Il ragazzo col caschetto che poteva essere Rivera

Aveva del talento Gaetano “Nino” Musella, ma era troppo un bel ragazzo per dedicarsi tutto al calcio e rimase a mezza strada. Poteva essere Rivera, rimase Musella con giocate geniali, doti tecniche superiori e rendimento inadeguato. Disse un giorno: “Sinceramente non ho saputo gestire i miei momenti importanti”.
Nato nello stesso anno di Maradona, abitava al quarto piano di un palazzo di piazza Gabriele D’Annunzio, di fronte al “San Paolo”, quarto di cinque figli, l’unico che aveva la fregola del pallone. In casa, con una palla di carta, dribblava sedie e tavolini. Papà Vitale lo portava a vedere il Napoli di Sivori e Altafini, in curva.
Fondò la Real Cumana, la regina dei tornei di strada, e ne fu il giovanissimo asso a 12 anni. Un compagno lo spinse a fare un provino per il Napoli. Nino divenne un “pulcino” azzurro, 5mila lire al mese di rimborso spese. Disputò un campionato provinciale e fece 28 gol. Giovanni Lambiase, che curava le piccole promesse del pallone, lo costrinse a giocare terzino perché non facesse lo spavaldo in attacco e imparasse a soffrire marcando l’avversario.
Fece la trafila delle squadre giovanili e Di Marzio, nel 1977, lo fece debuttare in serie A, a 18 anni, una sola partita. Fu mandato a “farsi le ossa” a Padova in serie C. Tornò e giocò quattro campionati con la maglia azzurra (71 partite e 8 gol).
Nel 1980-81 giocò l’intero torneo e firmò il gol dell’1-0 a Firenze dove il Napoli non vinceva da dieci anni. Firmò un’altra vittoria esterna sul Torino (1-0). L’anno dopo fece un fantastico gol all’Inter sotto le grinfie di Burgnich. Sembrò il momento della consacrazione. Invece, fu ceduto al Catanzaro e la favola di Musella nel Napoli finì, a 22 anni. Rimase, tutto sommato, una favola incompiuta.
Eravamo amici e parlavamo sempre di quegli anni, e dei suoi anni a Genova e a Bologna, prendendo un aperitivo in un bar di via Petrarca. Parlavamo del passato, ma lui aveva solo cinquant’anni, e per me era l’eterno ragazzo di Fuorigrotta col caschetto.

Aveva del talento Gaetano “Nino” Musella, ma era troppo un bel ragazzo per dedicarsi tutto al calcio e rimase a mezza strada. Poteva essere Rivera, rimase Musella con giocate geniali, doti tecniche superiori e rendimento inadeguato. Disse un giorno: “Sinceramente non ho saputo gestire i miei momenti importanti”.Nato nello stesso anno di Maradona, abitava al quarto piano di un palazzo di piazza Gabriele D’Annunzio, di fronte al “San Paolo”, quarto di cinque figli, l’unico che aveva la fregola del pallone. In casa, con una palla di carta, dribblava sedie e tavolini. Papà Vitale lo portava a vedere il Napoli di Sivori e Altafini, in curva.Fondò la Real Cumana, la regina dei tornei di strada, e ne fu il giovanissimo asso a 12 anni. Un compagno lo spinse a fare un provino per il Napoli. Nino divenne un “pulcino” azzurro, 5mila lire al mese di rimborso spese. Disputò un campionato provinciale e fece 28 gol. Giovanni Lambiase, che curava le piccole promesse del pallone, lo costrinse a giocare terzino perché non facesse lo spavaldo in attacco e imparasse a soffrire marcando l’avversario.Fece la trafila delle squadre giovanili e Di Marzio, nel 1977, lo fece debuttare in serie A, a 18 anni, una sola partita. Fu mandato a “farsi le ossa” a Padova in serie C. Tornò e giocò quattro campionati con la maglia azzurra (71 partite e 8 gol).Nel 1980-81 giocò l’intero torneo e firmò il gol dell’1-0 a Firenze dove il Napoli non vinceva da dieci anni. Firmò un’altra vittoria esterna sul Torino (1-0). L’anno dopo fece un fantastico gol all’Inter sotto le grinfie di Burgnich. Sembrò il momento della consacrazione. Invece, fu ceduto al Catanzaro e la favola di Musella nel Napoli finì, a 22 anni. Rimase, tutto sommato, una favola incompiuta.Eravamo amici e parlavamo sempre di quegli anni, e dei suoi anni a Genova e a Bologna, prendendo un aperitivo in un bar di via Petrarca. Parlavamo del passato, ma lui aveva solo cinquant’anni, e per me era l’eterno ragazzo di Fuorigrotta col caschetto.

Mimmo Carratelli

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