Se Bigliardi avesse fermato Gullit

Alle 16 e 20 del 1° maggio 1988, un uomo completamente vestito di nero portò la mano al piccolo taschino che aveva sul petto della giacca, tirò fuori un cartoncino rettangolare di colore giallo e lo mostrò a un signore di nome Tebaldo, piazzato di fronte a lui su un prato enorme. Nessuno s’è chiesto cosa sarebbe accaduto se quel cartellino non fosse mai uscito di lì. Neppure adesso che tanto va di moda domandarsi cosa sarebbe stato di noi “se”. Ci scriviamo saggi, ci scriviamo romanzi. Se Lindbergh avesse vinto le elezioni negli Stati Uniti (Philip Roth), se Hitler avesse sconfitto Stalin (Robert Harris), se Napoleone avesse vinto a Waterloo (George Trevelyan).

What If. Ucronia, la chiamano i francesi. E’ quel giochino che Frank Capra trasformò in una gemma del cinema girando “La vita è meravigliosa”, con James Stewart che maledice il cielo in un momento di disperazione, dice che non vorrebbe essere mai nato, e l’angelo Clarence allora lo accontenta: gli fa vivere per un po’ la vita che (non) avrebbe avuto, gli fa vedere il mondo come senza di lui sarebbe stato. Tendenza che peraltro affonda le sue radici in un sottovalutato precedente della nostra cultura folk-pop, il famoso nonno che se avesse avuto il troll sarebbe stato un tram, quello stesso nonno che in una variante ludico-biologica se avesse tre palle sarebbe un flipper.

Ma comunque. E’ appena uscito un saggio, “La storia con i se”, che si esercita in questa stessa maniera su 10 casi del Novecento. Sfogliatelo. Ci sono i bolscevichi, la marcia su Roma, l’attentato a Togliatti. Ma non c’è l’ammonizione di Rosario Lo Bello a Tebaldo Bigliardi al ventesimo minuto di Napoli-Milan. Eppure cambiò il mondo, eccome se lo cambiò. Il nostro mondo. Lo ribaltò. Uno scudetto già vinto cominciò da quel momento in avanti a scivolare fra le mani del Milan. Ucronia, allora.

Tebaldo Bigliardi non avrebbe dovuto nemmeno giocarla, quella partita. Nessun giornale lo aveva dato in formazione, alla vigilia. Garella, Bruscolotti, Francini, Bagni, Ferrara, Renica, Careca, De Napoli, Giordano, Maradona, Romano. Tutti convinti: si gioca così. Tutti eccetto Ottavio Bianchi. E quando l’altoparlante del San Paolo iniziò a dare la formazione del Napoli, si sentì un primo piccolo ooh alla lettura di “numero 4: Francini”. Ooh. Shhh, famme sentì. E subito dopo un altro ooh più grande “numero 5: Bigliardi”. Bigliardi? Ma come: gioca Bigliardi? Fino a un gigantesco ooooh, “numero 9: Bagni”. Bagni col 9. E Giordano addò sta’? Eh. Giordano sta in panchina. Tebaldo Bigliardi non avrebbe dovuto giocare, invece si trovò a marcare Gullit. Non ne aveva il passo, non ne aveva la forza, non ne aveva la sostanza. Ma quel Napoli era scoppiato, doveva inventarsi qualcosa. Solo che Bianchi se la inventò sbagliata. Per 20 minuti Bigliardi tenne Gullit. Poi arrivò l’ammonizione, Bigliardi tirò la gamba, Gullit non si mantenne più. Cervo-che-esce-di-foresta (© Boskov) se lo fece aglio e olio, e con lui il Napoli, e con il Napoli lo scudetto.

Cambiò la nostra storia, e mica solo la nostra. Su quella partita vinta perché Bigliardi non riuscì a fermare Gullit, si reggono un pezzo di storia del calcio europeo e finanche della vita del nostro Paese. Su quella partita poggiano le fortune di Arrigo Sacchi ancor oggi tramandate. Un solo scudetto. Quello lì. Poi basta. E da quel solo scudetto vinto in quel pomeriggio, il suo Milan seppe spremere 2 Coppe dei Campioni, 2 Supercoppe europee e 2 Coppe Intercontinentali. Il mito di Sacchi, la sua rivoluzione culturale, il sacchismo. Viene tutto da lì. Insieme alla sua sovrastimata fama. Sovrastimata, capiamoci, nel momento in cui ci si spinge a definire quel Milan una delle migliori squadre di sempre. Fu invece una squadra figlia del suo tempo. Fu una squadra che seppe trovarsi al posto giusto al momento giusto. Incrociò la Coppa dei Campioni senza le inglesi, che avevano giocato 8 finali su 9 (vincendone 7) fra ’77 e ’85. L’Heysel le tenne fuori fino al ’91. Quando tornarono, Sacchi non c’era più. Era in nazionale.

Fu un Milan che poté giovarsi ancora delle vecchie regole, del sistema arbitrale che nel dubbio tutelava i difensori. Solo dopo il mondiale del ’90, pochi gol e poche emozioni, la Fifa sterzò. Introdusse norme a tutela del talento e degli attaccanti, inasprì la disciplina, rese la vita difficile ai difensori. Il Milan di Sacchi, con il fallo sistematico a centrocampo e il braccio alzato di Franco Baresi, con quelle regole, non avrebbe avuto la stessa vita. Avrebbe chiuso ogni partita in 10, qualcuna in 9. O avrebbe dovuto giocarle in modo diverso, forse ne avrebbe vinte di meno.

What If, Tebaldo? Senza l’ammonizione al 20′, scriverebbero i romanzieri dell’Ucronia, Bigliardi avrebbe continuato a fermare Gullit, il Milan non avrebbe vinto a Napoli, Sacchi non avrebbe vinto lo scudetto e dunque nessuna delle sue Coppe, il sacchismo non sarebbe nato, in nazionale avrebbe giocato più spesso Zola. Sarebbe un po’ cambiata persino la campagna elettorale del ’94, quella in cui Berlusconi candidato premier era opposto nel collegio di Roma all’economista Spaventa: “Quante Coppe dei Campioni ha vinto Spaventa?”. Tutto per via di Bigliardi.

Certo, quel Napoli che finì secondo andò poi a giocare la Coppa Uefa. Se Bigliardi non avesse eccetera eccetera, non avremmo avuto la notte di Monaco di Baviera e il trionfo di Stoccarda. Forse hanno ragione gli storici. Anche cambiando un episodio, la storia fa comunque il suo corso. Meglio andare a giocarsela domenica sera a Milano senza pensarci, provando a non perdere. Senza se. E senza ma.
Il Ciuccio

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