Napoli, qualche tifoso pensa che la società si venda come un jeans su Vinted
Il Napoli è stato colpito dalla fillossera, l'insetto ha colpito le radici. La società intervenga quanto prima, c'è solo l'esonero per togliere alibi ai calciatori. Il punto di vista di Armando De Martino

C’è qualcosa di sinistro nella piega che ha preso questa stagione, simile a quell’insetto invisibile e implacabile che nell’Ottocento mise in ginocchio i vigneti d’Europa, la fillossera, che attacca le radici e scava in silenzio sotto la superficie mentre l’uva buona si ammala alla base. Dal Centenario in poi, il Napoli sembra scivolato dentro questa geologia malata, diventando una squadra fragile nella testa, sia essa quella opaca della società, quella dispersiva dei calciatori o quella affaticata dello staff tecnico.
In questa fragilità porosa e in difesa si sono insinuati tutti i parassiti della comunicazione, dai manipolatori seriali di certezze agli araldi delle svolte americane, mentre il Napoli entra in campo in affanno perenne, fin dal ritiro pre-partita, gravato da un’inerzia per cui insegue sempre le ombre, senza dare serenità, certezze o la sensazione di essere di questo mondo, così dolorosamente sfilacciati. A questo si aggiungono i troppi infortuni sistematici, ed è infantilismo baloccarsi con la pigrizia della sfortuna, che è solo un alibi consolatorio per chi non ha il coraggio di guardare in faccia i metodi, i carichi e la tensione nervosa di un gruppo logorato da un’idea di calcio che non appartiene più a questo allenatore.
Allegri ci ha provato ma il Napoli resta in balia delle partite
Allegri ci ha provato, intendiamoci: il Napoli resta in balia delle partite ma, quando fa la prestazione corretta — vedi la prova con la Roma o quella a Milano contro l’Inter —, viene subito inghiottito dalla mancanza di lucidità e dall’assenza di cambi all’altezza. Pensare di poter reggere l’urto di tre partite a settimana affidandosi a quattordici calciatori contati è stata una follia o un calcolo colpevolmente sbagliato, insomma una vera e propria condanna. Questa squadra manca cronicamente di conferme, i calciatori si dannano anche l’anima in campo ma arrivano sempre un attimo dopo sugli avversari, che si tratti di letture difensive o di seconde palle contese.

E se oggi in Portogallo la panchina di Massimiliano Allegri è tenuta su da un filo e ci dispiace, in questi casi bisogna pur dire che la società non può esonerarsi dalle proprie colpe, e l’unica maniera per togliere definitivamente alibi ai calciatori è una sola. Qualcuno, attorno a questa squadra, invoca la cessione societaria come se si stessero mettendo in vendita un paio di jeans su Vinted, come se fosse facile prendere vent’anni di gestione e impresa economica e disfarsene così, come se fosse la bancarella di un magliaro. Certo è, che passare dall’A16 alla Route66 è un upgrade notevole.
Serve equilibrio, certo, ma ancor prima serve presenza: la società batta un colpo, sia fisicamente presente e salvi questa stagione al costo di rivoluzionarla radicalmente a partire già da mercoledì sera, perché l’amore per i colori impone oggi il coraggio del taglio netto, ammettendo che insistere su questa strada è un esercizio di masochismo collettivo e che battezzare questo campionato come un anno di transizione e di rinascita passa inevitabilmente per un cambio di passo totale, restituendo a questa piazza la normalità, la lucidità e qualche certezza in più.
Perché continuare a proteggere l’equivoco non è più prudenza, è complicità con la propria rovina: la terra va sarchiata subito, le radici malate estirpate senza sconti, e se per ricominciare a respirare occorre il trauma di un congedo, che lo si celebri adesso, prima che della vigna non resti altro che cenere.