Quando il comandante Lauro volle lo piscologo

Questo campionato porta pillole amare alla squadra che nel torneo precedente aveva dominato in lungo e in largo. Per la rabbia di Moratti, l’Inter colleziona sconfitte e brutte figure, in Italia e all’estero. E il presidente nerazzurro compare in tv, o nelle foto, col volto della depressione e dell’insofferenza. L’ultimo sfogo, dopo la nuova prova senza nerbo dei suoi “gioielli”, lo ha focalizzato su un’idea a metà strada tra minaccia e ultima spiaggia: uno psicologo per assistere i campioni demotivati e arrendevoli. Quando un presidente arriva a una pensata del genere suscita, suo malgrado, più ilarità che comprensione. Si è legittimati a sorridere, di fronte all’idea dell’assistenza psicologica per gente robusta, forte e ricca. Ma attenzione, prima di sorridere e compiacersi della crisi di nervi interista, diamo uno sguardo dentro di noi. Sul finire di un anno lontano, il 1959, il Napoli navigava in acque agitate. Il nuovo allenatore, Annibale Frossi, vecchia gloria della Nazionale, si era presentato con un rigido programma di conduzione della squadra: disciplina, orari da rispettare, ritiri pre-partita. Abituati a precedenti gestioni più tolleranti, i calciatori azzurri mordevano il freno. E il campo, nelle prime giornate, dette torto a Frossi: quattro sconfitte consecutive e un’invasione di campo. A quel punto, Lauro licenziò Frossi e riprese Amadei. Non solo, ma nello spogliatoio azzurro fece il suo ingresso un altro personaggio: uno psicanalista,il professor Ammendola. Giocatori sul lettino, a confidare crucci e problemi interiori. La notizia, diffusa da tutta la stampa italiana, fu accolta dappertutto con grande buonumore e molte considerazioni critiche, anche perché il rendimento non migliorò e si sussurrava che i giocatori raccontassero molte “balle” al professore. Così, l’esperimento si concluse e il Napoli, tra vicissitudini d’ogni genere, finì nei quartieri bassi della classifica, a due punti dalla retrocessione. Per  Frossi (e per  Freud) una stagione infelice. Mimmo Liguoro

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