Lorenzo e i suoi antenati. Ode a Insigne e ai napoletani perduti

E chi lo sa più da quanto tempo era, da quanto lo aspettavamo un criaturo così. Uno nato in mezzo a noi, un frutto della nostra terra baciato dalla grazia del dio del calcio, Eupalla, come diceva Gianni Brera. E chi lo sa più da quanto tempo lo aspettavamo Lorenzino, uno che scavalca la prosopopea della “cantèra” e adesso Napoli ce la fa sembrare Betlemme. Non che la “cantera” sia stata sterile, non che siano mancati i campioni, anche se tanti nennilli da lì non ci sono mai passati, li abbiamo visti partire per non tornare più. I Montella, i Di Natale, i Lodi. Ma altri li abbiamo visti palleggiare da bambini con la maglietta azzurra, qui sono rimasti e sono diventati campioni. Alcuni persino grandissimi campioni. Solo che erano difensori. E i difensori scrivono i romanzi, quelli come Lorenzino scrivono le poesie. Senza nulla togliere ai difensori. E neppure a chi scrive i romanzi.
Abbiamo avuto un Pallone d’oro della Loggetta, un finalista mondiale di San Giovanni a Teduccio, uno di Posillipo che ha fatto gol nella finale di Coppa Uefa con una girata al volo. La formazione dei più grandi prodotti della nostra terra viene facile facile dal numero 1 al numero 8: Taglialatela, Ferrara Carannante; Montefusco, Fabio Cannavaro, Paolo Cannavaro; Caffarelli, Juliano,… e poi… e poi… E poi il punto è proprio questo. Il 9, il 10 e l’11 sono abiti per illusioni tradite, per geni che possiamo rendere credibili solo al diminutivo, chiamandoli genietti.
Il più grande di tutti gli inespressi veniva da Fuorigrotta, Gaetano Musella, ed era la promessa indigena del Napoli di Krol: 8 presenze in nazionale under 21, un talento svergognato che ti sbatteva in faccia con ogni giocata, di quelle provate e nutrite da bambino nel cortile dello stadio, dove adesso le strisce blu hanno rubato spazio ai Super Santos. Dalle strade di Soccavo arrivava la stella di Ciccio Baiano, chiuso da Maradona, e da Giordano, e da Carnevale, e allora via, verso Foggia e il maestro Zeman (lo stesso di Lorenzino, ma tu pensa), verso un mondiale americano perso per la rottura di menisco e legamenti. Oppure Ciro Muro, undici presenze nell’anno del primo scudetto, il vice di Diego prima che arrivasse Zola. Calciava le punizioni come un padreterno, il dribbling che ve lo dico a fare, veniva da San Pietro a Patierno, giocavano quattro contro quattro dietro le palazzine, le buste dell’immondizia erano i pali delle porte, le partite finivano quando lo decideva il custode. Un anno, e poi puff, svanito pure lui. Un anno e diventa uno sbuffo di vapore. Lui e i tanti nomi che dalle prodezza della Primavera giungevano come echi di una promessa che non veniva rispettata mai. L’epifania era sempre uguale. C’è uno bravo, si chiama De Vitis. C’è un fenomeno, si chiama Ferrante. C’è un campione, si chiama Floro Flores. C’è una stella, si chiama Di Vicino. Non è mica una cosa recente. Si disse pure: c’è uno che gioca alla Sivori, si chiama Abbondanza. Soprannominato infatti Sivorino.
Più spesso invece erano difensori e centrocampisti a uscire dalle giovanili e a proporsi come credibili in prima squadra: dal Punziano degli anni ’70, a Raimondo Marino, a Troise Bocchetti Scarlato e Altomare. Attaccanti e fantasisti finivano nelle sabbie mobili. Li vedevi passare, si illuminavano un attimo, e poi mai più. (Per la verità anche i portieri: il povero Anellino, Gragnaniello, Cecere, Pagotto, Coppola; ma è un altro discorso).
Si illuminò per poco un certo Gabbriellini (anni ’70) di cui si favoleggiavano cose incredibili, e che abbiamo atteso fra i titolari come un messia. Oppure quel Palo che fece gol a Como tenendo in piedi per una domenica ancora il sogno scudetto del 1981. E Imbriani, e Baglieri. C’era una così tale predisposizione a invaghirsi dei giovani attaccanti che dovevano spaccare il mondo, che un anno al torneo di Viareggio ci facemmo prestare dal Monza un tipo così, era la giovane riserva di Monelli e Massaro, strappammo pure l’opzione per tenerla l’anno seguente. Si chiamava Alessandro Tatti, dipinto come fenomeno sicuro, e noi lì ad aspettare pure lui, che coi suoi gol è riuscito tutt’al più a portare il Varese dalla C2 alla C1, prima di aprire un ristorante a Firenze.
Ora Lorenzino. Finalmente. Un altro criaturo. Ma pure un’altra cosa. Si vede che è un’altra cosa. Lo scrivono pure a Barcellona, dove una storica firma del Mundo Deportivo, uno che ha visto allenarsi e giocare Cruyff e Maradona e Messi, twitta che Insigne è “da scandalo”, tanto è bravo. Lorenzino non è la cantèra. Lorenzino è la stella cometa.

Il Ciuccio

(uscito a novembre sulla pagina Fb, rieditato per il Napolista)

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