Sollevato dall’addio, Mazzarri pronuncia persino la parola scudetto

Il volto sereno. Disteso. All’improvviso un uomo sollevato. Persino incline al sorriso. L’ultimo Mazzarri napoletano era già il primo Mazzarri di qualcun altro, o forse di qualcos’altro. Ha detto addio senza l’ombra di uno di quei tormenti che aveva lasciato credere di provare. Ha detto addio ricordando che già l’estate scorsa in fondo ci pensava, che aveva fatto una scommessa su se stesso e che gli è andata bene. Eppure nel congedo di Mazzarri resta un alone di irrisolutezza. Una cosa che si concentra tutta in una parolina sola. Perché.

Il dato oggettivo è che siamo passati da una situazione in cui Mazzarri cercava una squadra per lasciare il Napoli (due anni fa) a un’altra in cui gli va bene tutto fuorché il Napoli (ora). Ed è una situazione prima ancora che offensiva, francamente sorprendente. Poiché le sorprese sono più interessanti e più fertili delle offese, bisognerebbe provare a capirle.

Mazzarri ha un’alta considerazione di se stesso, diciamo così. Così alta da non aver battuto ciglio per la cessione di Lavezzi, così alta da aver fatto trapelare un mesetto fa (Sconcerti, Corriere della sera) che non si sarebbe strappato i capelli per la cessione di Cavani. Ha fede nel suo calcio e nella sua idea del mondo. In questo senso è un altro Sacchi. Fa impressione sentirgli dire che se si fosse fermato ancora qui, qualcuno nel gruppo, mettiamo Cannavaro, non l’avrebbe più seguito. Se lo dice non è per ammettere un suo limite, ma per attribuire una colpa fuori di sé. Potrebbe aver colto che stava succedendo già. Se è verosimile questa lettura dei fatti, dentro questa cornice possono rientrare i battibecchi a partita in corso con Zuniga, l’uscita di squadra di Inler, certi mezzi litigi in campo fra i giocatori, e ieri la freddezza con cui Pandev lo ha accompagnato all’uscita (“il calcio continua anche senza Mazzarri”). Ha sentito che la squadra gli stava scivolando via dalle mani. Deve essersi sentito solo dinanzi a questo impoverimento del suo charme. Senza le spalle coperte. Senza una figura forte accanto a sé ogni giorno sul campo.

Se questa ipotesi sta in piedi, allora Mazzarri non va via perché De Laurentiis non gli compra i giocatori che vuole. Intanto perché non è completamente vero (ha ottenuto l’allontanamento di Gargano, il riscatto di Pandev, Mesto anziché Cuadrado, Behrami-Gamberini sono scelte sue) e poi perché il suo Ego su quel punto lì compensa ampiamente. Se questa ipotesi sta in piedi, non va via perché gli mancherebbe un Cavani, ma perché gli manca un Marotta, un Baldini, un Galliani. Dentro questo scenario sente di aver fatto cose enormi, sente di aver fatto il massimo. Mazzarri dà l’idea di essere poco stimolato dalla prospettiva di dare uno scudetto all’unica città-squadra d’Europa. Ma non è sfiducia nella capacità di crescita, nella sua testa lui ci ha provato già quest’anno. Come potrebbe perciò accettare una sfida che sente esserci già stata?

“Farò il tifo per lo scudetto del Napoli”. Era un estraneo da 5 minuti e già non aveva più paura della “parolina che non possiamo pronunciare”. Addio, allora. Noi ripartiamo. La cosa più probabile è fare un passo indietro. È anche la cosa aritmeticamente più probabile dopo un secondo posto. Non ci deve spaventare. Se ci spaventa, finisce che succede. Anche il pallone si passa all’indietro per provare a vincere una partita. È solo quando hai paura di farlo che ti rubano la palla e vanno a farti gol. “Se c’era Mazzarri”: questa sarà la frase da cui dovremo fuggire. Perché il calcio è un lavoro di squadra, persino nella capitale mondiale dell’individualismo. Lui è uno. Poi ci siamo noi. Al lavoro, perciò. Su, tutti. Ognuno nel proprio ruolo. Ci siamo svegliati senza l’allenatore di due qualificazioni in Coppa dei campioni, ma guardatevi intorno, non piovono rane e le cavallette sono altrove.
Il Ciuccio

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