12:36

    Io a Bergamo non ho resistito nemmeno 3 giorni, figuriamoci 30 anni. Peppino ha tutta la mia solidarietà.

    • Diego, io sono bergamasco e capisco benissimo le diverse difficoltà trovate da molti meridionali che salgono dalle mie parti… forse anche Peppantò non fosse stato per il lavoro, avrebbe girato istantaneamente la macchina indietro verso casa. Da quanto si legge non sappiamo se abbia mai chiesto il trasferimento… a me piace pensare che non l’abbia mai fatto, anche in nome di quelle amicizie di cui parla. Io vivo a Napoli e per quanto sia una città splendida e la gente sia enormemente più cordiale e aperta di noi, non credere che non abbia motivi per cui lamentarmi. Non lo faccio mai con chi mi capita di parlare e mi chiede come sia vivere a Napoli. Le mie sono solo constatazioni. E ti assicuro che non mi manca proprio la mia città e che sopra il Po tornerei a vivere solo per 2-3 città. Non so quanto starò a Napoli, ma ci saranno aspetti della città e della gente che saranno sempre un bel ricordo e come Peppantò non credo che mi torneranno in mente le piccole cose che non ci andavano a genio.
      Ti consiglio comunque effettivamente la prossima volta di andare ad Almenno (nonostante le piccole imprecisioni su San Tomè dell’articolo, il posto merita), berti un bicchiere di Moscato di Scanzo e una sosta da Ornella… potrei citare altri posti da vedere e in cui mangiare, ma ti inviterei prima di tutto ad osservare anche semplicità, pragmatismo e lealtà che contraddistinguono i bergamaschi, chissà che un po’ migliori la tua opinione.

      • Roberto Liberale 1 ottobre 2016, 15:18

        Ottimo Ivan.
        Tutte le città del mondo hanno cose belle e cose meno belle. Ne ho girate tante e non sopporto chiunque dica “la mia città la più bella del mondo”.
        E’ un campanilismo ritrito ed inutile.
        Tutte le città del mondo sono care a chi vi nasce, quello che ce lo fa dire è un insieme di affetti, abitudini, rituali, ricordi. Delle tante che ho visto non ne riesco a trovare nessuna che non meriti l’affetto dei propri nativi.
        Esse sono i nostri luoghi del cuore.
        Grazie

      • dino ricciardi 1 ottobre 2016, 16:48

        bravo Ivan …complimenti !!

        • grazie a voi per i complimenti… tutto sommato il mio era banale, voleva essere solo un piccolo contributo visto che spesso noi italiani, sia del sud che del nord, non conosciamo adeguatamente molte parti del nostro paese. Tanti bergamaschi hanno una cattiva opinione di Napoli pur non avendola mai visitata, così come molti napoletani immaginano Bergamo manco fosse Stoccolma senza però tutte le biondone svedesi 🙂

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