Sì, Insigne può diventare il nostro Totti

Verso la fine degli anni novanta ero un ragazzino di undici-dodici anni a cui piaceva tanto il calcio: adoravo seguirlo, mi dilettavo a giocarlo. Da lì a poco avrei appeso al chiodo le scarpe coi tacchetti per tirare fuori, una volta a settimana, quelle da calcetto; intanto, andavo tre volte a settimana ad allenarmi in una scuola calcio a Sant’Arpino, affiliata col Torino: giocai il campionato esordienti da terzino destro – poi una decina d’anni dopo mi fu detto dopo che era il ruolo meno nobile della categoria, ma vabè. Per scelta societaria si giocava con quelli di un anno più grandi, quindi si perdeva con una certa regolarità. Eppure c’erano dei ragazzini che, si capiva subito, erano un paio di spanne sopra al resto del gruppo. In particolare c’era un ragazzo silenzioso ma sempre sorridente, addirittura più basso di me (e, a quei tempi, ce ne voleva), quello a cui veniva riservata la 10. Si chiamava come me, cosa che comportava alcuni inconvenienti: ad esempio, durante le partite mi giravo di continuo verso la panchina pensando che il mister volesse darmi indicazioni che, invece, erano per lui. Io rimanevo stupito dalle sue giocate e dalla sua classe tanto grezza quanto pura, finché qualcuno mi disse: nei pulcini gioca il fratello, ed è più forte di lui. Non lo vidi, quel ragazzino di otto anni di cui si dicevano cose incredibili: eppure mi rimase sempre la curiosità di capire se davvero fosse così forte, e se davvero fosse meglio di suo fratello Antonio, questo Lorenzo Insigne.

Non lo persi di vista: lo seguivo da lontano, a volte leggevo il suo nome nei trafiletti sui giornali. Finché, qualche anno dopo, seguendo il Torneo di Viareggio gli vidi fare questo goal.

Certe cose non le pensano, i giocatori normali: certe cose sono appannaggio dei geni. E lui, Lorenzo Insigne, sembrava un concentrato di genio. Qualche giorno dopo, Mazzarri gli concesse la gioia di una ventina di secondi in prima squadra: l’esordio. Venti secondi a Livorno, al posto del Tanque Denis: giusto perché Walter, fra qualche anno, dovrà togliersi lo sfizio di dire “lo feci esordire io”. Dopo quella fugace apparizione, Lorenzo si spostò nel salernitano: sei mesi alla Cavese con poche luci e molte ombre. D’estate, poi, il cambio di rotta: l’incontro con Zeman, la Lega Pro col Foggia e la Serie B a Pescara, con seguente promozione in A: in due anni, 37 goal, classe, maturazione, e genio. Genio, quello innato e permanente: come il goal contro il Bari: un goal molto, molto simile a quello, fantastico, segnato al Viareggio un anno e mezzo prima.

In Serie A Lorenzo ritornerà a Napoli: ha 21 anni, è la prima riserva di Pandev e gioca una decina di partite da titolare: conclude la stagione con 37 presenze, cinque goal e sette assist. Intanto incanta in under 21, comincia a gravitare attorno a Prandelli..

Forse è vero che, come dice qualcuno, al Barcellona giocherebbe titolare da un paio d’anni: ma siamo in Italia, e sappiamo come funzionano i nostri settori giovanili ed il nostro terribile campionato Primavera. Lorenzo non sarà stato un bambino prodigio titolare in prima squadra a 18 anni, ma la classe c’è, nonostante divida ancora – c’è gente che lo vede ancora come un giovanotto di belle speranze e nulla più. Ma adesso quelle speranze vanno fatte fruttare: adesso, dopo l’Europeo under 21 e le vacanze, comincerà il suo vero anno della maturità. Ed a tutti piacerebbe vederlo a Napoli per la vita: a tutti piacerebbe, come scrive Vittorio Zambardino, che diventasse il nostro Totti. Il genio c’è, e pure la faccia da inguaribile figlio ‘e ‘ntrocchia: finora è mancato un mister che abbia il coraggio di lanciarlo titolare e di responsabilizzarlo.

Passeremo quest’estate sperando che Benitez ne faccia un giocatore completo. Passeremo quest’estate scommettendo sulla sua definitiva esplosione. E passeremo quest’estate sperando di passare la prossima, primo napoletano di questo genere, a farci sognare, inorgogliendoci, nel mondiale carioca.
Antonio Cristiano

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