Il calcio nell’era della saturazione tattica: nessuno sa più come fare gol. Il calcio robotizzato non piace
Il controllo di ogni aspetto del gioco ha tolto ossigeno al sistema. Si lamenta persino Slot. Non ne possono più di calci piazzati e dello schema a ferro di cavallo (che a Napoli ahinoi ben conosciamo). Il dibattito inglese presto arriverà da noi

Db Manchester (Inghilterra) 18/09/2024 - Champions League / Manchester City-Inter / foto Daniele Buffa/Image Sport nella foto: Josep Guardiola
Il calcio è entrato nell’era della saturazione tattica. Anni e anni di tecnici control freak hanno ridotto il “giuoco” ad un garbuglio inestricabile di tattiche e contro-schemi che si autoannullano. Un gioco a somma zero, che ha fatto tutto il giro dell’evoluzione per tornare a noi in una versione solo più isterica dello “0-0 risultato perfetto” di Annibale Frossi. Tanto è vero che in Premier – l’avanguardia mondiale del pallone – sono alla disperazione: non sanno più come far gol senza impiccarsi alla logica un po’ troglodita della mischia in area. Calci d’angolo, soprattutto; ma in genere ogni possibile calcio piazzato, rimesse laterali comprese, che permetta di consegnare una palla avvelenata nello spazio vitale del portiere. Per poi aspettare che quelle risse incontrollabili partoriscano un gol.
La stampa sportiva inglese ha incaricato le sue migliori firme da almeno una settimana nello snocciolamento d’un rosario editoriale molto brillante ma tutto sommato riassumibile in un “basta, non se ne può più”. In seconda battuta resta il tema: il controllo d’ogni aspetto, anche microchirurgico, del gioco ha infine tolto ossigeno al sistema. Non sanno più che cosa inventarsi, essendo i santi a cui votarsi – i fuoriclasse – anche loro vittime della stessa miope ingordigia.
“Tutti possono vincere contro tutti – ha detto ultimamente, tra gli altri, Arne Slot – Non solo per i calci piazzati, ma anche perché le squadre sono diventate molto più forti. Ma non cambieremo le cose. Forse tra cinque o dieci anni le cose cambieranno di nuovo. Quello che non mi sorprenderebbe è che se andassi a una partita dell’Under 16 da qualche parte, li vedrei completamente concentrati sui calci piazzati e questa è la nuova realtà”.
Non è una distopia, è un presente con cui fare i conti. Una deriva. Un po’ come nel tennis quando, preso coscienza che il dominio al servizio snatura il gioco, propongono di limitarne gli effetti magari eliminando il doppio fallo. E’ un processo darwiniano che al momento ha mandato in tilt il calcio inglese. Seguiremo noi. Per una questione – ovviamente – più commerciale che altro: meno spettacolo, meno appeal, meno diritti tv, meno soldi. Al “meno soldi” scatta il panico. È banale.
Nello stesso perimetro di discussione, l’altro giorno il New York Times ha pubblicato una sorta di elogio del contropiede. “Un’arte”, lo definiscono. Ma con uno scarto logico non scontato: persino la palla lunga nello spazio, alle spalle d’una squadra troppo scoperta, ha perso il fascino dell’immediatezza istintiva. Sì, insomma: anche quello viene misurato e testato in allenamento come in un laboratorio. “E’ diventato difficilissimo farlo, il contropiede” – scriveva il Nyt – “ma quando riesce è una bellezza”.
Jason Burt, sul Telegraph, sottolinea un altro spigolo dello stesso problema: il “calcio a ferro di cavallo”, ovvero “quel movimento, per mantenere il possesso palla e, si spera, cercare di sondare un punto debole nella difesa avversaria, in cui la palla va all’’ala, torna a centrocampo e poi viene inviata all’altra ala. Ripeti all’infinito”. Un pendolo sul quale a Napoli ci appisoliamo da anni, nelle triangolazioni a destra Di Lorenzo-Politano-Lobotka. Ecco, scrive Burt: “la logica è scoraggiare la creatività. Non incoraggiamo il rischio. Ci sono troppe formule di passaggio provate sul campo di allenamento. E’ una questione di controllo. Stiamo eliminando parte dell’individualità e dell’imprevedibilità del gioco e incoraggiamo i calciatori a essere ciò che mostrano sulla schiena della maglia: un numero”.
L’effetto Guardiola – mandante, esecutore materiale, e infine danno collaterale di questo processo – sintetizza uno dei grandissimi problemi della contemporaneità, non solo dello sport. L’iperspecializzazione di tutto sminuzza ogni cosa in pixel: diventiamo così padroni delle parti senza trovare una via d’uscita per il funzionamento complessivo della macchina. Se alleni financo le rimesse laterali – e se questa cosa piano piano la fanno tutti – arrivi ad uno stallo alla messicana. Non se ne esce. O per il momento nessuno ha capito come. Un tempo non sarebbe stato un problema, ma oggi siamo nell’era del controllo ossessivo-compulsivo: è un cane che si morde la coda. Solo che arriverà qualcuno ad allenare il cane a mordersela meglio.











