Vergara è il ritratto della vera napoletanità: tigna, pazienza, sopportazione, se l’è creata la sua chance

Il suo gol al Chelsea è una manifestazione di tenacia: ha saputo aspettare la sua occasione e l'ha colta. A 23 anni. Non è mica Yamal e non è giovane

Conte

Ni Napoli 28/01/2026 - Champions League / Napoli.-Chelsea / foto Nicola Ianuale/Image Sport nella foto: Antonio Vergara

Disclaimer: questo è un articolo resilienza-free. Questa parolaccia la leggete ora e mai più. Useremo tutti i sinonimi del caso: resistenza, forza, flessibilità, adattabilità, tenacia. E l’ultimo della fila: Vergara. Da Vergara Antonio, fino a ieri solo calciatore, da oggi simbolo di un sacco di cose a sua insaputa. Ha segnato un gol molto bello, al Chelsea, in Champions League, nello stadio e con la maglia della sua squadra del cuore, il Napoli. Ed essendo napoletano per approssimazione geografica (che sia Fratta, minore o maggiore, è uguale: solo aritmetica dello storytelling), la trasposizione favolistica ha trasceso immediatamente: lo “scugnizzo” con quella faccia un po’ così, quell’espressione un po’ così che abbiamo noi (prima di andarcene il più possibile lontano da Napoli). È un tic culturale. La sua identità presunta è lo specchio di quanto ce ne siamo già appropriati, perché essere napoletani è ormai un’identità di sotto-genere.

È bastata dunque quella piroetta impudente nell’area degli inglesi, non sappiamo trattenerci. Eccolo il “nostro” talento, il giovane “prospetto” (dio ci fulmini) che esplode in Europa, la nostra meglio ingegnosità che sboccia in faccia al mondo che ce l’ha con noi. Qui, di solito, puntiamo il ditino.

Ma il Vergara allo stato attuale andrebbe raccontato per sottrazione, precisando prima di tutto cosa non è. Non è giovane, tanto per cominciare. Ha 23 anni, ed eviteremo qui di farci beffe di chi ancora racconta i 23 anni d’un calciatore come una tardo-adolescenza. Non è un “talento”, anche. Ovvero: lo è nel senso che è bravo, e si vede, ma non lo è nella misura a cui la turbo-società odierna ci ha abituato, non è mica Lamine Yamal. E soprattutto non è quel cliché ambulante che adesso stanno correndo tutti a dipingere: il suddetto ragazzino di sangue azzurro con le ginocchia sbucciate dall’asfalto della piazza, tutto talento e inconsapevolezza, il genio che d’ora in avanti vivrà felice e contento perché così ha deciso il destino per lui.

Antonio Vergara – o almeno la sua epifania improvvisa, l’unica che possiamo analizzare al momento –  è l’esatto opposto. È la manifestazione del lato B dei napoletani, celebrato con ritrosia: la tigna. La solidità, la persistenza. La pazienza. S’è fatto la sua gavetta, ha aspettato, è rimasto sulla riva del fiume in attesa che Conte (per disperazione) gli desse un’occasione. Se l’è conquistata. Non gli è calata addosso per virtù dello spirito santo. L’ha rosicchiata, un pezzettino alla volta. Si è insinuato nel suo spiraglio. Non sappiamo Fratta, ma Napoli non è mai stata la città del mare e del sole: è una città respingente, difficile, e i “figli” suoi spesso ne restano sopraffatti. Oppure fanno come Vergara.

È nel settore giovanile del Napoli dal 2014. È “nostro” da 12 anni: se c’è una cosa che racconta la sua (e purtroppo solo sua) notte magica al Maradona è il ritardo cronico con cui ci accorgiamo dei meriti. Un deficit di perspicacia che poi tentiamo di colmare con la fuffa accessoria, l’aneddotica colorata, la retorica della nullatenenza agonistica. Vergara s’è fatto la sua serie C alla Pro Vercelli quando non era pronto, e non era pronto nemmeno l’anno scorso in serie B, alla Reggiana. Conte l’ha ritenuto pronto appena d’una promozione in rosa questa estate, ma per far numero mica altro. È sopraggiunta l’emergenza, da lì la chance. Magari Conte tra qualche anno se la racconterà come Sarri ancora contrabbanda il lancio di Mertens centravanti: un colpo d’intuito per auto-convincimento. Invece noi appuntiamoci quel gol al Chelsea come una svolta di vita solo sua, faticosamente strappata al contesto.

Guardalo Vergara, come si muove in campo. Rimbalza sui difensori come sullo sponde d’un flipper, è sovrabbondante. Fa persino confusione, per quanta insistenza ci mette. Ma è il ritratto dell’abnegazione. Ha delle indubbie qualità, ma le innesca con lo sforzo, non con la scintilla innata. È sopportazione, quella. Le favole restano un luogo comune, confortevole solo per chi se le racconta.

Deve la sua carriera nel giornalismo ad una professoressa del liceo che per ovvi motivi si è poi data alla clandestinità.

ilnapolista.it © Riproduzione riservata
Correlate