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De Laurentiis, anche tu sei Napoli. Fattene una ragione

No, vi sbagliate, voi che difendete De Laurentiis, il punto è che “fare iacovella” (manfrina n.d.t.) aggrava i problemi che lui vorrebbe risolvere.

Qualche amico dice che non abbiamo capito il presidente. Che quelle sortite tipo “Me ne vado in Inghilterra” sono “manovra tattica” per sparigliare con la politica napoletana. E che dobbiamo ringraziare Iddio se abbiamo un imprenditore che ancora accetta di lavorare in questo casino di città e non molla tutto.

Posso dire? Questo ragionamento non tiene conto di una questione chiave di cui raramente la politica e la cultura napoletana hanno voluto farsi carico: l’immagine della città.

L’immagine della città non è la sua realtà. Va oltre, la proietta in positivo o in negativo oltre i suoi problemi. È quello stato di grazia che anche Napoli ha vissuto per qualche anno nei decenni passati e che assiste su base ormai stabile le sorti di New York e Londra, Barcellona e Torino. Poi voi potete anche andare a Barcellona e subire una rapina (presente!) ma perfino voi continuerete a pensare che quella città funziona. Perché? Perché la sua immagine, interiorizzata attraverso i media, funziona perfino su chi ha toccato con mano che in realtà le cose stanno diversamente.

Inutile dire che negli ultimi anni a Napoli si è di nuovo, come da tendenza secolare, lavorato nel senso opposto.

È su questa nostra ferita che lavora De Laurentiis quando ci ripete – lo fa ogni anno, pensateci – che siamo dei pezzenti e dovremmo ringraziarlo perché lui è qui. Il punto che lui finge di non capire (lo faccio molto più intelligente delle sue posizioni pubbliche) è che il problema dell’immagine riguarda soprattutto lui, perché niente, come una squadra di calcio che porta il nome della città, si identifica con la città. La Roma è stata acquistata soprattutto per questo: perché chi ci ha messo i soldi sa che quelle quattro lettere sono vendibili anche su Marte. Il punto è che delle sue sei lettere (N.A.P.O.L.I) De Laurentiis si vergogna.

Ma ahimè il problema dell’immagine riguarda il Napoli quando ci si sente dire da un Matri qualsiasi che lui qui proprio non vorrebbe venirci. E quante ne avete sentite di scuse di ogni genere, solo per dire “io da voi non vengo”? Riguarda il Napoli e Napoli quando vedete la fatica che fanno i commentatori televisivi nazionali nel rallegrarsi per i nostri successi. Riguarda quella materia subliminale, a volte inconscia, che è la parola: “il pubblico di Napoli pretende sempre troppo”, “Ambiente instabile”, “fragilità emotiva”. “Sono passionali”, proprio, sì, come un presidente che fancula tutti e se ne va con un passaggio in motorino.

Ecco perché noi del Napolista siamo diventati ipersensibili al punto della comunicazione sociale e sulla società. Ecco perché non ci piace che la Gazzetta scriva “scugnizzi ladri” e perché ce la prendiamo con le goffaggini e le mistificazioni di questo o quel salotto televisivo. Perché sappiamo dove “passionale e “emotivo” vanno a parare. E sappiamo per certo, perché in questo campo lavoriamo o abbiamo lavorato, che il Napoli sceglie di NON fare un lavoro ai fianchi che altri – i soliti nomi – fanno alla grande.

Non generalizziamo, mi raccomando. Nessuno chiede al presidente di riabilitare la città per i brutti scherzi fatti a Andreuccio da Perugia nel ‘300 o per la monnezza per le strade nel ventunesimo secolo. Ma è lui che deve capire che pregiudizi e discredito, disistima e autoflagellazione, stadi scassati e cessi degli altri falsamente distrutti, vengono usati contro di lui e contro la sua società. Napoli, che lui rinnega, lo riafferra con la sua cattiva fama. Il suo tentativo di farla franca con la sua mùtria mediatica per scollare l’immagine dell’azienda calcistica da quella della città non è sciocco: è disperato.

Per questo noi da sempre gli diciamo che deve convertirsi al lobbismo, alla battaglia dei segni, alla guerra della disinformazione, al sangue e merda dei media del 2014. Combattere. Che non significa farsi i fatti degli altri o dare del “pezzi di merda”. Significa farlo capire a tutti gli altri chi sono i … cattivi.

Aure’, mica ti vogliamo mammoletta. Ti vogliamo “figlio e’ Ndrocchia” del Ventunesimo secolo.
Vittorio Zambardino

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