Questo Napoli sta facendo molto ma non è ancora quel Napoli
Sveglio alle tre del mattino mi arrendo all’idea che neanche il bombardino preso a conclusione della felicissima serata mi e’ servito a stemperare la tensione della partita col Villarreal. E quindi alla luce di una luna quasi piena sotto un cielo freddo e terso mi son messo a riflettere sul Napoli, su questo Napoli e Quello passato e a chiedermi: fu vera gloria?
Il tutto poi, a pochi chilometri da Dimaro, alle cui porte ancora campeggia il mega-cartellone che celebra il ritiro del Napoli di quest’estate, che io per la prima volta nella vita, sono andato a vedere quest’estate.
Infatti il caso(?) ha voluto che per il ponte di Sant’Ambroeus accompagnassi la famiglia per il lungo week-end di inaugurazione della stagione sciistica a Marilleva, in Val di Sole. Week-end che, peraltro, io passo in un ruolo a mezzo tra il baby-sitter, il facchino e il bancomat, visto che io non scio mentre moglie e prole si, con tutti gli annessi e connessi di attrezzatura, nuova e a noleggio, e lezioni di sci.
Comunque mi ero studiato il piano. Partita il martedì’ sera, partenza il mercoledì, con calma. Come un fulmine a ciel sereno mi aveva invece colpito la UEFA, che Dio la stramaledica!- spostando la gara il mercoledì. Con in mano la lista di tutti i pub della ValdiSole avevo gia’ cominciato a cercare la scusa per allontanarmi nel dopocena – dopo una giornata di zerbinaggio assoluto naturalmente! – quando la Rai mi ha dato l’unico e solo motivo per cui pagare il canone anche quest’anno: la trasmissione in diretta di Villareal-Napoli.
Per cui alle 20,45 della sera, in camera, davanti a uno scassatissimo nonché microscopico Seleco di prima della guerra e’ cominciata la sofferenza, rigorosamente solitaria. Perché, come ho vanamente provato a spiegare a moglie e figlio che mi invitavano a seguire la partita nel maxischermo della sala comune dell’hotel, io certe partite le devo soffrire da solo, la sola presenza di elementi alieni non avendo altro effetto su di me che un ingigantirsi della tensione. Che non e’ scemata, devo dire, neanche al raddoppio di Hamsik, ma anzi accentuata dal telecronista(?) che insisteva a chiamare Zuniga/ZuGNIga e a pronunciare Hamsik con l’accento sulla i, un vero oltraggio, oltremodo fastidioso.
Comunque la partita e’ andata come e’ andata e non sto qui a ripercorrere le cronache.
Fatto sta che alle 3 di notte stavo ancora a pensarci. Fu vera gloria? Questo Napoli ha veramente abbattuto un tabù, facendo meglio di Quel Napoli?
La verità e’ che il Napoli dei tre tenori e quello di Maradona sono due squadre assolutamente agli antipodi, per svariati motivi. Il primo dei quali e’ che’ il Napoli di Diego fu assolutamente, visceralmente, interamente napoletano, cogliendo il genio del nostro popolo, la sua arte di arrangiarsi, i suo lampi di intuizione geniale, la sua furbizia innata.
Infatti come altrimenti classificare una squadra costruita dall’alto verso il basso, partendo dalla stella più fulgida, strappata al Barcellona, cogliendo l’occasione di una vita, barando al calciomercato consegnando un contratto in bianco, chiedendo soldi a destra e a manca.
Per poi arrangiare il resto della squadra con un Bagni in rotta con l’Inter, con un Giordano appena uscito dal calcioscommesse, pescando un Ferrara dal settore giovanile, e poi convincendo tutti gli altri i De Napoli, i Crippa, i Careca a venire alla corte del Re?
Una squadra, diciamocelo, costruita in modo sconclusionato, affidata non a degli allenatori ma a dei bravi padri di famiglia, Ferlaino dixit.
Eppure tutto funziono’ anche se non avrebbe dovuto funzionare niente. E mi chiedo cosa NON avrebbe vinto quella squadra se fosse stata gestita da una società come quella attuale.
Perché, signori, lasciatemelo dire, non e’ da tutti fissare un traguardo ambizioso – e uso un eufemismo – e centrarlo a scorno di un giornalismo sportivo incapace di guardare oltre il proprio naso e di una tifoseria incapace di scegliere la gallina domani, preferendo sempre e comunque l’uovo oggi.
Eppure con lucidità Mazzarri, DeLaurentis e Bigon, hanno fissato come obiettivo il passaggio di turno in un girone allucinante, ci sono riusciti, e quindi onore al merito. E questo nonostante i loro errori, che ci sono stati, ma che evidentemente non sono riusciti ad inficiare una programmazione che dura da anni. Perche’ questo occorre capire, che ai progetti estemporanei, quelli degli sceicchi per intendersi, basta un errore per afflosciarsi, mentre quelli pensati, meditati e costruiti da anni no, non basta un errore, o due o tre, per abbatterli.
E questa progettualità e’ quello che rimane incompreso, nel calcio e a Napoli, dove in tanti pensano che il tutto si risolva in una manciata di milioni di euro in più, in un allenatore meno chiagnazzarro e’ più autocritico, in un presidente fine dicitore e in un DS che non sbagli un colpo, come se ce ne fossero.
E vi dirò di più, il Napoli non ha puntato allo scudetto perché la società e ‘ cosciente che questa squadra non e’ ancora da scudetto, checche’ ne dicano o pensino giornalisti e tifoseria tutta. E che quando sara’ pronta per quel traguardo, lo diranno, con cautela, ma lo diranno. E io sono persino fiducioso che ci riusciranno.
Per cui il Napoli di Diego e quello dei tre tenori rimangono in commensurabili, non sono paragonabili, il primo essendo il frutto di genio, improvvisazione e arte di arrangiarsi, l’altro, quello attuale frutto di pianificazione quinquennale, manco DeLaurentis avesse inaugurato una nuova NEP.
Tuttavia entrambe le squadre si toccano nell’eccezionalità. In una dei protagonisti assoluti, nell’altra della pianificazione di cui dicevo.
Per cui fu vera gloria il passaggio agli ottavi di Champions League?
No, e’ stato solo un passo, l’ennesimo, in una ascesa che porterà stabilmente il Napoli tra le grandi di Europa.
di Eugenio Angelillo











