Il calcio inglese ha impiegato dieci anni per capire che qualcosa non andava nel Manchester City
La realtà è che in questa storia la giustizia non c'entra niente. È solo una ridefinizione del rapporti di forza. Senza dimenticare che il City faceva e fa comodo a tutti

A supporter holds up a sign in honour of Manchester City's Spanish manager Pep Guardiola during ceremonies to honour those leaving the club, including Guardiola, at the end of the season, following the English Premier League football match between Manchester City and Aston Villa at the Etihad Stadium in Manchester, north west England, on May 24, 2026. (Photo by Darren Staples / AFP)
Ripristino delle regole? Niente affatto: pura ridefinizione dei rapporti di forza.
La condanna inflitta dalla Premier al Manchester City illustra nitidamente la differenza tra retorica – la giaculatoria sulla necessità di rispettare le regole per tutelare l’equità della competizione e bla bla bla – e realtà, fatta di lotte di potere e di forza bruta economico-finanziaria.
Dal punto di vista sportivo, la storia è nota: acquistato nell’agosto 2008 dall’Abu Dhabi United Group di Sheikh Mansour, fratello del presidente degli Emirati Arabi Uniti, il City s’è imbucato nel ricco banchetto della Premier. Sì, perché nella sua storia aveva vinto due soli scudetti: da allora ne ha aggiunti otto. Non solo: ha vinto anche una quindicina di coppe nazionali, una Champions, un mondiale per club e una supercoppa europea.
Ma il fulcro della vicenda è un altro, meno noto: pronti via e, come si legge nel Deloitte Football Money League, il fatturato decolla dai 104 milioni del 2007-2008 ai 316,2 del 2012-2013: triplicato in un lustro, grazie principalmente alle abbondanti sponsorizzazioni piovute da Abu Dhabi. E poi sempre più su, fino a superare gli 800 milioni a partire dal 2022-2023.
Il Manchester City ha fatto comodo a tutti
Insomma, la situazione è chiara da sùbito: grazie ai soldi emiratini, il Manchester City è diventato una potenza.
Ma la Premier si sveglia solo dieci anni dopo, ma è più preciso dire tre scudetti e mezzo dopo: è il dicembre 2018 quando avvia l’indagine. Il deferimento è del febbraio 2023, le udienze finiscono a dicembre 2024, la condanna arriva a settembre scorso. Roba da far impallidire persino la giustizia italiana.

Le conclusioni sono chiare: tra il 2009-2010 e il 2017-2018, il City ha gonfiato i ricavi di oltre 900 milioni di sterline, cioè all’incirca di un miliardo di euro. Che ovvove, contessa!
Certo, gonfiare i ricavi vuol dire poter spendere di più. Ma si omette volutamente un aspetto: le spese di qualcuno sono ricavi per qualcun altro, e qui inciampa il City.
Lo capiamo con i dati di Transfermarket: nel periodo sotto indagine, ha effettuato acquisti per 1,444 miliardi e vendite per 381 milioni, per un rosso di 1,063 miliardi di euro. Il saldo di mercato non è il risultato di bilancio, perché la gestione si compone di tante altre voci, ma questo è un altro discorso. Torniamo al punto: di quel saldo negativo, 749 milioni hanno finanziato gli acquisti da squadre straniere e solo 314 milioni sono rimasti in Premier. Della serie: vincete a iosa e per giunta non ci lasciate che pochi spiccioli. Comportamento inaccettabile da parte di un imbucato al banchetto.
Il City ha tentato in extremis di correre ai ripari: nelle due ultime stagioni, che sono fuori dal processo, ha chiuso il mercato di Premier con un saldo negativo di 262,72 milioni, ossia il 40,8% dei 644,52 milioni totali dal 2008. Quale altro significato dare, per esempio, ai 145 milioni al Chelsea per Fernandez o ai 135 al Nottingham per Anderson?
Infatti, il processo non è finito: si attende la sanzione. Dalla sua entità si capiranno i nuovi rapporti di forza in Premier: beninteso, alcuni ce la racconteranno come il trionfo della giustizia, altri come un’intollerabile ingiustizia.