Quella punizione l’ho vista anche io, da juventino

E’ il 3 di Novembre del 1985. Io e Maradona siamo ancora giovani. Lui è sul campo, a costruire un mito dal quale farà poi di tutto, dal Fisco a Lavezzi, per svestirsi. Con la furbizia tipica dell’uomo buono. Io sto sugli spalti, un ragazzo della Curva B di Palummella e degli sbandieratori. Ovviamente non pratico. Sono l’antitesi dell’abbonato. In due anni avrò fatto due applausi. Si affrontano Napoli e Juve. Piove, questo lo ricordano tutti. Non piove poi così tanto. Ne faceva molta di più l’anno prima con l’Udinese, quando arrivammo tardi e vedemmo l’addio di Castellini nel settore di sotto. Quello che oggi in tv è sempre vuoto. Allora andava bene anche quello.
La Juve è in testa imbattuta. Otto vittorie di fila nel campionato più bello del mondo. Considerando l’Europa anche di più. E’ dimagrita nel sangue. Trentanove a Bruxelles più Rossi, Boniek, Tardelli. Che per questo la odieranno a vita. Michel è ancora in campo. Passati i tempi che a Napoli sotto l’albergo Vesuvio la gente chiedeva autografo e una falsa promessa di venire quaggiù. Il Maschio Angioino è ormai Diego, Michel è solo scocciato. E non dalla pioggia. I giovani turchi, Serena e Laudrup, si son messi a fare i fenomeni. Si cercano. Segnano a ripetizione. Possono fare a meno di lui. Ma chissenefrega. La costruzione di un ritiro richiede altrettanto egoismo che quella di un amore. Michel usa la serie A per battere in testa il tempo che resta, aspetta i Mondiali e per dispetto manda in goal i Massimo Mauro. Il Napoli è a quattro punti. Ha appena perso a Torino. Una domenica strana. Un regalo per Comi, una traversa per Diego, Moggi e Giraudo dalla parte sbagliata.
Piove, lo stadio è pieno. Gremito. Mi sento bussare ogni tanto alla spalla. E’ la pioggia. Non riesce a cadere. Gremito ma non ho paura nonostante l’Heysel, nonostante Napoli-Roma di qualche domenica prima e i romani ospiti in curva, esultanti al vantaggio di Tovalieri, picchiati e contenti a guadagnarsi l’uscita tra padri e bambini. Niente paura. Quella l’ho provata due domeniche prima con il Verona. Terzo goal degli azzurri, Maradona che fa rimbalzare la palla e prima che Briegel vada a scocciarlo segna da centrocampo. La palla è in rete quando vedo Bagni scappare. Va a destra e a sinistra, sembra terrorizzato e ho paura anche io. Che sta succedendo, dio mio, che cosa ha fatto. La Juve è bella sotto la pioggia. E’ sempre bella quando fuori fa buio di altri colori. La gara, bella, non è. Le formazioni sono quelle tipo, a parte Pioli per Manfredonia. Il Napoli attacca, la Juve aspetta. Il mercoledì c’è la Coppa Campioni, il rampante Verona a porte chiuse. Gestisce. Bagni e Brio si buttano fuori da soli. Quello sopra di me fa un commento sullo scambio di rossi che non è alla pari. A loro, cioè noi, è uscito uno stronzo. A noi, cioè voi, è uscito il Viceré.
Ma Diego c’è. Pecci gli tocca la palla sotto la A. Tacconi applaude. Io guardo Favero. Allarghiamo le braccia. Il cielo piove. Ma non per la Juve. Perché dovrà stare in panchina per anni. Michel s’accende una siga scroccata a Tacconi, fuma al posto di Bonini e potendo al primo dei nostri che a Diego poi dica a direbbe puah. Maradona sta portando l’inferno in Paradiso. E’ Gesù mentre noi altri sembriamo gli ebrei. Vediamo un tizio fare miracoli ma siamo vecchi per metterci in croce. Il giorno dopo allaghiamo le braccia perché apriamo il giornale. Il giorno dopo strappiamo la data. Per distruggerla e conservarla. Il giorno dopo piove anche più forte perché è Lunedì. Vero, portiamo l’unità d’Italia. Non certo la gioia. E ci aspettano già i pugni nei vetri di Elkjaer e i calci da dare a Viola. E’ una vita d’inferno fare la Juve. Maradona? Ha portato l’inferno in Paradiso per un giorno solo. La Juve, tutta la vita. Maradona al confronto è un disoccupato.
Vincenzo Ricchiuti

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