L’emozione di entrare nella Bombonera e poi rimanerci un po’ male

Buenos Aires. Per me l’Argentina è stata sempre una meta lontana quanto improbabile. Mi son sempre detto: troppe mete lontane vincerebbero a mani basse, potendo scegliere. Però, nel mio personale campionato delle destinazioni, è stata sempre lì in agguato, in zona UEFA per intenderci. Naturalmente dire Argentina è dire Buenos Aires, e dunque Diego, e dunque la Bombonera. Del tutto inaspettatamente, grazie alla determinazione di mia figlia e della sua passione per gli studi di geologia che l’hanno condotta a Buenos Aires, la meta da opzione è diventata obbligo; il più bell’obbligo di questo 2013, e che ne parliamo a fa’! E dunque, facendo il viaggio esatto e contrario al portegno che oggi da Baires l’ha portato a San Pietro, io oggi sono entrato nella Bombonera.
A dire il vero già domenica scorsa avevo cercato di andare a vedere lo sfigatissimo (classifica alla mano) derby Boca-Velez, ma per il Boca non si vendono i biglietti: la disponibilità è di gran lunga inferiore al numero dei suoi soci, e i soci hanno rigorosamente la prelazione. La Bombonera, chiusa in un dedalo di strade strette, non ero neanche riuscito a vederla in lontananza; oggi, però, ci sono andato. Da turista sono entrato al Museo de La Pasion Boquense, che sta nella sua pancia. Affollatissimo di gente di tutte l’età, senza prevalenze di sesso; neanche fai il biglietto (che costa appena una decina di euro circa), ti giri intorno e vedi una statua in bronzo di Diego, prima ancora di mostrare il biglietto ai controllori (di statue all’interno ce ne sono solo altre due: Riquelme e Palermo); ed è subito adrenalina. Non è grandissimo, il museo:lo visiti in tre quarti d’ora; è a due piani, prima di salire ti trovi davanti una parete con tutte le foto 10×10 di tutti i giocatori che hanno vestito la maglia del Boca, ordinati democraticamente secondo la data del loro debutto. Un rapido calcolo, ed ecco lì Diego!
Al primo “piso” ci sono i video delle partite più importanti delle ultime 13 stagioni, ma soprattutto una porta dalla quale entri direttamente sulle gradinate, nella curva opposta a quella delle gli ultrà (la “barra”). Come il pellegrino di cui sopra, giuro che mi sono commosso ad entrare nel tempio… Mi sono seduto e, frastornato, col sole del primo pomeriggio che mi abbacinava, mi sono guardato intorno: il campo vicinissimo alle gradinate; a destra l’orrenda stecca di appartamentini che costituiscono la tribuna, interclusa tra due mini condomini di 5/6 piani sponsorizzati Pepsi, con balconcini proiettati sul campo; a sinistra quelli che noi chiamiamo i distinti; e di fronte, nella penombra, la curva tutta gialla su cui campeggia il numero 12, il numero degli ultrà.
Alle 16 parte il tour guidato, che si rivelerà una “locura” totale, nel bene e nel male. Siamo poco più di una cinquantina, e veniamo presi in consegna da una signorina vestita con la tuta del Boca, che dalla biglietteria ci conduce in un corridoio ampio quanto grigio. Sapete come vanno queste cose in questi casi, no? Si è nient’altro che un gregge di pecore, il libero arbitrio viene sospeso in balia, e la guida stabilisce per te tempi e modi del tuo essere. Quasi mi vergogno di essermi cacciato in questa situazione, ma l’autoassoluzione per la superiore missione che sto compiendo scatta quasi in contemporanea, quindi decido d’affidarmi stolidamente a tutte le cazzate che riuscirò a capire, a tutte le inutilità che ci faranno vedere, abiurando ad anni di spocchioso orgoglio da “turista fai da te, no Alpitour!”.
La hostess ci raggruppa e inizia un interrogatorio etno-geografico, del tipo: “Quanti vengono dall’Argentinaaaa? Alzate la mano per favore! … Bien … (una trentina) E da che cittàààà … E quanti dal Brasilee … (due) … E quanti dalla Colombiaa … (una quindicina, domani nello stadio del River si gioca Argentina-Colombia) … E quanti da altri statiii … (timidamente alza la mano una ragazza e il suo uomo e dicono Venezuela) … Bien… Nada más? …”. Allora io, che fino a quel punto pensavo d’avere ancora uno scampolo di dignità e credevo d’essermi imposto nel non rispondere ad una domanda così stronza, ritenendo che oltre agli argentini l’unico che aveva diritto a vedere la Bombonera ero io, per il rapporto adottivo che ciascuno di noi ha con Diego, allora io alzo la mano, e rispondo orgoglioso: “Napoli… Italia.” A quel punto un colombiano, che indossava la maglietta di Falcao dell’Atletico Madrid, si gira e dice: “Napoli!”. E mi fa segno con il pollice su. Ma poi sbaglia tutto e aggiunge ispirato “Sugnica!” (secondo la vera pronuncia del nostro numero 18). Io, deluso, gli rispondo laconico: “Armero también”. Altri, a quel punto, si sono girati verso di me, sorridendo complici.
Il giro sulle gradinate si rivela per quello che doveva essere: una scontata agiografia del Boca e dei suoi tifosi in generale. L’unica citazione per Diego riguarda l’individuazione del suo appartamento nella tribuna di fronte ai distinti; la notizia, però, è stata sapientemente preparata dalla guida, che spiegando il senso di quei balconcini, ci dice che quello centrale, quello lì, sopra lo stemma del Boca, quello è del più grande giocatore che ci sia mai stato al mondo. “E lo sapete chi è, il più grande giocatore del mondo?”. Naturalmente, quei buzzurri dei colombiani tutti a dire: “Pelè! Pelè!”, giusto per sfottere la signorina. Che se l’è propria cercata. Lei a quel punto fa la finta offesa, e ci guida verso la curva della “barra”. Io, dopo aver derogato ad un altro dei miei principi universali, vale a dire affidare la macchina fotografica ad uno sconosciuto per immortalarmi, giuro a me stesso di riguadagnare le quote di dignità così velocemente dissipate, e seguo a distanza di sicurezza il gregge.
Nella curva la ragazza racconta cosa succede ad ogni gol, con il precipitarsi furioso dei tifosi lungo la “escalera” e il conseguente arrampicarsi sulla rete di recinzione che separa gli spalti dal campo; la cosa assurda è che in parecchi seguono il suo invito e simulano questa esultanza. Così come prima, passivamente, una trentina di loro s’è fatta disporre in piedi su più file e all’“Un, dos, tres!” della garbata tiranna iniziano a saltare, perché lei potesse spiegare quanto è assordante il rumore di uno stadio che salta all’unisono.
Il giro volge al termine, ma ci stiamo solo avviando all’acme della sua assurdità: la visita agli spogliatoi. Nei quali, in pratica, 50 dementi, me compreso, si mettono a girare per stanzoni disadorni, guardano pisciatoi e ammirano docce. Esattamente come andare a guardare i cessi d’un aeroporto. Lo spogliatoio del Boca ha almeno i colori giallo blu, ed è molto peggio di quelli che si vedono nei pre partita della nostra Serie A. Gli appartamenti non ce li fanno vedere, perché figurati se i ricconi consentivano a tanta plebe l’accesso ai loro luoghi privilegiati! Un ultimo giro, per il monumentale ingresso della Bombonera, con tanto di quadro di nave battente bandiera svedese da cui, com’è noto, i colori sociali. E poi basta.
Avrei voluto più Diego, ma qui si celebra il Boca; e poi, in definitiva, Diego non ha giocato tutti quest’anni con loro. Non dico che è giusto, eh. Se entri in Vaticano e non trovi tutti i Cristi che vuoi vedere, quelli che immagini sia giusto che siano raffigurati, credente e buono t’incazzi di brutto, o quantomeno ci rimani male. E alla fine così mi sento io, e mi ritrovo a pensare: “Sì, però…”.
Nicandro Siravo

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