La silenziosa rivoluzione di Benitez

Alla fine non resisto e il messaggio a Michele Fusco – milanista ufficialmente in pensione – lo invio ugualmente: «Oh, non so se hai visto la classifica? La risposta me la merito. “Beh, Max, da te non me l’aspettavo. In testa dopo tre giornate e ti comporti come un Allegri qualsiasi che non regge la tensione e si gira per un banale rigore contro il Torino?”. Incasso lo sfotto’ e porto a casa, ma mica mi sono pentito. Milanista non lo sono mai stato. In testa dopo tre giornate ci sono stato, sì, anche l’anno scorso. Ma l’assuefazione al vertice, quella, è un’altra cosa. Sensazione a noi sconosciuta.

E non sono poche le sensazioni quasi sconosciute offerte a noi da questo Napoli. Ok, abbiamo battuto Bologna, Chievo e Atalanta, non certo Real, Milan e Borussia. Ma abbiamo vinto tre partite dimostrando di volerle vincere. Entrando sempre in campo per fare la partita. Facendola. E dando sempre (fatta eccezione per qualche periodo nel primo tempo di Verona) la sensazione di fare la partita. E, soprattutto, di riuscire a portarla a casa.

Questa è stata la novità di sabato sera. Una partita giocata da Milan, da grande squadra. Quante volte abbiamo assistito a simili partite dall’altra parte della barricata, sperando che l’Atalanta di turno facesse un mezzo sgambetto alla rivale più accreditata ma sapendo – nel più remoto angolo del nostro cuore – che prima o poi il golletto lo avrebbe preso? Ecco, questa sensazione – a ruoli invertiti – non la provavo da quel dì.

Ora, per carità, non vorrei azzardare paragoni blasfemi. Il Napoli di Benitez ha vinto tre partite, nulla di più. Del resto, di più non avrebbe potuto. Ha segnato nove gol e ne ha incassati due (nessuno al San Paolo). Ha il capocannoniere, Hamsik con quattro reti, e il suo vice, Callejòn con tre (a proposito, alzi la mano che non prese per pazzo Benitez quando dichiarò che Callejòn avrebbe potuto segnare tra dieci e venti gol corso della stagione). Higuain è fermo a quota due. I detrattori potrebbero dire che segniamo con pochi uomini, si accomodino pure.

Eppure alla terza partita, Rafa ha infranto il terzo tabù, quello più insidioso: il turn over. Ha schierato cinque nuovi giocatori e ha vinto la partita. Tre su quattro in difesa. A proposito, ottima la prova di Cannavaro. Mi sembra di ascoltarli gli scettici. “Abbiamo vinto quando sono entrati Hamsik e Callejòn”. E certo, ma prima non siamo andati sotto. Come accade nelle corride, anche al San Paolo picadores e banderillos hanno provveduto a sfiancare il povero toro. Dopodiché sono entrati in scena i toreri.

Non sarà un caso se, per la terza partita consecutiva, gli avversari al 60’ siano apparsi senza energie. E se, per la terza partita consecutiva, il Napoli abbia dominato nel possesso palla (66% a 34 ieri), con ben 29 tiri verso la porta bergamasca. L’Atalanta ha creato un solo grande pericolo, col bel tiro di Denis nel secondo tempo. Nel primo tempo un patema d’animo per noi tifosi su calcio d’angolo. Il resto è stato Napoli.

Con Benitez, le partite del Napoli sembrano incontri di scacchi. Ci si rende conto fisicamente quando si guadagna una diagonale fondamentale, quando si conquista un pedone di vantaggio, o si neutralizza la possibilità di ribaltamenti avversari. E ci si rende conto del lavoro che il tecnico sta svolgendo quando ritroviamo Insigne nella nostra area chiudere perfettamente una diagonale difensiva su una loro azione di contropiede. Lo stesso ha fatto più di una volta anche Mertens che pure in fase offensiva è parso un po’ troppo evanescente.

Ovviamente, come spesso accade, l’appetito vien mangiando. Sarà sicuramente per questo che stamattina non mi è parso lunare il commento di Antonio Corbo che si rammarica per il mancato acquisto di un centrocampista e di un difensore veloce. Ora non vorrei dare ragione a Spadetta, per carità, ma ho fatto un analogo pensiero ieri sera al termine della partita. Riuscirà Higuain a giocare tre partite consecutive in otto giorni? E quanto ci avrebbe fatto comodo un Mascherano in mezzo al campo? Lui, eh, dico lui, non un surrogato.

Sono domande da tifosi. Rafa sorriderebbe. Si limiterebbe a questo. Uno dei suoi grandi meriti è proprio la capacità di blindare per davvero l’ambiente. Non solo a chiacchiere. In due mesi il tecnico spagnolo non ha ancora pronunciato una parola fuori posto. Probabilmente anche lui, come noi, ha una paura matta di quel che potrà accadere mercoledì sera. Ma se la tiene dentro. E costruisce silenziosamente una squadra che parte sì dal secondo posto dell’anno scorso, ma che è la sua squadra. Una formazione europea, consapevole della propria forza, consapevole che sin prisa pero sin pausa il gol arriverà. Questa è la vera novità rispetto allo scorso anno. In questo i nove punti dello scorso anno sono diversi da quelli di dodici mesi fa. E non mi sembra poco.
Massimiliano Gallo

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