La fotografia di Chivu sono i due derby persi più il Bodo Glimt: non ci ha capito niente ma vincerà
Tocca dare sempre ragione a José Mourinho che, con il suo solito tono da oste che ha visto passare troppe comitive rumorose, lo dice da anni: le grandi panchine non sono un tirocinio.

Db Milano 20/01/2026 - Champions League / Inter-Bodo Glimt / foto Daniele Buffa/Image Sport nella foto: Cristian Chivu
La fotografia di Chivu sono i due derby persi più il Bodo Glimt: non ci ha capito niente ma vincerà
Ci sono allenatori che arrivano in panchina come chi entra in un salotto già caldo: il camino acceso, il divano morbido, qualcuno che ha già apparecchiato la tavola. Poi ci sono quelli che prima passano dalla cucina, lavano i piatti, bruciano un paio di sughi, e solo dopo imparano a servire la cena. José Mourinho, con il suo solito tono da oste che ha visto passare troppe comitive rumorose, lo dice da anni: le grandi panchine non sono un tirocinio. O ci arrivi dopo aver fatto la gavetta, o ci arrivi perché il destino ha deciso di accelerare le pratiche burocratiche del talento. Altrimenti succede che la panchina diventa una poltrona troppo grande, e tu sembri un ragazzino con il vestito della prima comunione.
Il caso di Cristian Chivu, per ora, sta nel mezzo tra l’esperimento e la lezione. Eliminato dal Bodo Glimt senza capire bene da che lato arrivasse il vento del nord, e poi due derby persi con quell’aria di chi ha la cartina ma non la bussola. Non è necessariamente una condanna: è più una fotografia. Di quelle un po’ mosse, in cui si vede che il soggetto non è ancora fermo.
Nel frattempo, sul lato opposto del palco, c’è Massimiliano Allegri, che nel calcio italiano somiglia sempre di più a Carlo Conti. Gli dai un programma aziendale, magari non brillantissimo, magari con sponsor che chiedono moderazione e dirigenti che vogliono solo arrivare in fondo alla stagione senza fuochi d’artificio, e lui lo conduce con quella professionalità un po’ toscana, un po’ da impiegato modello del calcio. Non ti promette rivoluzioni, ma la serata finisce sempre in orario e il pubblico torna a casa senza aver lanciato sedie.
E così capita che l’Inter sia ancora prima, sì, ma con quella sensazione da capolista che vive anche delle sventure altrui. Il Napoli si è arreso più ai fisioterapisti che agli avversari, una stagione passata tra lettini, fasce elastiche e diagnosi. La Juventus, invece, sembra ancora impegnata in una seduta di psicoanalisi collettiva: non è chiaro da quale complesso soffra, ma la sensazione è che stia cercando di capirlo da mesi. Eppure, guardando i nerazzurri di questa sera, abbiamo avuto l’impressione di una squadra curiosamente smarrita. Come se fosse rimasta vittima della letteratura epica che spesso accompagna il calcio contemporaneo, quella in cui ogni buon giocatore diventa subito un romanzo cavalleresco. Così Francesco Pio Esposito diventa già “top player” prima ancora di aver imparato a convivere con la marcatura di un difensore di provincia. Nicolò Barella viene raccontato come un fuoriclasse permanente, quando forse è più giusto chiamarlo un eccellente motore — di quelli che fanno rumore, spingono forte, ma ogni tanto hanno bisogno di cambiare marcia. E Federico Dimarco diventa improvvisamente una reincarnazione di Roberto Carlos, versione Madrid, con il rischio che poi la realtà meno poetica si presenti a chiedere il conto.
In mezzo a questo teatro, Allegri fa quello che fa da sempre: poco rumore, molta pazienza, e ogni tanto una piccola crepa nel sistema. Un bug, direbbero gli informatici. Un difetto di programmazione nel meccanismo marottiano che ora teme davvero la remuntada rossonera. E mentre il sistema prova a riavviarsi, Chivu appare ancora un allenatore che preferisce le stanze dove conosce già la disposizione dei mobili. Le coccole, la comfort zone, le certezze di un ambiente che lo protegge. È umano, perfino comprensibile. Ma le grandi panchine sono un mare aperto: lì non bastano i ricordi da giocatore o la simpatia dell’ambiente. Non basta. Serve altro. In fondo, lo scorso anno ha salvato il Parma, ed è una cosa seria, non un dettaglio. Ma il paradosso, che il calcio ama come pochi altri sport, è che questo Parma, con una rosa teoricamente peggiorata, oggi sembra cavarsela anche meglio. Il che porta a una conclusione che non è una sentenza, ma una nota a margine, quasi da taccuino di viaggio: allenare una grande squadra è un mestiere che richiede chilometri. Strade secondarie, campi difficili, qualche notte passata a chiedersi perché un’idea brillante funzioni il mercoledì e sparisca la domenica.
E forse Mourinho, con la sua aria da filosofo di bar sport, aveva semplicemente detto la cosa più banale e più vera: le grandi panchine non si improvvisano. A meno che, certo, tu non sia uno di quei rari predestinati che non hanno bisogno della mappa. Ma quelli, nel calcio come nella letteratura, sono sempre pochissimi. E di solito li riconosci subito.











