Il Napoli è vittima dell’incapacità quasi surreale di gestire le partite
Il Napoli ha dei problemi seri dal punto di vista della tenuta tattica e mentale. La forza del Napoli dello scudetto era proprio quella di saper congelare le partite

Mg Verona 28/02/2026 - campionato di calcio serie A / Hellas Verona-Napoli / foto Matteo Gribaudi/Image Sport nella foto: Charlys-Alessandro Buongiorno
Il Napoli 2025/26 è incapace di gestire le partite
Infortuni a parte, la vera e unica costante nella stagione 25/26 del Napoli va ricercata nell’incapacità quasi surreale, da parte degli azzurri, di gestire le partite. Di condurle in porto senza soffrire, senza sbattersi troppo. A dirlo sono anche i risultati, intesi in senso puramente numerico, della squadra di Conte: è da inizio anno, precisamente da Lazio-Napoli 0-2 giocata il giorno 4 gennaio, che il Napoli non vince con due gol di scarto. Nel frattempo, tanto per gradire, i match disputati sono stati 13 (4 vittorie, 5 pareggi, 4 sconfitte). Prima della sfida dell’Olimpico, per altro, le gare conquistate dagli azzurri con due o più gol di scarto sono state solo otto su 26 (considerando ovviamente tutte le competizioni).
Persino a Verona, contro un Hellas già chiaramente condannato alla retrocessione, i giocatori di Conte sono stati capaci di non chiudere la partita. Di lasciare il risultato in bilico e poi di subire gol. Gol che, come vedremo tra poco, può essere considerato immeritato se rapportato a quello che era il reale andamento della gara. Ma se questa situazione si ripete in maniera costante, beh, allora non ci sono dubbi: il Napoli ha dei problemi seri dal punto di vista della tenuta tattica e mentale.
La forza della squadra campione d’Italia meno di 12 mesi fa era proprio quella di saper congelare le partite. Di farsi bastare risultati striminziti, prestazioni sufficienti e, soprattutto, gare giocate a ritmi bassi. Quella squadra non esiste più, ora c’è una copia-carbone che fatica a fare gol. E ne subisce tanti, troppi. Persino contro squadre come il Verona. Anche se in fondo, come stiamo per raccontare, lo stesso Verona non è stato davvero pericoloso, prima di trovare il pareggio. Eppure l’ha trovato. E così il Napoli ha avuto bisogno del gol di Lukaku oltre il minuto 95′, per vincere al Bentegodi.
Cosa significa gestire
Ma cosa significa, esattamente, saper gestire le partite? Oppure, per dirla ancora meglio: come si può gestire una partita? Ovviamente ci sono diversi modi, diverse strade: si può gestire una gara attraverso il gioco d’attacco, cercando di segnare due o più gol in modo da uccidere sportivamente l’avversario; oppure si può gestire una gara con una strategia più conservativa, abbassando l’intensità di gioco dopo aver sbloccato il risultato. Nel caso del Napoli 2025/26, il problema è che le evidenti difficoltà difensive – anche in occasione di azioni che sembrano innocue, o contro avversari non proprio trascendentali – rendono inattuabile la seconda strategia. Che poi, e il nocciolo della questione è esattamente questo, è ciò che ha sempre reso efficace il calcio di Conte.
Anche a Verona è andata esattamente in questo modo: dopo un inizio perfetto, con tanto di gol segnato dopo pochi secondi di gioco al termine di un’azione tatticamente ben costruita, il Napoli si messo a traccheggiare. A gestire la partita cercando di tenere bassi i ritmi. Dal punto di vista del gioco, questa condizione si è concretizzata con un progressivo abbassamento dell’intensità nei contrasti, nell’aggressività.
I dati, in questo senso, parlano in modo eloquente e inequivocabile: all’intervallo, il dato dei contrasti vinti era solo leggermente favorevole al Verona (8-5). Al fischio finale, la stessa statistica ha detto 22-7 in favore della squadra gialloblu. E ancora: nella ripresa, anche il volume dei passaggi della squadra di Conte è calato sensibilmente (da 320 a 283); per quanto riguarda le conclusioni verso la porta, il Napoli ne ha tentata solo una tra il minuto 39′ e il minuto 81′.
Hojlund-centrismo
Alla base e come conseguenza di tutto questo, ovviamente, ci sono anche delle criticità tattiche. L’incessante tentativo di servire Hojlund, infatti, ha un suo perché: il centravanti danese ha dimostrato e sta dimostrando di poter essere un’arma offensiva importante, diciamo pure decisiva, e non solo quando c’è da finalizzare le azioni. Il punto, però, è che l’esasperazione di questo meccanismo finisce per rendere prevedibile il Napoli. Anche a Verona è andata così, pur nell’ambito di una partita che è stata sbloccata, intendiamo proprio nel punteggio, grazie a un lancio verso Hojlund.
A volte basta un caro vecchio lancio lungo, per cambiare una partita
È tutto molto semplice, anche elementare se vogliamo: il Verona non aggredisce in maniera intensa la conduzione di Beukema, resta in blocco medio e Hojlund attacca la profondità. Anzi, per dirla meglio: detta letteralmente il lancio lungo al suo compagno, scattando davanti al suo marcatore diretto (Bella-Kotchap), e allargandosi verso destra. Subito dopo difende benissimo lo spazio e il pallone con il corpo, favorisce il rimorchio di centrocampisti e trequartisti, infine scarica su Politano. La respinta della difesa del Verona e il chirurgico colpo di testa di Hojlund, ancora lui, sono una conseguenza casuale ma diretta del primo pallone in verticale. Di una giocata che ha messo Politano in condizione di puntare uno contro uno il suo diretto avversario. E che, per dirla in poche parole, ha creato tensione e ha scompaginato la difesa avversaria.
Il fatto è che insistere quasi solo su questo meccanismo, soprattutto alla lunga, diventa deleterio. Il Napoli Hojlund-centrico, al di là della vistosa crescita e dell’efficacia del suo centravanti, è una squadra su cui è facile difendere. Perché lo stesso Hojlund può rimpicciolire e allungare/allargare il campo quante volte vuole o riesce, e potrà anche vincere tutti i duelli individuali con i suoi angeli custodi, ma bastano delle buone marcature preventive per evitare problemi dopo il primo scarico. A maggior ragione se, con il passare dei minuti, Hojlund – com’è naturale e inevitabile che sia – si ritrova con meno energie e quindi non riesce più ad attaccare la profondità con la stessa costanza. Con la stessa efficacia.


In alto, i palloni giocati da Hojlund nel primo tempo. Sopra, invece, vediamo i tocchi del centravanti danese nella ripresa. In entrambi i campetti, il Napoli attacca da destra verso sinistra.
Come si vede chiaramente in questi due campetti, c’è una netta differenza tra le due frazioni di gioco, se guardiamo alla prestazione di Hojlund a Verona. E in fondo, a pensarci bene, è anche giusto che sia così: oltre alla stanchezza del giocatore, va tenuto conto anche del progressivo adattamento degli avversari. Del fatto che il Verona, memore anche del gol subito dopo pochi minuti, abbia cercato e trovato delle contromisure allo strapotere fisico del centravanti danese.
In realtà c’è anche un altro aspetto di cui tener conto: per quanto in Italia ci piaccia dire che certi attaccanti riescono a fare reparto da soli, e Hojlund in questo è diventato bravissimo, va anche detto che i giocatori a supporto devono avere un impatto. Devono saper sfruttare il lavoro fatto dalla prima punta. Ecco, a Verona sia Alisson Santos che Vergara non hanno saputo avere un impatto sulla gara. Se non per un paio di percussioni belle e preziose, ma estemporanee e poco produttive in termini puramente offensivi. Anche in questo caso, i dati non mentono: i due trequartisti schierati da Conte hanno messo insieme un solo tiro verso la porta (effettuato da Vergara), 2 passaggi chiave (uno a testa), 4 dribbling riusciti (2 a testa) su 9 tentati, 24 palle perse (12 a testa).
Se consideriamo anche che il Napoli, da ormai quattro partite (tre di campionato e una di Coppa Italia), deve rinunciare anche a un incursore formidabile come Scott McTominay, allora la situazione si fa ancora più difficile: l’Hojlun-centrismo esasperato ha pochi sbocchi, poche possibilità di essere pericoloso oltre un certo segmento delle partite. A maggior ragione se, come succede praticamente in ogni match, l’ex attaccante del Manchester United viene marcato a uomo dal centrale più fisicato, più atleticamente esplosivo, della squadra avversaria.
Un gol casuale
Una squadra che attacca male, cioè con poco mordente e in modo prevedibile, è destinata a difendere male. O comunque ad avere maggiori scompensi in fase passiva. Nel caso del Napoli visto a Verona, in realtà, i dati e le sensazioni restituite dalla partita dicono che il pareggio del Verona è stato molto casuale. Anzi, in questo caso si può usare l’aggettivo immeritato.
Al netto di tutte le criticità rilevate finora, infatti, la squadra di Conte non è mai andata davvero in difficoltà, davvero in sofferenza. Il tiro di Akpa-Akpro che ha battuto Meret – con una deviazione abbastanza significativa di Hojlund, per di più – è stato solo il secondo, tra quelli scoccati dal Verona, finito nello specchio della porta. E dopo il gol, come se non bastasse, la squadra gialloblu non ha più costretto Meret ad alcun intervento: fino al fischio finale, il Napoli ha rischiato davvero solo su un cross letto malissimo da Meret e deviato da Bowie, per il resto tutti i tiri dell’Hellas sono stati scoccati da fuori area e sono finiti fuori.
Un contropiede fatto bene avrebbe potuto mettere gli attaccanti del Verona soli davanti alla porta di Meret
Questo, attenzione, non vuol dire che il Napoli abbia offerto una prestazione difensiva convincente. Anzi, in diverse occasioni la squadra di Conte si è slabbrata troppo sul campo alla ricerca del gol dell’1-2, e così si è fatta trovare scoperta sul ribaltamento del Verona. Solo la qualità approssimativa degli attaccanti dell’Hellas ha evitato che si determinassero delle occasioni piuttosto semplici, per la squadra gialloblu. Come si vede nel video precedente, proprio una ripartenza lunga ha portato al cross di Slotsager letto male da Meret, e al (maldestro) tocco a porta vuota di Bowie.
Insomma, per dirla in poche parole: non è così assurdo credere e scrivere che il Napoli abbia rischiato poco e nulla perché ha affrontato una squadra non proprio talentuosa nel suo reparto avanzato. Allo stesso tempo, però, resta il fatto che gli uomini di Conte si sono ritrovati sul risultato di 1-1 in modo accidentale, senza avvisaglie reali dal punto di vista della tenuta tattica complessiva. Paradossalmente, viene da dire, a “spingere” il Verona verso il pareggio è stata più la mancanza di efficacia offensiva del Napoli, rispetto a delle lacune difensive vere e proprie.
L’assalto finale, con Romelu Lukaku
Forse è anche per via di tutto questo che Conte ha deciso di inserire un secondo attaccante pesante, Romelu Lukaku, per l’assalto finale. In certi casi e in certi momenti di certe partite, parlare di sistemi di gioco è abbastanza inutile, ma nel caso specifico è interessante rilevare come il Napoli si sia schierato con un modulo asimmetrico: Hojlund, infatti, si è “decentrato” verso sinistra, lasciando il mezzo spazio di centrodestra a Giovane. Di fatto, quindi, gli azzurri si sono disposti con un 3-4-3 privo però di un esterno destro, con due punte centrali e Giovane trequartista laterale a piede invertito.

La coppia Hojlund-Lukaku in avanti, Giovane largo a destra
Il gol decisivo è arrivato sugli sviluppi di un corner, grazie a un cross servito da Giovane e sporcato da un difensore del Verona. Lukaku, fino a quel momento efficace solo in una sponda prima di un tiro di Elmas, è stato lesto ad anticipare il suo marcatore. È chiaro, però, che la differenza l’abbiano fatta i molti giocatori in maglia bianca presenti in area in seguito al corner. E agli scambi tra Giovane, Elmas e Mazzocchi.

Sei uomini in area di rigore è una bella batteria contraerea, non c’è che dire
Conclusioni
È significativo che il Napoli, per vincere a Verona, abbia dovuto buttarsi in avanti fino al minuto 95′. E in modo abbastanza confusionario, viene da dire. Però deve essere letto anche il contesto. La squadra di Conte, infatti, è reduce da un’annata molto complicata. E ancora oggi deve fare a meno di Anguissa, De Bruyne, Di Lorenzo, Rrahmani e David Neres. Tutti calciatori che farebbero i titolari nelle altre 19 squadre di Serie A. Senza considerare i lunghi infortuni che hanno colpito Lukaku e Gilmour, gli stop “fisiologici” di Politano, Spinazzola, Buongiorno.
Insomma, il fatto che il Napoli abbia solo quattro punti in meno rispetto al 2024/25, tenendo conto anche del “peso” degli impegni in Champions e Supercoppa, deve essere vissuto come un piccolo miracolo.Questo non vuol dire che Conte non abbia sbagliato nulla, anzi. Pure a Verona il Napoli ha dato l’impressione di essere (diventato) una squadra monocorde e incapace di performare a basso ritmo. Il punto, però, è che il tecnico azzurro si è ritrovato a dover reinventare di sana pianta il suo progetto. E non solo una volta: gli infortuni a catena l’hanno costretto a cambiare calciatori che erano titolari designati, sistemi di gioco, approccio. Forse anche metodo di lavoro, chissà.
Non è un caso che lo stesso Conte, nel postpartita del Bentegodi, abbia detto di essere diventato un allenatore «più forte». Di certo, questo è evidente, sta vivendo una stagione davvero complessa. Sarà interessante capire come la finirà, e come si approccerà alla prossima. Che sia a Napoli oppure no.











