I nostri idoli non considerano il Napoli una grande

Ho sempre sostenuto che Hamsik è una ciliegina senza torta: un calciatore che può fare una splendida figura in una squadra che annovera altri grandi campioni, potendo illuminare il gioco a turno e concedendosi impunemente le famose pause. Cosa che oggettivamente a Napoli non può fare, e ricordo tutte le volte che ci siamo lamentati per le assenze dal gioco di quello che è l’uomo con più classe della squadra. Per cui, tecnicamente, sono tra quelli che non si straccerà le vesti se lo slovacco dovesse partire.

Detto questo, alcune riflessioni sulla situazione attuale. Primo: Raiola diventa co-manager (una figura inventata per l’occasione) del ragazzo con la cresta; secondo: Allegri, piuttosto scorrettamente, proclama ai quattro venti che gli piacerebbe allenare il ragazzo; terzo: Marek comincia a strizzare l’occhio qua e là, culminando con l’ormai famosa intervista alla Pravda. Quest’ultimo evento ha due finalità strategiche: liberare il Milan dalla catena elettorale berlusconiana, della serie: se il ragazzo se ne vuole andare non è certo colpa dei rossoneri, che anzi saranno disponibili ad accoglierlo e (magari) pagarlo profumatamente; e liberare anche il Napoli, che altrimenti non avrebbe potuto giustificare una cessione ai suoi tifosi alle porte di una Champions da giocare.

Tutto porta all’affare, insomma. E, come detto, se verrà adeguatamente sostituito a me sta anche bene che Hamsik prenda le vele per altri lidi (e per “adeguatamente sostituito” intendo da Javier Pastore in su). Non è questo, che mi preoccupa.

Quello che mi preoccupa è che due tra le stelle della squadra, coccolate e riverite, alle quali abbiamo perdonato di tutto, e cioè Lavezzi e Hamsik, dicano a chiare lettere che considerano il Napoli un passaggio verso i grandi club. Il Napoli: terza in classifica in uno dei tre campionati maggiori del mondo (e terza per non aver voluto investire lo scorso gennaio, altrimenti forse avrebbe raccolto anche di più), in Champions direttamente nella fase a gironi, seconda a nessuno nel mondo per numero e amore della propria tifoseria. È questo che non possiamo e non dobbiamo accettare, per primo il presidente: il Napoli è un punto d’arrivo, non di partenza; è la squadra per giungere alla quale i calciatori devono dimostrare di essere all’altezza, non viceversa.

Non possiamo perdere giocatori non determinanti come Criscito e (speriamo di no!) Inler, per quisquilie come un contratto con la Nike o trecentomila euro annui. Non possiamo stare a guardare una Juventus che non fa coppe e che ha sbagliato quattro campionati consecutivi che prende Aguero, o una Roma che viene da un inferno tecnico e finanziario che prende Bojan e chissà chi altro.

Una grande squadra non viene rifiutata, mai: anche se non è regolamentare bisogna adeguarsi, e parlare prima coi procuratori e solo quando si è in possesso di un accordo presentarsi alla società proprietaria. Lo fanno tutti, tanto più deve farlo chi pone tanti limiti per i diritti di immagine e il tetto ingaggi: altrimenti si concede alla concorrenza un vantaggio incolmabile.

Per essere grande, insomma, il Napoli deve sentirsi grande, e operare di conseguenza. Per far sì che mai più la maglia azzurra venga considerata una tappa intermedia della carriera.

Maurizio de Giovanni, 28 giugno 2011

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