Napoli bilbao
Bilbao. Ci siamo. Mancano due giorni. Il tempo dell’autoanalisi è finito. Mercoledì sera ci giochiamo la Champions. In uno stadio che viene considerato impossibile, in un ambiente caldo che non abbandona mai la sua squadra. Vedremo. Si gioca a calcio. Undici contro undici.
L’Athletic ha qualche chance in più rispetto a noi. È forte del pareggio esterno per 1-1 e può anche pareggiare zero a zero per passare. Messa da parte la tensione emotiva, la gara dell’andata va analizzata con razionalità. Non che conti qualcosa ma leggere che il Napoli ha avuto il 60% del possesso palla mi ha sorpreso non poco. Nella mia mente, non l’avevamo praticamente mai toccata dall’ottavo del primo tempo fin quasi alla prodezza di Higuain. Non è stato propio così. I baschi ci hanno messo in difficoltà, sì, ma non c’è confronto nel paragone delle palle gol costruite.
A rileggere la partita dell’andata, era appena il 70esimo quando Callejon non riusciva a trasformare in gol un’altra poesia di Higuain. Con i se e con i ma non si va da nessuna parte, certo, ma con due gol in tre minuti la musica sarebbe cambiata. Ci siamo soffermati – tutti – più sugli aspetti negativi (i fischi, Insigne) che non su quelli positivi. È un nostro limite. A Bilbao possiamo giocarcela. Poi, va da sé, può finire in ogni modo. Un altro Napoli, e che Napoli, perse la Coppa Uefa al primo turno in uno stadio di gran lunga meno epico: a Tolosa.
La visione pessimistica di martedì sera è stata dovuta a un insieme di fattori, soprattutto a un’estate che tutti ci saremo aspettati diversa. A oggi restano ufficialmente ignoti i motivi che hanno condotto il Napoli a non acquistare per tempo i due centrocampisti di cui parlò Benitez il primo giorno a Dimaro. E che hanno spinto il tecnico madrileno a schierare martedì al San Paolo Gargano, calciatore da due anni girato in prestito in serie A. Nessuno ha fin qui chiarito nulla. Né Aurelio De Laurentiis, di cui ormai conosciamo pregi e difetti e sappiamo che quando il gioco si fa duro lui la faccia non ce la mette mai; né Rafa Benitez, che si è limitato a qualche battutina, anche di troppo, e ci ha ricordato (probabilmente per provare ad abbassare la tensione) che non siamo il Manchester United e che uscire dalla Champions non sarebbe un dramma. Insomma, non proprio quel che ci eravamo immaginati: una campagna acquisti chirurgica, magari propedeutica al rinnovo contrattuale di Rafa.
Un clima da guerra fredda che ha gettato nel panico la tifoseria napoletana già di suo oltre l’orlo della crisi di nervi. Una tifoseria e un ambiente, va detto, poco avvezzo all’alta quota e quindi alla tensione che fisiologicamente produce ogni conquista storica. Perché giocare due volte di seguito la Champions sarebbe un traguardo storico per la nostra squadra. Il mantra del “devi vincere” ce lo ha fatto dimenticare, insieme con tante altre cose. Non per tornare sulla querelle fischi, ma non può essere un caso che un pubblico che la Champions l’ha giocata quattro volte (Benitez docet), per ben due volte abbia fischiato la propria squadra: nel 90 (ai tempi di Diego) contro la Lokomotiv e nel 2014 contro il Bilbao. Come direbbero a Roma, Pedro Almodovar ci spiccia casa.
È in queste condizioni che il Napoli va a giocarsi una fetta importante della stagione e del proprio futuro prossimo. Loro non sono affatto scarsi: due anni fa hanno raggiunto la finale di Europa League battendo il Manchester United e lo Schalke 04. Ma non sono più esperti di noi. Né tantomento più forti. Hanno più gamba, probabilmente. E sono capaci di imbrigliarci, come hanno dimostrato nella prima ora al San Paolo. Ma ce la giocheremo. Il calciatore più forte ce l’abbiamo noi. E loro sanno che se ci lasciano campo, noi possimo punirli.
Insomma, sarebbe una partita di calcio. Si può vincere e si può perdere. In presenza di un progetto palpabile, non sarebbe un dramma. È questa sensazione di ultima spiaggia, di separati in casa, di disastro in caso di sconfitta che rovina l’atmosfera. Sensazione che solo una società presente e rassicurante avrebbe potuto e può ancora allontanare. In campo il Napoli può superare l’Athletic. È fuori, a partire dalla società, che dovrebbe cominciare a imparare a non divorare più i suoi figli.
Massimiliano Gallo