Chi li mette i voti al Fantacalcio? A ogni partita lavorano 3-4 persone, criticate quanto gli arbitri
Fulvio Gennari, game designer di Fantacalcio, ci spiega chi sono i pagellisti, come lavorano e cosa c'è dietro "Voti Live": "Il sogno è mettere il voto perfetto, incontestabile, e tornare a vivere"

La domanda è un tormentone retorico, quasi una litania: chi li mette i voti di Fantacalcio? Il tono di solito è sdegnato, e sottintende una critica (eufemismo): “incompetenti”, se butta bene. Ma lì fuori è pieno di @cicciocozza78 che si sentono vittime di un complotto sistematico ordito da una Spectre di pagellisti corrotti. E’ il retropensiero, la linfa vitale che anima una buona parte dei due milioni e mezzo di fantagiocatori che ogni maledetto weekend consumano l’app Leghe Fantacalcio. Ma la domanda conserva una sua sincera curiosità: chi c’è davvero dietro quel 5,5 che mi ha rovinato la settimana? Come lavorano? E soprattutto: ce l’hanno davvero con noi?
Siamo dunque andati a cercarli. Ma gli uffici di Fantacalcio, al piano altissimo d’un mezzo grattacielo del Centro Direzionale di Napoli, non sono la tana del Bianconiglio: loro, i pagellisti cattivoni, non li abbiamo trovati. Le risposte, quelle sì. Ce le ha date Fulvio Gennari, che è un project manager di Fantacalcio e game designer del gioco più amato dagli italiani. E, tra le altre cose, il creatore del Mantra (l’evoluzione del Classic, con più realismo, più ruoli, più tutto).
“Per i voti c’è un team dedicato, sparso per l’Italia, per lo più nelle città dove ci sono le squadre di Serie A. Una squadra di 30 persone, circa. Giornalisti, alcuni interni alla redazione del sito, altri collaboratori. E poi ci sono i pezzi grossi. I Riccardo Trevisani, Pierluigi Pardo, Gianluca di Marzio, Mario Giunta e Federica Zille”.
No, non sono dunque “ragazzini”, che è un’altra leggenda metropolitana. Sono intorno a noi, in mezzo a noi. “Professionisti”, dice Gennari. Gestiti da due coordinatori, che assegnano le partite ad ogni “equipaggio” e sovrintendono il lavoro di tutti, cercando di dettare una coerenza.
“Su ogni partita lavorano 3, a volte anche 4 persone. Uno è il pagellista principale, il frontman, che può essere anche una delle firme. E’ lui che decide il voto. Ma è coadiuvato da una sorta di assistente tecnico che è quello che opera materialmente sul CMS e cambia i voti sul live. Il terzo uomo è l’uomo var: mentre il pagellista principale continua la visione della partita, lui si stacca sul singolo episodio, guarda i replay, valuta i particolari. E comunica al pagellista, eventualmente, qualche nota. E’ il pagellista poi che decide se intervenire o meno sul voto. Questo è il motivo per cui a volte il voto nel live sembra cambiare all’improvviso senza senso. C’è sempre un’analisi dietro. I coordinatori cercano a volte di dare dei consigli, per fare una cosa che può sembrare banale ma banale non è: organizzare i voti della partita in modo che abbiano una metrica per quanto possibile coerente con le altre”.
Non nascondiamocelo: tolti dall’equazione i deliri di persecuzione e i complottismi, esiste un problema di competenza? Di autorevolezza, se non di credibilità?
“A parte che dietro ogni voto ci può essere un mondo di valutazioni diverse, oggi c’è il grande problema che tanta gente guarda le partite molto più distrattamente, con un occhio alla tv e l’altro al cellulare. Guarda i live che scorrono, e da quelli deve desumere le sue verità assolute. Ma armonizzare le cose non è facile, quindi il coordinatore, che è abitualmente uno che sta dietro a tutte e dieci le partite, se sa che certe situazioni sono state gestite in un certo modo in una partita, cerca di dare un indirizzo generale, di dare un’armonia. Non è mai facile, perché sono persone diverse, partite diverse, contesti diversi. All’utente arriva tutto insieme”.
Il tema dunque è: il giocatore pensa di essere più competente del pagellista…
“All’estero il fantacalcio è basato solo sui dati. In Italia invece c’è questo modello che funziona al contrario, ma proprio per questo è diventato un boom sociale, perché sposa quelle che sono le caratteristiche tipiche dell’italiano. Abbiamo bisogno di qualcosa che sia contestabile. Il giornalista a cui dare la colpa. Nel voto soggettivo, l’italiano ritrova il suo DNA. Questa è la cosa che l’ha reso un grandissimo successo. Se non si potesse contestare i voti, tutto questo fenomeno crollerebbe. E’ il sale, la contestazione. E’ un paradosso ma è la verità. La contestazione sui voti è fisiologica… e vitale!”.
“Negli anni ho sentito delle dietrologie incredibili, persino che ci mettessimo d’accordo con i procuratori… Posso assicurare che non c’è mai stata una telefonata. Mai. Piuttosto ho visto calciatori protestare scherzosamente per voti dati a gente che avevano nelle loro squadre. Sono tantissimi i calciatori che giocano, gli italiani soprattutto. Si divertono loro per primi. Anche lì sento a volte dei miti popolari. Tizio ha sbagliato il rigore apposta, Caio s’è fatto espellere… Certo, come no. Ma noi non li combattiamo neanche troppo, i miti popolari. Perché tengono vivo questo movimento”.
Se non si può discutere il singolo caso, nello specifico, si può tracciare una linea critica generale: i voti live distorcono la complessità della prestazione, come se la partita di un calciatore fosse giudicabile solo in funzione degli highlights. Gennari anche in questo caso capovolge la questione:
“Fare i voti a fine partita è più facile. È un altro sport. Farli live e cambiarli durante le partite è molto diverso. Oggi l’utente medio percepisce molto più gli eventi che le sottigliezze tecnico-tattiche, che sono un po’ più da addetti ai lavori. In realtà l’indicazione che noi diamo è duplice: cercare di avere un giusto mix tra valutazione della prestazione e impatto dell’evento. Che è quello che ci contraddistingue. Il quotidiano mette i voti a volte esasperando la critica editoriale, non li costruisce pensando in ottica fantacalcistica, al gioco, per loro il gioco è secondario. Quindi se vuole dare 10 a Totti all’ultima partita della carriera lo fa. Noi non possiamo. Il nostro voto nasce proprio con l’idea di ripulire il giudizio da fattori che non interessano la prestazione in quel dato momento”.
Altro rinfaccio-tormentone: il pagellista ha messo 7 a tal dei tali solo perché ce l’ha al fantacalcio. Gennari sorride: “Sono professionisti e non avremmo neanche motivo di preoccuparci. A livello aziendale c’è una indicazione specifica: Alvin, il voto statistico, è il loro approdo naturale da giocatori”.
Resta un lavoro un po’ ingrato…
“Il pagellista è solo un povero essere umano che non vorrebbe avere una pressione enorme, soprattutto in epoca social. Vorrebbe mettere il voto perfetto, quello incontestabile e farsi una serata dopo per i fatti suoi, con la moglie, con la fidanzata, a passeggio con gli amici. Invece non riesce a vivere. Non è uno che si vuole ergere a protagonista. E se mai entrasse in redazione con quello spirito, tempo due settimane e cambierebbe. E’ uno che prega di fare tutto per benino e sfuggire al ciclone social. Persino Pardo, che è incontestabilmente uno dei migliori telecronisti e professionisti di calcio che abbiamo in Italia, viene massacrato, spesso per voti che nemmeno ha messo lui. E noi sui social pubblichiamo sempre prima le assegnazioni, in modo che sia ben chiaro chi fa cosa. Lì fuori c’è un mare impossibile da moderare”.
Voti Live ha inventato un modo nuovo di vivere le partite, i voti che cambiano in tempo reale sono diventati un medium vero e proprio: raccontano la partita.
“Parlando di voti, a fine degli anni 2010 dovevamo confrontarci con istituzioni, i grandi giornali che avevano un’autorevolezza storica. Per affermarci dovevamo riuscire a differenziare l’offerta. La grande idea sono stati i Voti Live. Perché andavi a combattere qualcuno che aveva blasone ma anche un ritardo cronico: il giornale usciva il giorno dopo. Noi all’inizio chiudevamo i voti circa un’ora dopo la partita e già era considerato una rivoluzione. Oggi, due minuti sono considerati un ritardo cosmico, per dire come sono cambiati i tempi”.
Giriamo attorno ad un punto, però: il fantacalcio è un gioco. Ma è anche un piccolo (anzi: molto grosso) ingranaggio dell’industria dell’intrattenimento italiana.
“Sì, noi quando pensiamo alla concorrenza non pensiamo ad un’altra app o piattaforma, noi parliamo di concorrenza nella conquista del tempo libero delle persone. Siamo un settore dell’entertainment così come ormai è il calcio stesso, Netflix o la playstation. Le persone hanno poco tempo libero e devono decidere su costa investirlo. Fortunatamente noi abbiamo un prodotto elastico: il fantacalcio può chiedere anche solo 5 minuti a settimana per fare la formazione, o fa giocare i super addicted in maniera compulsiva”.
A proposito: magari a breve arriveranno anche le sostituzioni live…
“Non è in programma e per vari e fondati motivi sui quali non mi dilungo. Ne accenno solo uno di tipo quasi filosofico: noi evitiamo il più possibile di creare una asimmetria di potenziale tra partecipanti. Il fantacalcio è un gioco incredibilmente democratico: 10 persone, 8 o 12 che siano, si chiudono in una stanza e hanno tutti le stesse identiche possibilità di giocare e vincere. Se metti su un sistema per cui chi può smanettare tutto il weekend è avvantaggiato rispetto a quello che magari fa il cassiere al supermercato e non può guardare il cellulare per tutto il turno, stai creando una distorsione enorme, una asimmetria di potenziale appunto, che a noi non piace”.
“Il fantacalcio è un’attività sociale, tiene legate persone che magari nella vita si perderebbero di vista. Il giorno dell’asta del fantacalcio è come un Natale. Ci divertiamo come bambini facendo quello che i nostri padri sognavano di fare al bar dello sport: i commissari tecnici. La nostra generazione all’improvviso ha avuto in mano un modo per farlo davvero, ma in maniera sociale”.
Parliamo di futuro: il calcio è cambiato tantissimo negli anni, e così il fantacalcio.
“Il calcio è dinamico, cambierà, e avremo bisogno di cambiare anche noi. Per esempio, e faccio un cenno al mondo Mantra, le figure del braccetto e del quinto non avevano senso prima. Dobbiamo cercare il realismo ma fino a quando non impatta sulla giocabilità. Perché se uno esagera a voler inseguire la realtà va a scapito del divertimento. Una delle associazioni storiche più sbagliate è il tema delle sostituzioni, per esempio. Quel realismo non è simulabile”.
E se tra un po’ l’Intelligenza artificiale si portasse via anche la magia del gioco?
“Il Fantacalcio come lo conosciamo oggi penso abbia ancora vita lunga. Non c’è alcun segnale che possa far pensare il contrario al momento. Poi mi aspetto due cose, nel futuro: la crescita del progetto Euroleghe, vista l’attenzione maggiore sul calcio più globalizzato imposta dalla grandi competizioni europee e dai videogiochi. E poi bisognerà pensare a soluzioni per far giocare, magari sempre in format “lega”, i giocatori singoli. I ragazzi di oggi hanno meno amici, meno socialità. Le generazioni precedenti avevano le comitive. I gruppi del fantacalcio nascevano per strada. Adesso ci sono molti singoli che faticano ad avere un numero di amici sufficiente. E’ un po’ triste ma è così”.











