Il Manchester City come Armstrong: via il nome dai trofei. Solo spazi vuoti nell’albo d’oro, senza alcun onore

"Che siano il memoriale degli anni in cui un’entità straniera prese la più grande espressione culturale di questo Paese, e cercò di piegarla ai propri scopi politici"

Il Manchester City come Armstrong: via il nome dai trofei. Solo spazi vuoti nell’albo d’oro, senza alcun onore

This handout picture provided by the UAE Presidential Court shows Khaldoon Khalifa al-Mubarak, Managing Director Group CEO of Mubadala Investment Company (R) and English football club Manchester City FC's Spanish manager Pep Guardiola (L) walking while holding the English Premier League trophy during an event celebrating their fourth consecutive Premier League title at Qasr al-Watan in Abu Dhabi on June 13, 2024. (Photo by Mohamed AL-HAMMADI / UAE PRESIDENTIAL COURT / AFP)

In Inghilterra ormai non si parla d’altro da settimane: dal verdetto di colpevolezza emesso ai danni del City, reo di aver violato le norme finanziarie della Premier, è tutto un chiedersi come, quando e perché. Dai nuovi approfondimenti su Rui Pinto, l’hacker che ha portato alla luce tutto, fino alla proposta di Jonathan Wilson, giornalista del Guardian: lasciare uno spazio vuoto nell’albo d’oro per i trofei vinti dal City in quegli anni, affinché fungano da memoriale per una delle pagine più nere del calcio mondiale. Il Manchester City come Lance Armstrong e i suoi sette Toru de France come le sette Premier.

Manchester City logo

Wilson parte ricordando la finale di League Cup del 2014 contro il Sunderland, che all’intervallo conduceva per 1-0. Alla fine, però, i Citizens vinsero 3-1 grazie alla magia di Touré e compagni. Ecco:

“Il Sunderland dovrebbe sentirsi derubato? Naturalmente sì, proprio come dovrebbero sentirsi derubati coloro che sono arrivati secondi dietro Lance Armstrong; come dovrebbero sentirsi derubati Liverpool e Arsenal per le finali di League Cup del 2016 e del 2018; come dovrebbe sentirsi derubato lo Stoke per la finale di Fa Cup del 2011; come dovrebbe sentirsi derubato il Manchester United per i titoli di Premier League del 2012 e del 2018 e il Liverpool per quello del 2014; come dovrebbe sentirsi derubato ogni club che abbia giocato nelle stesse competizioni del City tra il 2009 e il 2018.

Per Wilson, ciò non significa che il trofeo debba essere assegnato al Sunderland, innanzitutto perché toglierebbe alla vittoria la purezza della stessa:

“Voglio quella scarica di adrenalina nel momento in cui arriva un gol, l’attesa angosciosa durante il recupero, l’esplosione al fischio finale. Voglio lacrime e abbracci, comunità e senso di appartenenza, tutte quelle cose di cui la generazione di mio padre parlava continuamente. Voglio ubriacarmi e cantare su un treno. Non voglio scoprirlo attraverso una notifica sul telefono, 12 anni dopo, mentre sto sistemando la lavastoviglie.

Cosa fare di questi trofei?

Scrive Wilson:

“I ricordi euforici non possono essere cancellati, ma spetta ai tifosi del City – così come ai giocatori, agli allenatori e ai dirigenti – decidere cosa farne. Se vogliono ancora esultare per il gol di Sergio Agüero al 94° minuto, quello che consegnò al City il titolo di Premier League del 2012, nessuno può impedirglielo. Ma il resto del mondo sa su cosa si fondava quella vittoria: mentre il resto della Premier League giocava rispettando i regolamenti approvati dagli stessi club, il City non lo faceva.”

La chiosa è da brividi:

“Se negli albi d’oro ci saranno degli spazi vuoti, che rimangano tali: lì non c’era alcun onore.

Lasciamo che quegli spazi rappresentino una testimonianza di ciò che furono quelle stagioni. Che siano il memoriale degli anni in cui un’entità straniera cercò di sovvertire il calcio inglese, in cui un’entità straniera prese la più grande espressione culturale di questo Paese, con tutta la passione e tutto il sentimento, tutta la tristezza e tutta la gioia, tutto l’amore che essa ha generato, e cercò di piegarla ai propri scopi politici.

Che siano un monito sui pericoli del capitalismo laissez-faire, quando tutto, per quanto amato, può essere venduto al miglior offerente.”