Zenga e Napoli. Ferlaino lo aveva quasi acquistato. Maradona lo voleva. Caniggia lo bruciò nella sua notte più buia

Zenga e Napoli. Ferlaino lo aveva quasi acquistato. Maradona lo voleva. Caniggia lo bruciò nella sua notte più buia

Walter Zenga e Napoli. Walter Zenga e il San Paolo. Walter Zenga e quella porta sotto la curva A che segnò la serata più buia dell’uomo ragno, del portiere guascone capace di gesti tecnici memorabili e di uscite, non solo calcistiche, mai passate sotto silenzio. 

È un rapporto controverso quello tra il portiere milanese e Napoli. Negli anni d’oro prese gol spesso e volentieri da Maradona e gli altri, in particolare da Careca. Diego lo bucò l’anno prima dello scudetto, stagione 1985-86, a Milano. Giordano si libera sulla fascia destra e crossa in area per l’accorrente Maradona. Lui stoppa di petto e incrocia lo sguardo di Zenga. Lo fulmina. Il portiere dirà: «Non guardava il pallone, mi fissò negli occhi e mentre lo faceva la buttò dentro». Con un sinistro al volo in diagonale. Fu una partita scandalo, con Mandorlini che ruppe la gamba a Buriani e un rigore inventato di sana pianta per un nulla di Bertoni su Collovati. 

Prese gol anche al ritorno, su calcio di rigore. E anche due stagioni dopo, a Napoli. L’ultima vittoria di quella squadra che si schiantò nel giorno della festa dei lavoratori. Punizione dal limite e faccia sconsolata di Walter. Cinque mesi prima il Corriere dello Sport aveva titolato: “Zenga e Vialli al Napoli”.

La squadra di Bianchi stava dominando il campionato. Era imbattuta, vinceva quasi sempre, chiudeva le partite nei primi venti minuti. E progettava il futuro. Diego voleva Zenga e Vialli. Gli piaceva Zenga, tanto. A chi non piaceva. Il talento che mancò la sua prima convocazione in Nazionale perché irrintracciabile – i telefonini non c’erano -: era in fuga d’amore con una valletta della Domenica sportiva, Marina Perzy. Al Mondiale in Messico ci andò lo stesso. Da terzo, spettatore della masochistica concorrenza tra Galli e Tancredi. 

Il Napoli si vedeva già con il secondo scudetto sulle maglie e Ferlaino si mosse. Quando a dicembre gli azzurri andarono a giocare a San Siro i tifosi interisti esposero un simpatico striscione: “Magico Zenga resta in Italia, non andare all’estero”. L’Inter non era ancora quella dei record firmata da Trapattoni, era la solita squadra regina del mercato d’estate e delusa già in autunno. 

Poi tanta acqua passò sotto i ponti. Quel Napoli stellare si suicidò e gli obiettivi cambiarono. Zenga finì col rimanere all’Inter. Garella, che ovviamente non l’aveva presa bene, andò via lo stesso: accusato di ammutinamento. Arrivò Giuliani.

Quando l’Inter ne prese due, uno da Careca e l’altro da Maradona, in porta c’era Astutillo Malgioglio. Zenga venne sostituito alla fine del primo tempo.

Poi arrivò il 3 luglio 1990. Zenga entra al San Paolo da portiere imbattuto di quei Mondiali che l’Italia di Vicini stava cavalcando sulle ali dell’entusiasmo, spinta da Totò Schillaci. Era una Nazionale costruita sulla Under 21 che faceva divertire: quella dei Donadoni, dei Vialli, dei Giannini, della rudezza dei Ferri dietro. E, ovviamente, di Walter Zenga. 

Quella sera si impicciarono le carte. L’Italia aveva giocato sempre all’Olimpico, la retorica delle notti magiche e la paura di giocare a Napoli contro Maradona aveva cominciato a mettere in agitazione l’ambiente. Diego ci mise del suo, da grande politico qual è: «Ci hanno sempre chiamati africani e oggi si ricordano che Napoli è Italia». In realtà il San Paolo tifò in larga parte Italia, con grande rispetto, senza fischiare l’inno dell’Argentina (come era invece avvenuto negli altri stadi). A metà secondo tempo, sull’uno a zero per gli azzurri, Maradona gira al vertice dell’area sotto i Distinti a Olarticoechea che crossa al centro. Zenga decide di uscire ma è in ritardo. Quell’attimo che ti cambia la vita. Caniggia di testa lo anticipa nell’area piccola e pareggia. Sotto la curva A. Quel Mondiale se lo porterà sempre sulla coscienza.

Non era finita. Ma i rigori non sono mai stati il suo forte. Ne parò uno a Platini, per esempio, che poi segnò su respinta. Quella sera nessuno all’Argentina che se ne andò in finale contro la Germania mentre la stampa alimentò una stupida polemica su Napoli che aveva tradito, complice una dichiarazione improvvida di Vicini nello spogliatoio. 

La notte più amara di Zenga. A Napoli. In quella Napoli che due anni prima era pronta ad accoglierlo come un eroe. Altre volte, poi, è tornato al San Paolo. Non nella prima partita successiva alla squalifica per doping di Maradona: in quel Napoli-Inter 1-1, successivo a Napoli-Bari, Zenga era squalificato, proprio come Diego. L’anno dopo, sempre in quella porta maledetta, prese un gol sotto l’incrocio da un altro numero 10: Gianfranco Zola. L’ultimo da portiere, invece, lo subì sotto la curva B, dove quella sera si calciarono i rigori. E dal dischetto venne punito da Arturo Di Napoli. Lui, Walter Zenga, non giocava più con l’Inter, difendeva la porta della Sampdoria. Fu quella l’ultima da giocatore al San Paolo. 

A Napoli è tornato una sola volta da allenatore. Anche quella fu una circostanza da ricordare. Era la stagione 2008-2009, Zenga guidava il Catania. Venne battuto 1-0, gol di Maggio. Fu l’ultimo successo del Napoli di Reja che, dopo nove risultati consecutivi negativi, venne esonerato. Al suo posto arrivò Donadoni che proprio dal Palermo di Zenga venne sconfitto alla prima giornata. L’ultimo ko all’esordio del Napoli prima di quello di domenica scorsa contro il Sassuolo.

Napoli e Zenga non si incrociano più da allora. Si ritroveranno domenica sera per Napoli-Sampdoria.
Massimiliano Gallo

ilnapolista © riproduzione riservata