Il razzismo nei confronti di Napoli è un tema. Affrontiamolo prima che diventi emergenza

Due le notizie di oggi. Extra-calcistiche per certi versi. 1) La corrispondenza privata di Schwazer spiattellata sul Sole 24Ore col marciatore altoatesino che si rifugia nel “non sono mica napoletano” per avvalorare la veridicità delle sue parole che negavano l’uso di sostanze dopanti. 2) La sentenza del giudice di Torino a proposito del famoso servizio del Tg3 Piemonte sui napoletani che puzzano. È stato considerato di pessimo gusto ma non diffamatorio.

Due notizie che contribuiscono ad aumentare la forbice tra Napoli e il resto d’Italia. Il canovaccio è sempre lo stesso: a un episodio in sé razzista fa da contraltare una levata di scudi e di insulti. Giusta, comprensibile. Talvolta cieca, tanto da sconfinare nel vittimismo, come nel caso delle parole di Marchisio sull’odio calcistico. Ma, come si diceva un tempo, il tema non viene mai affrontato culturalmente. Non ci si sofferma. Non si organizzano dibattiti televisivi (pare che ormai tutto debba passare dalla tv per poter raggiungere le famose case degli italiani). Per carità, ciascuno recita il proprio ruolo, ma il timore è che così si andrà poco lontano.

Al di là del pensiero personale sulle due vicende (per chi scrive, una mail privata è una mail privata) a Napoli l’insofferenza verso cori ed episodi di razzismo sta crescendo sempre di più. Nel disinteresse dei media nazionali, dei politici, e probabilmente delle istituzioni scolastiche. L’anno prossimo l’intensità delle proteste di chi si sente offeso e oltraggiato per la propria collocazione geografica aumenterà e presto ci troveremo di fronte a una situazione più difficile da gestire. Senza dimenticare che è prevista la squalifica per cori razzisti.

In Italia, si sa, un tema lo si affronta soltanto quando diventa drammaticamente emergenza. Nel nostro piccolo, dall’osservatorio privilegiato del Napolista, invitiamo chi di dovere a non sottovalutare il problema. Il razzismo non è legato solo al colore della pelle. E i sintomi per capirlo ci sono tutti. Basta non voltarsi dall’altra parte.
Massimiliano Gallo

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